VALE PIU’ UN MAITRE A PENSER O UN RAGIONIERE ONESTO?

come-gestire-un-buon-bilancio-familiareQuesto post di riflessione sulla manipolazione dei bilanci intende fornire ai “non esperti” qualche spunto, non necessariamente e formalmente troppo preciso, sulle fonti di distorsioni dei bilanci pubblici che al 99% non consistono nella falsificazione del dato grezzo di base.

Spesso si considera meritevole un atteggiamento e un’attenzione critica verso la qualità dell’informazione e delle fonti, senza una delega “in bianco” ai competenti di una materia di cui ci si fida, anche perché talvolta influenzati dal cosiddetto “effetto alone” (siccome è persona buona e giusta tutto quello che dice sarà buono e giusto).

Si fa fatica, però, a richiamare questa meritevole attenzione quando si parla di conti e di bilanci, scontando una tradizionale considerazione da parte di scienziati e filosofi, non della materia, verso temi trattati, inconsapevolmente, come questioni computistiche e ragionieristiche, non così nobili.

 

  • I dati di base sono teoricamente disponibili.

Mi è capitato di lavorare, in passato, per rispondere alla seguente richiesta: “possiamo introdurre in Regione un sistema di controllo di gestione senza dover installare un altro sistema informatico, parallelo alla contabilità”, e che prenda direttamente il dato di base “certificato”, senza ulteriori stime?

Per questo, mi sono occupato molto dei codici esistenti, al fine di poter aggiungerne uno che potesse immediatamente classificare il dato di spesa o di entrata per il periodo, il centro di costo, e il prodotto (output del procedimento/servizio). In quell’occasione ho consultato database di spesa pubblica e ho potuto rendere omogenee tali classificazioni.

Tutto questo per dire che se si vuole il dato di base si trova. Teoricamente, se abbiamo uno scopo preciso, quale, ad esempio: “verificare la sostenibilità del reddito di cittadinanza, possiamo lavorare su quei dati bypassando le distorte o fuorvianti elaborazioni “contafrottole”, a cui spesso si fa riferimento.

Certo se qualcuno, appartenente a qualche gruppo di ricerca Universitaria ha già fatto questo lavoro, ben venga. Questo significa di fatto dirci: evitiamoci questa fatica, ci fidiamo di loro. Anche se forse influenzati dall’effetto alone, i risultati di quel gruppo ci piacciono. Spesso perché ci sembrano dei buoni oppositori al sistema e quindi ci fidiamo: basta essere consapevoli della delega che attribuiamo loro.

 

  • Le manipolazioni nelle elaborazioni e comunicazioni dei dati di bilancio. Elaborare significa anche e, forse in primis, costruire delle categorie e classificare le informazioni in base a tali categorie.

Ci sono due tipi di classificazione dei dati di bilancio (soldi):

  1. quello che riguarda la fase dei processi di entrata e di uscita della spesa pubblica;
  2. quello che classifica tali dati rispetto alla destinazione e alla natura a cui si riferiscono.

 

Il primo tipo di classificazione: per fase del processo.

Per le entrate abbiamo (o meglio avevamo, chissà che io non sia più aggiornato): lo stanziato, l’accertato, l’incassato. Per le uscite: lo stanziato, l’impegno, il pagato. Quest’ultimo diviso in ordine (o mandato) di pagamento ed effettivamente pagato.

 

Partiamo dalle entrate.

  • Stanziato = quanti soldi si prevede che un Ente dovrebbe ricevere in un determinato periodo, ad esempio un anno.
  • Accertato = quanti soldi un ente ha diritto di ricevere. Significa che l’obbligo e il soggetto è stato individuato; ad esempio, tutte le persone che devono pagare l’imu. Esiste una legge, esistono soggetti individuabili che sono quindi i debitori.
  • Incassato = gli importi effettivamente incassati, appunto.

Fonti di possibili manipolazioni: affermare la sostenibilità finanziarie delle spese facendo riferimento allo stanziato, sapendo bene che i debitori sono non individuabili facilmente, oppure fare riferimento all’accertato, non sapendo o facendo finta di non sapere che questo comprende crediti non esigibili e quindi non si riferisce alla disponibilità effettiva e immediata di risorse.

 

E ora parliamo della spesa

  • Stanziato = la spesa prevista
  • Impegnato = obbligo sulla base di una norma o di un contratto che quindi si riferisce ad una transazione stabilita e ad un creditore individuato.
  • Pagato: formalizzato, ad esempio, in un mandato di pagamento, che significa aver dato alla tesoreria l’ordine di pagare perché le condizioni che sottostavano all’impegno sono state soddisfatte e verificate. Dare un ordine di pagamento non significa ancora aver pagato.

 Fonti di possibili manipolazioni: nella comunicazione, si racconta che si sono assunti impegni a favore di questa politica o di un’altra, facendo riferimento allo stanziato, quando:

  • nella revisione del bilancio preventivo di metà anno si faceva già, di prassi, una spending review contabile, dimezzando gli importi dello stanziato previsto, senza ovviamente comunicarlo all’esterno;
  • lo si spaccia per un impegnato o addirittura uno speso.
  • Oppure quando si scambia l’impegnato per l’effettivo speso.

Essendo tutt’altro che certo l’incassato e non corrispondendo l’accertato all’importo effettivamente esigibile, quando affermiamo la sostenibilità della spesa leggendo i dati di bilancio, non potremmo certo riferirci alla sostenibilità finanziaria per gli impegni di spesa assunti, cioè a quella che dovrebbe rispondere: “ma i soldi ci stanno davvero”?

Ulteriori fonti ed occasioni di aggiustamenti manipolatori: normalmente l’amministrazione, due mesi prima della fine dell’anno bloccava gli impegni. In questo modo se non si vuole che gli impegni siano effettivamente assunti basta che non siano predisposti entro quella scadenza interna e dovranno passare all’anno successivo, con successivi molto probabili disimpegni.

Ci sono poi manovre tipiche che si fanno a cavallo dell’anno, che influenzano quelle voci che i contabili conoscono: ratei, risconti, residui attivi, passivi. Qui non ha importanza spiegarne il significato. Basti sapere che, a seconda se si vuole aumentare o diminuire il valore dei residui, basta spostare impegni all’anno successivo oppure anticipare quelli che si riferiscono all’anno successivo.

Dovrei parlare dei debiti passati in perenzione, ma ve lo risparmio. Questo è un po’ complicato. Basti dire, consapevole della parzialità e imprecisione di quanto riporto, che si parla di perenzione, quando siamo in presenza di soggetti verso cui i dipartimenti e le direzioni hanno commissionato lavori sulla base di progetti approvati, ma che non hanno ancora trovato un riscontro in impegni precisi e dopo x anni, non fanno più parte di specifici capitoli di spesa. Rientrano in un grande calderone e lì si possono perdere o rientrare in una generica, ma molto complicata disponibilità.

 

Il secondo tipo di classificazione, quello per natura e scopo

Da tempo si sta cercando di armonizzare le regole per classificare le entrate e le spese. Per le spese delle Regioni e non solo. E non ci si è riuscito per molto tempo. Questa armonizzazione permetterebbe di confrontare come vengono spesi i soldi per lo stesso scopo da enti diversi.

Alcune manipolazioni nella comunicazione avvengono, ad esempio, quando si sostiene un livello di spesa sanitaria più alta in una regione rispetto ad un’altra, quando in realtà una classifica alcune attività come sociosanitarie e altre come sanitarie.

La definizione di un capitolo di spesa e di singoli impegni o mandati di pagamento è sufficientemente lasca da poter giocare a posteriori nel trasferire risorse da un capitolo di spesa ad un altro, derogando da quanto la legge, in teoria, prevede e da quanto viene sbandierato e comunicato all’esterno.

 

Conclusione

Parlare genericamente di soldi che ci stanno e non ci stanno, non facendo riferimento alle condizioni concrete e alle tante opportunità che il sistema offre per nascondere e manipolare, è come discutere del sesso degli angeli.

Dire ad esempio che i soldi ci stanno, se i politici, considerati i grandi manipolatori con la m maiuscola lo volessero, trascurando il problema della concreta esigibilità di certi crediti, immaginando che ci sia una catena di comando chiara e trasparente (pensiamo al sistema della spesa delle forze armate, alle regole delle pensioni per certe categorie privilegiate), per cui se i politici diventassero buoni o se lo volessero le cose si realizzerebbero. E ancora, immaginando l’esistenza di una cultura tecnica che dovrebbe presiedere certe innovazioni nella gestione di un bilancio e la reperibilità di risorse da impegni per fornitori che non possono essere sostituiti da un momento all’altro per obblighi pregressi …  a me sembra di sentirmi raccontare la favola di cappuccetto rosso.

Però concordo sul fatto che bisogna pure cominciare: prima si fa filosofia, poi facciamo politica, progettazione e attuazione. Quindi immaginiamo pure un mondo migliore con il reddito di cittadinanza, però quando parliamo di sostenibilità chiariamo di cosa parliamo: di impegnato effettivo per incassi accertati, parliamo di incassato e speso? E quando parliamo di liberare risorse teniamo conto anche dei vincoli per leggi e impegni pregressi. Naturalmente qui non parlo, altre questioni dubbie sul reddito di cittadinanza, tipo: di quali categorie di beneficiari parliamo, quanti dovrebbero essere, di che importi parliamo (temo sia difficile che sia sufficiente per pagare mutui sopra i 500 euro mensili). Non ne parlo, perché il reddito di cittadinanza è, in questo contesto, solo un esempio per citare l’importanza dei meccanismi di funzionamento.

Ma gli Uffici Studi, anche universitari, che perseguono la missione di raccontare e spiegare il “dover essere” e, nei casi migliori, di smascherare il gap con l’“essere” non sono di norma molto interessati ai racconti sul concreto e reale funzionamento delle macchine amministrative.

Le esperienze di chi opera nel concreto si perdono: anche io sognavo che meccanismi di funzionamento differenti potessero contribuire ad un cambiamento. Per una vera rivoluzione dal basso, nella mia piccola esperienza, era importante superare i confini dell’agire da ufficio studi. Era, cioè, molto più importante far sì che l’impiegato della contabilità digitasse un codice “giusto” di classificazione, perché quello diventa dato “certo”, istituzionale, non mascherabile, più che contare sulle declamazioni di un maitre a penser del “dover essere”, che possono essere tranquillamente digerite da un sistema che non vuole riformarsi.

Ma ai soggetti istituzionali deputati anche alla comunicazione, non solo le università, ma anche chi fa giornalismo di inchiesta, entrare “dentro” non interessa, perché non interessa al pubblico (si lasciano queste cose ai competenti specialistici: che si parlino pure tra loro) e non interessa al sistema 1, per dirla alla Kahnemann, che si nutre di fluidità associativa, di buone storie con colpevoli. Il sistema 2 dorme: beviamo un buon bicchiere alla faccia sua.

Vanni Sgaravatti

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