UN’ISTRUZIONE PIU’ LOGICA

images (1)La fallacia del manichino (o dell’uomo di paglia) è una delle fallacie della pertinenza che consiste nell’ignorare l’obiezione che è stata mossa e spostare abilmente l’attenzione su una tematica solo apparentemente simile ma in realtà ben diversa. La differenza tra l’obiezione mossa e la nuova tesi creata ad hoc è proprio il segmento argomentativo in cui l’oratore si inserisce per muovere facili giustificazioni a vantaggio di una tesi molto più facile da difendere. Se l’oratore è particolarmente scaltro, questo processo avviene in un lasso di tempo piuttosto breve e a totale insaputa dell’ascoltatore, che alla fine ne viene inconsapevolmente persuaso.

Questa strategia viene sistematicamente utilizzata, più che mai negli ultimi anni, dalla quasi totalità della classe politica italiana (e non solo), anche se non da tutti con la stessa abilità. Ciò che stupisce è come l’ascoltatore sembri non aver ancora immunizzato il proprio standard comunicativo dal frequente utilizzo di questa – e altre simili – tecniche argomentative di persuasione. Insomma, il politico sa bene che eludendo ogni domanda scomoda attraverso qualche luogo comune, spesso facilmente e ampiamente condivisibile, la presa sulla folla non minaccia di diminuire e il gioco di prestigio rimane ancora nascosto. Anzi, il politico finisce spesso per rafforzare la propria immagine di “personaggio vicino alle problematiche popolari”, come se i dettagli tecnici e propriamente politici spettassero a qualcun altro. E naturalmente, finché il giocattolo funziona perché non continuare a utilizzarlo?

Ed ecco che così continuiamo a essere sommersi da politici che di fronte a interrogativi ben precisi, talvolta anche di natura squisitamente tecnica, offrono con disinvoltura un ampio inventario di risposte buone per ogni occasione, del tipo: “Ma insomma, ma di cosa stiamo parlando? Vogliamo capirlo o no che siamo in un Paese in cui c’è gente che non arriva alla fine del mese?” oppure “ma noi dobbiamo andare al nocciolo del problema. Gli italiani non guardano alle manovre di palazzo, gli italiani guardano a ciò che si trovano in tasca” e così via. Il lettore si renderà facilmente conto di come tutto questo sia facilmente individuabile nel quotidiano contesto politico italiano, tuttavia ciò che non è altrettanto riconosciuto è l’incidenza di tale meccanismo. Un ascoltatore raffinato può certamente accorgersi di come numerose tematiche cruciali del vivere sociale e civile del nostro Paese vengano puntualmente affrontate in maniera del tutto superficiale, fallace e con un preoccupante pressappochismo logico. Il problema dell’immigrazione, per fare un esempio, viene spesso automaticamente contrapposto alle problematiche occupazionali che affliggono il Paese; il problema della disparità di diritti tra persone con differenti credi religiosi o differenti inclinazioni sessuali viene similmente contrapposto alla tematica della famiglia. Così, chi è meno restrittivo nei confronti dei vincoli relativi all’immigrazione viene accusato di disinteresse nei confronti degli italiani e chi è a favore di una maggiore tutela nei confronti dei diritti, ad esempio, degli omosessuali viene additato come nemico della “famiglia tradizionale”. Le conseguenze di tale meccanismo, pertanto, possono davvero essere ampie e dirompenti.

Come mai il cittadino comune continua a cascarci? Come mai non si innesca quel naturale meccanismo di immunizzazione che in altri casi porta alla saturazione di determinate tecniche argomentative?

Credo che la domanda non sia banale, tanto da pensare che sia più semplice individuare la soluzione al problema piuttosto che la causa. Partiamo dalla seguente riflessione: le scienze come la Fisica, la Biologia o la Matematica consentono di comprendere la realtà, mentre invece la Logica permette di acquisire uno spirito critico rispetto alle teorie e ipotesi che di volta in volta vengono proposte. Il sistema scolastico attuale sembra sottovalutare questa  differenza, puntando molto sull’acquisizione di conoscenze di base, un po’ meno sulla formazione di un acuto spirito critico che consentirebbe allo studente, già da giovanissimo, di affinare degli individuali strumenti di valutazione argomentativa, in modo da divenire una preda meno ingenua per gli abili persuasori del panorama politico. Affacciandosi all’ambiente accademico, lo studente ha un primo (e talvolta unico) incontro con la Logica nel caso in cui si trovi ad affrontare i test di ingresso per i Corsi di Laurea a numero chiuso. Qui, come per magia, una disciplina ignorata durante tutto il percorso scolastico, finisce per recitare la parte del leone. Il numero di domande di impronta logica presenti nella maggior parte dei quiz, supera infatti quello relativo alle domande di qualsiasi altra disciplina. In questi casi così, lo studente si trova ad affrontare delle domande basate sul ragionamento logico – e che talvolta con la Logica hanno ben poco a che fare – senza aver mai acquisito alcun rudimento di base, un po’ come se si chiedesse a un fisico di approntare un esperimento in un laboratorio senza averne prima studiato la teoria. Superato il test, la Logica torna a essere presente in maniera molto timida nei vari piani di studio e, a eccezione dei corsi di Laurea in Filosofia, è spesso del tutto assente. Insomma, nel comune percorso scolastico, un diplomato resta spesso del tutto ignaro del significato della Logica e un laureato finisce per associare alla Logica i contenuti minimali (e quasi giocosi) che ha acquisito durante la preparazione ai test d’ingresso. La falla a questo punto appare evidente.

L’introduzione della Logica tra le discipline della scuola secondaria è una possibilità già più volte ventilata ma mai realizzata strutturalmente. Studiare la Logica a scuola, fare propri alcuni sottili meccanismi del ragionamento permetterebbe di acquisire una maggiore raffinatezza di pensiero e ci consegnerebbe una popolazione più cosciente, meno raggirabile, con un più sofisticato spirito critico e capace di indirizzare il proprio voto con maggiore consapevolezza. Le ricadute di tale processo formativo potrebbero davvero essere non indifferenti.

Giuseppe Sergioli

4 commenti
  1. Giacomo Costa
    Giacomo Costa dice:

    Molto interessante. Ma i trucchi identificati sono espedienti retorici piu’ che veri errori logici. Sarebbe di una “logica pratica”, di una capacita’ di resistere a questi trucchi che avremmo bisogno. Certo c’e’ nei discorsi comuni piu’ di un abbagllo anche logico, la confusione tra condizione necessaria e sufficiente. O tra le negazione di una proposizione, e la sua contraria. Ma nel testo di Sergioli queste non sono ricordate..

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  1. […] Se fosse vero, questo avrebbe delle conseguenze anche pratiche. In molti, fra i quali anche Giuseppe Sergioli su questo blog, sostengono che lo studio della logica sia utile per acquisire la capacità di valutare […]

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