SI FA TROPPO PRESTO A DIRE “FROCIO”!

political_correctness_is_gay_ringer_mug-r10fd5e08ab5747a995e995602acb9154_x7jpm_8byvr_324La censura non è mai una cosa bella. Eppure accettiamo molto spesso limitazioni della libertà di espressione, ossia forme di censura, nelle nostre pratiche implicite di comportamento e nelle loro istituzionalizzazioni. Ad esempio, non ci è permesso di urlare le nostre opinioni in una biblioteca, o di cantare a squarciagola in un reparto ospedaliero. Certo, queste sono limitazioni che riguardano la maniera fisica di esprimere qualcosa, piuttosto che il contenuto delle parole pronunciate, e si può pensare che non sia così banale sostenere che almeno in alcune circostanze sia giusto limitare l’espressione in quest’ultimo senso.

Uno dei casi forse meno controversi di limitazione dell’espressione di contenuti è quello dell’incitazione alla discriminazione nei confronti di determinati gruppi sociali. A costo di risultare pedante, distinguerò tre concetti di discriminazione che mi sembra fondamentale avere in mente nell’affrontare tali questioni. Discriminare in senso neutro (o etimologico) significa semplicemente individuare differenze sulla base del possesso di certe proprietà (come in “discriminare il rosso dal giallo”); discriminare in senso normativo significa comportarsi in un determinato modo nei confronti di una persona o un gruppo sulla base di discriminazioni in senso neutro, e può avere forme negative (avere comportamenti “ostili” in qualche forma) e forme positive (avere comportamenti “favorevoli” in qualche forma); discriminare in senso ordinario significa discriminare normativamente una persona o un gruppo in maniera moralmente ingiustificata (ossia sbagliata).

È importante rendersi conto che la discriminazione normativa non è di per sé sbagliata, e quindi che non ogni forma di discriminazione normativa è una forma di discriminazione ordinaria. Esistono sicuramente forme di discriminazione normativa giustificata, sia positive, come il dovere di lasciare il posto sull’autobus agli anziani, sia negative, come l’impedire a chi non abbia conseguito una patente di guidare un’autovettura. Ed esistono sicuramente forme positive di discriminazione ordinaria, come favorire un proprio parente nella competizione per un posto di lavoro (si ricordi che qui per “positivo” non si intende moralmente encomiabile bensì, come specificato sopra, atto a favorire qualcuno), e forme negative di discriminazione ordinaria, come sfavorire una persona per la sua appartenenza ad un certo genere, o una certa etnia, o per le sue preferenze sessuali. Focalizziamoci su queste ultime, che sono anche quelle più comunemente associate al termine “discriminazione” nel suo significato ordinario. È ovvio che solo appellandoci a principi morali possiamo distinguere casi di discriminazione normativa moralmente “buoni” da casi di discriminazione ordinaria (ossia normativi e moralmente “sbagliati”). Ad esempio, appellandoci al principio che i comportamenti sessuali, se non sono in alcun modo lesivi di individui secondi o terzi non consenzienti, non sono moralmente condannabili, si può coerentemente argomentare che qualsiasi azione che fomenti la discriminazione nei confronti di persone sulla base dei loro comportamenti sessuali (ad esempio, gli omosessuali), sia di per sé moralmente sbagliata e in linea di principio dunque sanzionabile.

Esprimere apertamente contenuti spregiativi nei confronti degli omosessuali è un’azione che fomenta comportamenti discriminatori nei confronti degli omosessuali, e quindi favorisce una forma di discriminazione ingiustificata nei confronti di un gruppo sociale. (Come chiunque abbia seguito un corso di filosofia del linguaggio o di pragmatica sa, si possono “fare cose con le parole”.) Ne segue che la censura nei confronti di tali comportamenti verbali è giustificata. Certo, “discriminazione” non è solo un termine polisemico, ma può riferirsi a comportamenti che hanno conseguenze negative in una vasta gamma di casi, dai più lievi (entro certi limiti tolleriamo che i bambini prendano in giro un compagno con gli occhiali chiamandolo “quattrocchi”, o per lo meno sembrerebbe eccessivo invocare un codice sociale rigido o addirittura una legge per impedirlo) a quelli più gravi (si pensi alla disumanizzazione degli afro-americani nel periodo schiavista o a quella degli ebrei sotto il regime nazista), e si può discutere quale forma di censura nei confronti di comportamenti verbali contro gli omosessuali o certi gruppi etnici (ad esempio) sia giustificata nel contesto attuale. Inoltre, si possono aver dubbi sull’efficacia strategica di una censura in questi casi (almeno in certi contesti, le proibizioni esplicite possono sortire l’effetto opposto a quello inteso). Ma se il ragionamento sopra è nelle sue linee generali corretto, almeno in linea di principio un atteggiamento censorio nei confronti del linguaggio denigratorio nei confronti degli omosessuali non può essere escluso su basi morali.

La questione che mi interessa affrontare in questo post, però, è più specifica, e riguarda l’imposizione di un linguaggio politicamente corretto nei contesti istituzionali o comunque pubblici. Il politicamente corretto (rispetto al linguaggio) può essere visto come una forma di censura che consiste nel ritenere non accettabile l’uso di certe parole a discapito di altre — un codice di “comportamento linguistico” che prevede sanzioni (anche se non necessariamente a livello legislativo) per chi lo infrange. Ad esempio, è una forma di politicamente imporre di non usare in contesti pubblici un termine come “frocio”, in quanto capace di veicolare contenuti negativi nei confronti degli omosessuali e quindi di fomentare e facilitare la discriminazione degli omosessuali nella società. Si noti il cambio di focus: la questione non è di per sé evitare che certi contenuti vengano comunicati (quelli che incitano alla discriminazione degli omosessuali), ma piuttosto quello di imporre un tabù sull’uso di certe parole. La differenza non è banale, perché sicuramente esistono diversi modi di veicolare, grossomodo almeno, uno stesso contenuto, e dunque ci si può domandare se l’uso di specifici termini possa essere mai oggetto di atteggiamento censorio giustificato.

Il motivo per cui, penso, sia giusto in fin dei conti rispettare e entro certi limiti imporre il politicamente corretto nei confronti di epiteti denigratori come “frocio” sta nel loro funzionamento semantico tipico. In particolare, sembrerebbe esserci una differenza importante fra il modo in cui gli epiteti denigratori di gruppi sociali specifici si comportano nell’interazione con le altre parti del discorso e il modo in cui si comportano insulti generici come “stronzo” o “coglione”. Si prenda il caso della negazione. Poniamo che Andrea parli in un contesto pubblico di Michele dicendo “Michele è un frocio”. L’espressione verrebbe percepita come un insulto non solo nei confronti di Michele, ma anche degli omosessuali in generale. La situazione è chiaramente differente nel caso in cui Andrea dica “Michele è uno stronzo”, perché in tal caso Andrea starebbe insultando Michele, ma nessun altro, tantomeno gli omosessuali. Supponiamo però che Andrea dica “Michele non è uno stronzo”, in questo caso, nessuna offesa è veicolata (se non al bon ton). Se però Andrea dice “Michele non è un frocio”, non starebbe insultando Michele, ma con il semplice fatto di usare la parola “frocio” insulterebbe comunque gli omosessuali. Tale fenomeno è noto in semantica come “scoping out”, ossia uscita dall’ambito (della negazione): è come se la parte denigratoria nei confronti del gruppo sociale di riferimento non interagisse con la negazione, ma “saltasse fuori” veicolando l’informazione che il parlante ha un atteggiamento ostile nei confronti degli omosessuali.

La mia spiegazione preferita di questo fenomeno è che il termine “frocio” a differenza di termini neutri come “omosessuale” o “gay” venga percepito come un termine degli omofobi, ossia di quel gruppo di persone le quali più o meno esplicitamente ritengono giusto che gli omosessuali siano da discriminare. Per questo motivo, “frocio” ha una componente espressiva che segnala l’atteggiamento tipico degli omofobi nel parlante, e che a differenza della sua componente descrittiva non interagisce con la negazione (si noti che dicendo “Michele non è un frocio”, Andrea sta anche dicendo che Michele non è omosessuale). Quindi, indipendentemente dalle intenzioni del parlante (che di per sé magari non aveva intenzione esplicita di insultare un intero gruppo sociale), il semplice uso della parola è sempre ad alto potenziale di rischio di veicolare messaggi che facilitino o fomentino un atteggiamento discriminatorio nei confronti degli omosessuali. Per questo motivo frasi come “Michele non è frocio, ma non ho niente contro gli omosessuali” suonano quasi sempre un po’ insincere, o addirittura vagamente contraddittorie. Se il funzionamento semantico di tali termini è, al di là della correttezza dei dettagli, quello sopra descritto, allora sembrerebbero esserci buoni motivi per applicare un tabù sull’uso di termini specifici che funzionano semanticamente come “frocio”, e quindi per sostenere che il politicamente corretto abbia una giustificazione morale (ossia sia giusto).

C’è però un argomento contro l’applicazione del politicamente corretto in generale, che all’apparenza è coerente con quanto detto sinora, ma che nonostante una sua plausibilità iniziale penso sia sostanzialmente fallace. L’argomento, o meglio l’idea di fondo comune a molte argomentazioni che mi è capitato di incontrare frequentemente, anche in forma scritta su giornali autorevoli, è che il politicamente corretto si presti facilmente a forme di “eccesso” o “esagerazione”, che sono chiaramente sbagliate se non ridicole, e che ne minerebbero la legittimità in generale.

Nella versione più grossolana dell’argomento, il politicamente corretto è visto spesso come una reazione esagerata, perché almeno nei casi in cui l’intenzione del parlante non è esplicitamente ostile nei confronti del gruppo in questione (come quando qualcuno dal finestrino di una macchina urla “frocio” a chi gli ha tagliato la strada), il danno sociale causato dalla discriminazione fomentata non avrebbe conseguenze gravi. Tale ragionamento è fallace perché si basa su di una associazione fra cosa il parlante ha in mente quando usa “frocio” e l’effetto sociale dell’uso della parola che è del tutto arbitraria. Come notato, il meccanismo semantico tramite cui la denigrazione del gruppo viene convogliata è in larga parte indipendente dalle intenzioni del parlante, e dunque anche gli usi non espressamente omofobi di “frocio” (o quelli non espressamente razzisti di “negro”) contribuiscono comunque alla diffusione di atteggiamenti discriminatori. Si tenga presente inoltre che la discriminazione in questione è implicita (non è tematizzata da chi la opera) e indiretta (non solo gli atti di violenza o di aperto disprezzo sono discriminatori), ed è dunque facile sottovalutarne la portata. Ossia, abbiamo a che fare con atteggiamenti e comportamenti (fra cui anche quelli verbali) la cui portata discriminatoria individuale, per così dire, è oggettivamente lieve, ma che essendo ampiamente diffusi e percepiti come accettabili o “normali” dalla comunità in generale risultano collettivamente estremamente lesivi e opprimenti nei confronti degli individui appartenenti al gruppo in questione. (Del resto, quanto sia grave la situazione di discriminazione di un dato gruppo in una data società e dato periodo storico è una questione empirica, rispetto a cui contano dati statistici come le differenze nei ruoli sociali, nei salari, e nella soddisfazione individuale a parità di condizioni, mentre sono del tutto irrilevanti le intuizioni su “come stiano davvero le cose”.)

Nella versione più raffinata dell’argomento, il politicamente corretto porterebbe inevitabilmente alla sua applicazione in contesti in cui non saremmo giustificati ad applicarlo. L’accusa sembra fondata se si pensa al politicamente corretto come una mera forma di divieto di usare certe parole. Se “frocio” è una parola tabù, allora qualsiasi suo uso dovrebbe essere di per sé proibito (con l’esclusione forse della sua semplice menzione tra virgolette, come quella che avete appena letto). Ma è ovvio che ciò porterebbe a situazioni ridicole, perché non in ogni contesto “frocio” fomenta la discriminazione degli omosessuali. Almeno alcuni usi interni al gruppo degli omosessuali, possono avere le caratteristiche di usi cosiddetti di riappropriazione, in cui il gruppo sociale rivendica la parola come propria e non offensiva. È un fenomeno che si osserva ad esempio nella variante “nigga” del termine denigratorio “nigger” in molti contesti di discorso interni al gruppo etnico degli afro-americani negli Stati Uniti (si pensi alle canzoni rap), e che ha portato termini come “gay” o “queer”, inizialmente denigratori e offensivi, a essere percepiti e usati come termini neutri dall’intera comunità linguistica. Chiaramente sarebbe ridicolo applicare (o aver applicato in passato) la regola di non violare il tabù del politicamente corretto in questi casi. Similmente, almeno alcuni usi ironici dei termini denigratori possono avere una funzione altamente anti-discriminatoria. Ad esempio, alcuni usi in film, spettacoli teatrali e altre forme di espressione artistica, oppure usi pubblici in cui si sfruttano forme di raffinato umorismo per deridere gli omofobi o i razzisti tramite la violazione del tabù sulla parola. In tutti questi casi l’applicazione del politicamente corretto sarebbe una strettura ottusa, non solo perché probabilmente strategicamente controproducente, ma anche perché in linea di principio del tutto ingiustificata.

Sono d’accordo che in tali contesti applicare il politicamente corretto sarebbe inopportuno. Non penso però che da ciò, insieme alla descrizione del comportamento semantico di termini come “frocio” data sopra, segua che il politicamente corretto in quanto forma di censura sulle parole generalizzi inevitabilmente a tali contesti e non sia perciò giustificato di per sé. I contesti in cui non sorge la connessione con l’elemento che potenzialmente rafforza la presenza di comportamenti discriminatori nella società, e quindi in cui dobbiamo fare un’eccezione alla regola generale del tabù sulla parola, sono sufficientemente peculiari da non costituire casi standard, ossia casi indicativi di ciò che normalmente viene comunicato con l’uso di tali termini. In altre parole, sarebbe ingenuo pensare che si abbia un “lasciapassare” all’uso di termini come “frocio” ogni volta che il contesto è in qualche modo distaccato da un atteggiamento discriminante nei confronti delle persone del gruppo di riferimento; i contesti in cui effettivamente la parola non risulta dannosa (e quindi si abbia diritto a un “lasciapassare”) sono radicalmente diversi da quelli ordinari. Nel caso della riappropriazione si può pensare che sia in atto addirittura qualcosa come un processo che porti a un cambio di significato (lo suggerisce, ad esempio, la storia della voce “gay” nei principali dizionari inglesi). Inoltre, la riappropriazione di un termine spesso passa attraverso forme esplicite di rivendicazione, che richiedono espressioni pubbliche volte a rendere evidente il “nuovo uso” del termine (si pensi di nuovo a forme artistiche come il rap, o la funzione di slogan come “we are here, we are queer, get over it”). Analogamente, nel caso di spettacoli o di manifestazioni sociali di ironia, occorre maestria dialettica per rendere effettivamente innocuo o addirittura anti-discriminatorio l’uso di termini pesantemente associati alla discriminazione di certi gruppi; non basta certo l’intenzione di far ridere per far si ché un proferimento di “frocio”, ad esempio, non sia un gesto di sostegno indiretto alla discriminazione degli omosessuali. Anzi, molti usi di termini come “frocio” in contesti di umorismo gretto sono tipici esempi di usi discriminatori, proprio perché vengono percepiti come innocui senza esserlo. Dunque, anche se in pratica può non sempre essere facilissimo individuare gli usi che meritano delle eccezioni alla censura generale, l’argomento per cui il politicamente corretto porterebbe troppo facilmente a una generalizzazione ingiustificata è fallace, perché per quanto siano in effetti ottuse le applicazioni del politicamente corretto a casi del genere, un atteggiamento di prudenza nei confronti di virtualmente ogni contesto, soprattutto se pubblico e istituzionale, non è di per sé sbagliato. Ciò vale anche per i casi di usi di usi amicali esterni al gruppo. Ad esempio, (un esempio portato alla mia attenzione da Vincenzo Fano), l’uso scherzoso ma affettuoso di “frocio” fra maschi prevalentemente eterosessuali. Non si tratta di mettere in dubbio l’atteggiamento di fondo (come se dietro ogni uso di “frocio”, gratta gratta, si nascondesse un omofobo), ma nuovamente del rischio di sottovalutare la portata sociale di questi usi. Se anche si può assumere che nessuno dei maschi che partecipano a tali “giochi linguistici” comunichi ostilità nei confronti degli omosessuali, sarebbe ingenuo non riconoscere che non si stia manifestando che l’appartenenza alla categoria in questione costituisca una qualche forma di stigma. Forse se l’uso non è pubblico, ma rimane privato, sarebbe eccessivo ritenere opportuna una forma di auto-censura. Ma d’atro canto non è sempre facile stabilire i confini di un sotto-gruppo linguistico. Si pensi ad usi analoghi fra ragazzi o adolescenti eterosessuali, piuttosto che maschi adulti ben educati. Anche quando in tali contesti “frocio” non viene usato sistematicamente come un insulto, ma in maniera amicale e tuttalpiù canzonatoria, il fatto che si usi il termine denigratorio porta a ribadire certe distinzioni, se non a rafforzare certi stereotipi, che possono facilmente portare a situazioni di svantaggio o disagio chi, ad esempio, si stia facendo domande sulla sua sessualità.

In una terza versione dell’argomento, l’eccesso è dovuto all’estensione del politicamente corretto a termini che si possa dubitare essere offensivi. Ad esempio, “cieco” è effettivamente offensivo? Davvero è meglio usare “non vedente”? Oppure, per rifarsi a un caso più recente, persone altrimenti favorevoli a combattere la discriminazione nei confronti dei transessuali possono ritenere non discriminatoria un’espressione come “sex change” (cambio di sesso). In tal caso, sarebbe un eccesso censurarla a favore di “gender confirmation surgery” (operazione di conferma del genere). Dilungarmi su questa terza versione dell’argomento mi porterebbe troppo lontano dal tema di questo post. Faccio solo notare in primo luogo che anche qui le sensazioni e intuizioni rispetto all’influenza e alle conseguenze di un uso diffuso di un termine, o la sua sostituzione per un termine che suggerisca un atteggiamento più positivo, possono non essere affidabili. E, in secondo luogo, anche se questi casi fossero forme di eccesso, da ciò non segue che casi chiaramente denigratori, come per “frocio” o “negro”, lo siano.

(Ringrazio per aver letto una prima versione del post, e per gli utili commenti: Elena Casetta, Vincenzo Fano, Samuele Iaquinto, e Daniele Santoro).

Giuliano Torrengo

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