UNA VISIONE DISTORTA DELLA REALTA’

576020_orig

Tutti i grandi razionalisti, a partire almeno da Platone, attribuiscono scarso valore cognitivo alla percezione. Ad esempio Descartes è esplicito nell’affermare che i sensi dicono che cosa è utile e che cosa è nocivo, ma non come stanno effettivamente le cose. Del resto Kant distingue nettamente fra il mondo percepito, di cui si occupano le scienze empiriche e la realtà in sé, che può solo essere pensata dalla ragione. Ed è impossibile risalire al noumeno tramite lo studio dei fenomeni, poiché essi sono inquadrati dalle intuizioni a priori, dalle categorie e dagli schemi del soggetto conoscente. Nell’idealismo critico di fatto noi ci limitiamo a ritrovare nei fenomeni le strutture che noi stessi abbiamo loro imposto. Questo ha portato alla cosiddetta teoria della percezione come “segno”, proposta dal grande scienziato e filosofo Helmholtz. Secondo questo punto di vista non sussiste alcuna forma di somiglianza fra il mondo come è e il mondo come lo percepiamo. Quest’ultimo è cioè solo un segno del primo.

Tale impostazione si concilia bene con quella che oggi è la teoria più ragionevole e più accettata della percezione, cioè il rappresentazionalismo. Secondo questa prospettiva, infatti, benché sussista un’interazione causale fra lo stimolo fisico e la rappresentazione dello stimolo che il nostro corpo produce, noi non abbiamo una percezione diretta del mondo esterno, bensì solo un’attività intenzionale di rappresentazione dello stimolo.

Tuttavia la tesi secondo cui non sussiste alcuna somiglianza fra lo stimolo fisico e la sua rappresentazione è seriamente messa in discussione, da un lato, dal nesso causale che lega il primo alla seconda, dall’altro da un comune argomento di natura evoluzionistica. Quest’ultimo può essere formulato grosso modo così: le strutture che non sono state in grado di rappresentarsi in modo almeno in parte veritiero la realtà esterna hanno in media una fitness minore di quelle che invece lo sanno fare; perciò l’uomo, che si trova al termine di una selezione che dura da più di 4 miliardi di anni, non solo è in nesso causale tramite la percezione con il mondo esterno, ma le rappresentazioni che produce di quest’ultimo sono almeno in parte veridiche.

In una prospettiva fortemente razionalista, che ha spesso informato di sé la filosofia, e che anche oggi è molto diffusa, il problema della veridicità delle percezioni è abbastanza secondario. La conoscenza umana non sarebbe legata in modo particolare all’affidabilità delle percezioni, che svolgerebbero un ruolo secondario nella conoscenza, sia metafisica che scientifica. Per contro, per chi è almeno in parte affidabilista, cioè per colui che ritiene che la nozione di conoscenza non possa essere definita in sede normativa se non tenendo conto, almeno in parte, degli effettivi processi affidabili che psicologicamente accadono alle persone, l’argomento evoluzionistico è importante, cioè è un tassello per costruire una ragionevole epistemologia empirista.

Recentemente un brillante scienziato cognitivo americano che lavora al MIT, Donald Hoffman, ha prodotto interessanti argomenti contro la tesi secondo cui l’evoluzione favorirebbe una rappresentazione almeno in parte veridica della realtà. Egli mostra, infatti, che fra diverse strategie percettive, tendenzialmente quelle più veridiche sono perdenti dal punto di vista della teoria dei giochi, rispetto a quelle più utili per la fitness. Secondo Hoffman la percezione umana è una sorta di “interfaccia”, come l’icona di un file sul nostro desktop, che indica un certo file, senza darci informazioni veridiche su di esso, poiché la sua posizione sul desktop e il suo colore hanno poco a che fare con il file stesso.

Le ragioni per cui le strategie percettive veridiche sarebbero perdenti sono molteplici. In primo luogo, esse producono nella rappresentazione un maggior numero di informazioni sul mondo e per questo sono più costose dal punto di vista della fitness, poiché le energie impiegate per raccogliere le informazioni supplementari potrebbero essere usate per compiti più utili dal punto di vista della fitness. In secondo luogo, non è vincente la rappresentazione della realtà, ma l’informazione sulla fitness di un certo stimolo. Facciamo un esempio. Per un pescecane affamato è meglio incontrare un piccolo tonno che un grande squalo. Immaginiamo una funzione che misura in modo oggettivo la quantità di cibo di un certo territorio. Essa ha però solo 3 valori legati a due soglie di quantità del cibo: diciamo valore 1 per quantità di cibo compresa fra 0 e A, valore 2 per quantità di cibo maggiore di A, ma minore o uguale a B (con B maggiore di A) e valore 3 per quantità di cibo maggiore di B. A questa funzione associamo una certa strategia percettiva, cioè un dato modo di percepire il mondo. Chiamiamo tale strategia “semplice”, poiché essa riporta in modo veridico solo una parte delle relazioni reali. È facile capire che la strategia semplice ha più fitness della strategia “vera”, cioè quella che informerebbe in modo preciso quanto cibo si trova, poiché la strategia vera rallenta i movimenti di un essere vivente che la utilizzasse e sprecherebbe molte energie nel raccogliere informazioni inutilmente dettagliate. Tuttavia il risultato sconvolgente di Hoffman è che la strategia semplice “perde” rispetto alla strategia “interfaccia”, cioè quella che si disinteressa di come sia fatta la realtà, associando a ogni situazione solo la sua utilità per la fitness. Ad esempio, piuttosto che usare 3 valori in scala, come fa la strategia semplice, sarebbe meglio distribuirli su 2 valori: uno corrispondente a poco o troppo cibo e uno corrispondente a una quantità ragionevole di cibo. La rappresentazione interfaccia con soli 2 valori, cioè scarsa utilità e(alta utilità coglie meglio l’utilità della quantità di cibo, non rappresentando di fatto il suo valore oggettivo.

A questo punto la domanda epistemologicamente interessante è: possiamo considerare decisivo l’argomento di Hoffman, che porta acqua al mulino sempre verde dei razionalisti?

Direi che la risposta è “no”! Il modello proposto da Hoffman del rapporto fra percezione, decisione e azione è neurologicamente sbagliato, poiché non prende in considerazione il fatto che la nostra rappresentazione sensoriale della realtà tiene conto intrinsecamente di come possiamo agire per modificare quest’ultima. Ovvero la nostra fitness non dipende solo dall’utilità di una singola situazione effettiva, ma anche dal fatto che dobbiamo rappresentarci adeguatamente quella realtà in modo da muoverci per ottenere la risorsa che aumenta la nostra fitness. La veridicità della nostra rappresentazione non dipende tanto dall’utilità delle singole risorse che troviamo nel nostro ambiente, quanto dal fatto che dobbiamo muoverci in quell’ambiente per ottenerle. E la nostra rappresentazione del mondo “lo sa”, poiché essa si è evoluta non solo per darci informazioni sulla nocività e utilità di ciò che sta nell’ambiente, ma anche per ragguagliarci sulla sua configurazione spaziale e morfologica al fine di rendere possibili spostamenti in esso.

Occorrerebbe rifare i conti di Hoffman e inserire nel gioco fra le diverse strategie oltre al costo del raccogliere informazioni e all’utilità per la fitness della risorsa che si trova nell’ambiente, anche l’utilità di una rappresentazione spaziale e morfologica adeguata, utile per raggiungere la risorsa in questione. E allora, probabilmente, anche se la strategia vera probabilmente continuerebbe a perdere rispetto a quella semplice, quest’ultima probabilmente vincerebbe su quella interfaccia.

 

Riferimenti

D. Hoffman, C Prakash, “Objects of Consciousness”, Frontiers in Psychology, 5 (2014) 1-22.

D. Hoffman, M. Singh, “Computational evolutionary perception”, Perception, 41 (2012) 1073-1091.

T. Mark, B. B. Marion, D. D. Hoffman, “Natural selection and veridical perceptions”, Journal of Theoretical Biology, 266 (2010) 504-515.

Singh, D. D. Hoffman, “Natural selection and shape perception” in Dickinson S., Pizlo Z. (eds.), Shape perception in Human and Computer Vision: An Interdisciplinary Perspective, Springer, New York, 2013, pp….

 

Vincenzo Fano

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *