SCIENTISMO NO GRAZIE

downloadTra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, alcuni autorevoli pensatori appartenenti a settori disciplinari diversi, come la filosofia, la fisica, la matematica, la biologia, la sociologia ecc., si sono trovati d’accordo nel tentare di instaurare e di sviluppare, soprattutto in Europa, un clima culturale che è stato definito antimetafisico, ma che sarebbe più esatto definire antifilosofico. Coloro, infatti, che hanno contribuito a formare e ad alimentare (lanciando, come dice Karl Popper, improperi contro la metafisica) tale clima, pur non avendo di mira, in modo specifico, l’intera cultura filosofica, hanno finito con il ripudiarla nel suo complesso, come si evince dalle parole di uno di loro, Bertrand Russell.

Dopo aver affermato, in un corso di conferenze tenute a Boston nel marzo e nell’aprile del 1914, che sin da quando Talete disse che tutto è acqua, i filosofi sono stati pronti ad enunciare disinvolte affermazioni sulla totalità delle cose; e allo stesso modo vennero disinvolte confutazioni da parte di altri filosofi sin da quando Talete fu contraddetto da Anassimandro, Russell conclude proponendo una nuova filosofia di tipo scientifico che, a suo dire, si può chiamare «atomismo logico» e che si basa sull’‘indagine critica della matematica. Detta indagine permetterebbe alla filosofia di costruire ragionamenti logici che conducano a conclusioni empiricamente controllabili. In altri termini, l’intento di Russell è quello di fondare una nuova filosofia in cui ogni risposta a possibili domande sia, nello stesso tempo, anche una risposta affermativa a quella domanda che l’empiriocriticista Ernst Mach era solito porre quando si trovava di fronte a teorie che ipotizzassero l’esistenza di qualcosa: ne hai visto una? Malgrado alcune fondamentali istanze dell’atomismo logico abbiano influenzato, tramite Ludwig Wittgenstein, l’empirismo logico tedesco che ha, così, contribuito alla loro diffusione, sembra, tuttavia, che gli intenti di Russell non abbiano, almeno per buona parte della prima metà del XX secolo, trovato una vasta accoglienza, tanto che, a distanza di anni nel 1951, Hans Reichenbach, alfiere del Circolo di Berlino e sostenitore delle tesi del Circolo di Vienna, dopo aver, con rammarico, appurato, in un suo propagandistico e tardivo testo dal significativo titolo La nascita della filosofia scientifica [in nota: Il testo riprende in parte temi già trattati in articoli precedenti come, ad esempio, Logistic Empiricism in Germany and Present State of its Problems, pubblicato in The Journal of Philosophy, nel 1936], che la filosofia scientifica, pur esistendo già da tempo, è, purtroppo, un fatto insufficientemente noto, si sente in dovere di ridire che cosa la filosofia sia e che cosa dovrebbe essere, affermando, così come aveva fatto Russell, che la logica è la parte tecnica della filosofia e proprio per questo essa è indispensabile al filosofo.

Ciò che è nostro interesse sottolineare è che nella proposta di fondare una filosofia scientifica opera, anche se non in modo espressamente dichiarato, una identificazione del pensiero filosofico con la logica, ritenuta, erroneamente, capace di porre tra le sue costruzioni e la realtà una inconfutabile corrispondenza che le costruzioni del pensiero filosofico non hanno saputo porre. In altre parole, la filosofia scientifica non farebbe quelle disinvolte affermazioni sulla totalità delle cose, che Russell imputa alla filosofia tradizionale, ma fornirebbe spiegazioni aderenti ad una realtà che tutti possono osservare. Detta identificazione, a cui consegue, necessariamente, anche la richiesta di abbandonare tutte le altre metodologie di ricerca e di attenersi soltanto a quella di tipo scientifico, emerge anche dalle riflessioni di altri pensatori, soprattutto tedeschi, che, successivamente, hanno raccolto l’eco dell’opinione russelliana secondo la quale la filosofia debba essere ispirata da un genuino spirito scientifico. Ad esempio, Moritz Schlick, uno dei maggiori rappresentanti del Circolo di Vienna,  afferma, in un articolo pubblicato sulla rivista Erkenntnis agli inizi degli anni Trenta, che la filosofia non è un sistema di proposizioni, non è una scienza ovvero non coincide con il ragionamento logico; e, proprio perché non è tale occorre, come sostiene il fisico Philipp Frank, altro autorevole rappresentante del Circolo di Vienna, che essa sia assorbita dalla scienza alla quale spetterebbe il meritevole compito di purificarla.

Che i suddetti concetti siano quelli che stanno alla base del clima antifilosofico di cui si sta parlando risulta anche da alcune riflessioni di Reichenbach il quale, manifestando la stessa insofferenza verso la filosofia di tipo tradizionale espressa da Russell, riassume e ripropone indicazioni che fanno comprendere come l’ideale della filosofia scientifica comportasse un indebito appiattimento del pensiero filosofico sulle metodologie logico-matematiche. Ecco un passo, dice Reichenbach, tratto dagli scritti di un famoso filosofo: «la ragione è sostanza, potere illimitato, materiale infinito e base di tutta la vita naturale e spirituale; nonché, forma infinita e principio del movimento. Essa è la fonte da cui ogni cosa deriva il proprio essere». Posti di fronte a simili creazioni linguistiche, molti lettori finiranno per spazientirsi. Non riuscendo a cavarne fuori alcun significato, mediteranno forse di buttare il libro nel fuoco. Per superare tale reazione emotiva e assumere un atteggiamento logicamente critico, essi dovrebbero intraprendere l’esame del linguaggio filosofico da un punto di vista neutrale, analogo a quello del naturalista che studia un raro tipo di coleottero. Nella suddetta opinione, dalla quale emerge con evidenza quella concezione panliguistica e panscientifica della conoscenza umana presente nel clima antifilosofico che si è cercato di instaurare, esiste la credenza, che risente molto del pensiero di Wittgenstein, secondo la quale alle strutture costruite da una logica fornita anche di organi del senso corrisponderebbero identiche strutture della realtà.

Inoltre, Reichenbach, denunziando un presunto uso improprio, da parte dei filosofi, di termini come, ad esempio, materiale e sostanza e proponendo di usarli così come li usa lo scienziato, mostra come, nella proposta di fondare una filosofia scientifica, svolgesse un ruolo rilevante la credenza che tali termini non fossero affetti, nell’uso scientifico, da quelle oscurità, incertezze, limitazioni ecc. che sarebbero, invece, presenti nell’uso filosofico. Ma la finalità più nascostamente presente nella terapeutica proposta della filosofia scientifica di eliminare il pensiero scadente (leggi il pensiero filosofico) è, in ultima analisi, quella di convincere che soltanto alla scienza spetti il diritto di assumere un ruolo dominante nella cultura e nella società. A tal proposito, dobbiamo, a nostro avviso, prendere atto del fatto che il suddetto intento si sta realizzando, ai giorni nostri, grazie al supporto dei mass media che inducono il fruitore dei prodotti scientifici a credere che soltanto la scienza sia in grado di fornire spiegazioni vere ed esaustive di tutti gli aspetti della realtà, compresi anche, come è stato ben rilevato, quelli riguardanti l’intimo della nostra coscienza e i meccanismi dei nostri sentimenti più segreti.

Ora, ciò che è nostro interesse sottolineare (senza per questo giungere all’eccesso di negare, come fa Francesco Albèrgamo, all’impastar farina ovvero alla scienza sperimentale il diritto di essere anche vera farina ovvero vera teoretica, è l’utilità per chiunque di essere più guardingo sia nei confronti di cattedratiche posizioni antifilosofiche e panscientifiche sia nei riguardi di eventuali loro infiltrazioni nel tessuto socio-culturale, attraverso i moderni e più sofisticati mezzi di comunicazione. Oggi, i mezzi di comunicazione di massa utilizzano, infatti, uno specifico modo di presentare i risultati dell’attività scientifica che Carl Gustav Hempel, filosofo della scienza gravitante, a suo tempo, nell’orbita del Circolo di Berlino, chiama ellittico (la spiegazione ellittica è paragonabile all’entimema di cui parla Aristotele nella Retorica). Spesso, dice Hempel, le spiegazioni causali vengono enunciate in forma ellittica: esse, cioè, non fanno menzione di certe assunzioni presupposte nel processo esplicativo e ivi ritenute senz’altro scontate. Tali spiegazioni sono talvolta espresse nella forma «E perché C», in cui E è l’evento che deve venir spiegato e C un qualche evento o stato di cose antecedente o concomitante.

Grazie a questo modo ellittico di manipolare e di presentare gli originari risultati della scienza, i mass media alimentano, il più delle volte soltanto per nascosti fini utilitaristici, quella credenza che costituisce il riflesso più negativo della filosofia scientifica e secondo la quale solo la scienza sarebbe in grado di dare risposte certe. A causa del suddetto modo di presentare i risultati della ricerca scientifica è, oggi, notevolmente aumentato il numero di coloro che sono ben disposti ad accettare come valide le spiegazioni, qualunque esse siano, dei fenomeni così veicolate. Ciò comporta anche un notevole incremento del rischio di cadere in quella stessa illusione panscientifica dalla quale è stata irretita, insieme a Russell e al primo Wittgenstein, la maggioranza dei componenti dei Circoli di Berlino e di Vienna. Pertanto, al fine di evitare i pericoli derivanti dalla creazione di nuovi idola theatri (quegli stessi osteggiati da Bacone e dei quali Reichenbach crede non faccia parte la sua filosofia scientifica), così come al fine di non cadere nell’inganno di dannose idolatrie alimentate dai mass media, che riporterebbero il rapporto tra la scienza e il suo fruitore ai tempi di quella concezione canonica, vigente tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, secondo la quale il pubblico profano (ovvero tutti gli altri) debba limitarsi ad assorbire passivamente le idee che derivano dall’attività scientifica, sarebbe opportuno porre un po’ di attenzione al modo di procedere della ricerca scientifica partendo da una analisi del modo in cui vengono costruiti i modelli esplicativi-predittivi che stanno alla base tanto di ogni spiegazione causale quanto di ogni teoria. Proprio perché, oggi, siamo sempre più spesso chiamati a rispondere su questioni veicolate attraverso i mass media e riguar­danti le applicazioni pratiche della scienza (basti pensare, ad esempio, ai problemi connessi all’ambiente o ad alcuni temi della bioetica che, come dice Umberto Galimberti, sembrano sconquassare una infinità di categorie antropologiche sulle quali continuiamo ad appoggiarci), una minore o maggiore attenzione verso l’operato scientifico si ripercuote, attraverso le nostre stesse decisioni, su noi stessi.

Non di rado accade che una cattiva o carente comprensione dell’operato della scienza incida fortemente sulla varietà dei nostri problemi esistenziali, come è accaduto, ad esempio, in seguito ad una indebita strumentalizzazione del principio di indeterminazione di Heisenberg, che negherebbe il principio di causa, o in seguito ad una cattiva divulgazione della teoria della relatività di Einstein, che direbbe che tutto è relativo. Non c’è niente, afferma Bertrand Russell, nel principio d’indeterminazione che mostri che qualche evento fisico non è causato. Così è anche per la teoria della relatività di Einstein la quale contrariamente a quanto dicono i predicatori fasulli, afferma Tullio Regge a proposito delle fuorvianti divulgazioni massmediatiche delle scoperte scientifiche, nulla concede a un relativismo letterario ben espresso dalla storica idiozia: «come dice Einstein tutto è relativo e nulla è assoluto». Poiché, oggi, la palma dell’ipse dixit non spetta più ad Aristotele, ma al mezzo di comunicazione, che utilizza argumenta ad verecundiam molto più efficaci di quelli messi in luce, negli anni Trenta, da Otto Neurath, propagandista ufficiale del Circolo di Vienna, è necessario saper riconoscere un sapere scientifico per evitare di essere (vuoi attraverso un massiccio e reiterato bombardamento di informazioni, vuoi attraverso sofisticate tecniche subliminali) indotti, come è stato ben osservato, a scegliere, come si fa in un supermercato, l’articolo o il programma scientifico o il saggio letterario che più si avvicini alla propria e personale immagine di scienza. Soltanto se siamo in grado di raggiungere un accettabile livello di consapevolezza che ci permetta di sapere, diciamo così, dove mettere le mani quando ci troviamo di fronte alla spiegazione causale di un fenomeno, allora abbiamo buone probabilità di essere anche in grado di acquisire una migliore conoscenza e un maggiore controllo dell’ambiente in cui viviamo.

Carlo Morelli

1 commento
  1. Johne987
    Johne987 dice:

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