RIMANDARE, MA CON FILOSOFIA

images“Non rimandare a domani ciò che puoi fare dopodomani”. La massima del buon vecchio Mark Twain risuona allegra nella mente dei procrastinatori. In parte lo siamo tutti: non c’è nessuno che, almeno qualche volta nella vita, non abbia rimandato ciò che avrebbe dovuto fare. C’è anche chi rimanda sistematicamente, tutto e sempre. In questo caso però la pigrizia c’entra poco. Si tratta piuttosto di un’attitudine da ricercare nel proprio patrimonio genetico.

Un recente studio dell’Università del Colorado dimostra infatti che la tendenza a rimandare è determinata da fattori ereditari. Gli stessi, secondo la ricerca, a cui dobbiamo ascrivere la propensione a esser impulsivi. Osservando una serie di persone (gemelli, in quanto il loro corredo genetico è lo stesso) e monitorando la loro abilità a strutturare e perseguire un obiettivo, portandolo a buon fine, lo studio pubblicato su Psychological Science mette in luce diverse novità. Prima fra tutte la dimostrazione che l’essere impulsivi è un vantaggio evolutivo, poiché ha aiutato i nostri antenati nella loro sopravvivenza quotidiana. E ha a che fare con la procrastinazione che però è un fenomeno soltanto moderno, poiché gli obiettivi più a lungo termine rispetto al soddisfacimento dei bisogni primari sono recenti nella storia evolutiva dell’umanità. Ma sono correlati: i ricercatori sottolineano che vi è una sovrapposizione fra le due tendenze, mentre è difficile trovare un nesso di causalità. Cioè: agiamo impulsivamente perché a forza di procrastinare ci mettiamo in un angolo e ci costringiamo a prendere una decisione rapida? Ma al di là di questo, scrive l’autore dello studio Daniel Gustavson, «sapere qualcosa di più sulla procrastinazione può aiutare a sviluppare interventi al fine di prevenirla».

In questo caso il massimo esperto in materia è senza dubbio il filosofo americano John Perry. Docente a Stanford, un lontano giorno del 1995 invece di lavorare al progetto a cui avrebbe dovuto dedicarsi, il filosofo inizia a riflettere sulla sua propensione a rimandare le cose. Naturalmente non è che non facesse nulla: al contrario faceva alcune cose mentre altre, inevitabilmente, cadevano nel laconico “lo farò domani!”. Ecco allora che, invece di fare l’importante cosa che avrebbe dovuto fare, Perry inizia a scrivere un saggio dove sviluppa il concetto di Procrastinazione strutturata. Il saggio, pubblicato sulla prestigiosa rivista accademica The Chronicle of Higher Education, qualche anno dopo sarà ristampato nei geniali Annals of Improbable Research.

Ma l’immortale fama gli verrà solo nel 2011 con il conseguimento, proprio per questo vecchio e mirabile articolo (probabilmente anche la giuria ha ritenuto opportuno rimandare), del favoloso premio IgNobel, parodia sarcastica del più blasonato riconoscimento svedese (ogni anno vengono premiate le ricerche più inutili e bizzarre prodotte nel mondo intero). Ecco così che Perry diventa una sorta di autorità mondiale sul tema: decide perciò di aprire un sito per raccogliere le esperienze dalle decine e decine di mail che riceve ogni settimana. Sono moltissime le persone che, dopo aver letto il suo saggio, gli scrivono per ringraziarlo e raccontare la propria esperienza. Ad alcuni, dicono, ha cambiato la vita: fino ad allora avevano sempre rimandato le cose importanti, facendone altre, e grazie a Perry ora non si sentono più schiacciati dal senso di colpa e possono finalmente essere in pace con sé stesse. Insomma, essere ritardatario non significa non avere una dignità come essere umano in grado di realizzare un sacco di cose.

Ecco allora che Perry, sospinto da più parti, decide di sviluppare l’argomento nel libro The Art of Procrastination (uscito nel 2012 e ben tradotto in italiano da Andrea Plazzi per Sperling & Kupfer, nonostante l’infelice resa del titolo con un più beffardo La nobile arte del cazzeggio). Il motivo per cui l’ha scritto è piuttosto semplice: l’autore (un procrastinatore strutturato lui stesso) doveva valutare manoscritti e libri, commentare una proposta per la National Science Foundation, assicurare l’insegnamento e l’attività accademica, leggere tesi… Ebbene, ha scritto il libro proprio per non fare tutto questo: «È questa l’essenza di ciò che chiamo procrastinazione strutturata, una strategia davvero stupefacente da me scoperta che fa dei ritardatari cronici degli esseri umani a tutti gli effetti, rispettati e ammirati per i loro risultato e per l’uso accorto che fanno del loro tempo». Il tema era già stato affrontato nel 1930 da Robert Benchley, in un suo articolo pubblicato sul «Chicago Tribune» e intitolato Come concludere le cose: «chiunque può svolgere qualsiasi quantità di lavoro, a patto che non sia il lavoro che dovrebbe fare in quel momento».

Ma oltre questo ci sono piccoli indizi, ci dice Perry, che possono esser utili per capire se siete o meno procrastinatori. Se per esempio compilate spesso liste di cose da fare per poi godere del piacere immenso di spuntare quelle realizzate (magari quelle in basso della lista, mentre quelle più importanti, in alto, vengono ricopiate di volta in volta e procrastinate a oltranza); oppure se avvertite il peso di una scadenza soltanto qualche giorno dopo (se non settimane) la sua scadenza, ecco allora che siete indubbiamente ritardatari e questo libro potrà aiutarvi. Perché vi permetterà di vederla sotto un altro punto di vista. Per esempio soffrire della “sindrome da carenza di parentesi chiuse” (la difficoltà a giungere al termine di un ragionamento per via delle molteplici argomentazioni lasciate aperte) è il sintomo di una naturale tendenza al rimandare, eppure può essere stimolante per la creatività e segno di una mente debordante di idee. Oppure il ribaltamento del vecchio adagio “non fare domani quello che puoi fare oggi” in un “non fare oggi quello che potrebbe non esserci più domani”: ovviamente, avverte Perry, questo è un consiglio rivolto non ai procrastinatori strutturati, i quali lo seguiranno automaticamente (per quella che chiama “indennità aggiuntiva”, ovvero i lati positivi del rimandare), bensì a tutti gli altri. Infatti spesso il lasciar maturare le situazione ha i suoi benefici e, esempi alla mano, il filosofo ci dice che a volte si fa qualcosa che poi non servirà.

Insomma, rimandare non è questione di volontà ma, come dimostra lo studio dell’Università del Colorado, di geni. Si tratta di un sottoprodotto evolutivo dell’impulsività: perciò saper gestire gli obiettivi, prendere decisioni avventate, ritardare le nostre azioni e non raggiungere gli scopi preposti hanno tutti una comune base genetica (i procrastinatori strutturati sono difatti anche impulsivi, anche se non è ancora chiaro a livello cognitivo quanto siano importanti le influenze biologiche e ambientali).

Inutile perciò pensare che esser procrastinatori sia una virtù abilmente dissimulata. È un difetto, inutile negarlo. Ma non serve a nulla farsene una colpa. C’è da diffidare di coloro (e pare che in America siano molti) che si battono nel tentativo di liberare da questo vizio (dai manuali di auto aiuto ai corsi e ai consigli pratici di diversi siti e psicologi). Piuttosto conviene fare pace con se stessi. Del resto il grande economista e filosofo politico Friedrich Hayek diceva che nella vita sociale l’organizzazione spontanea sia di norma più produttiva della pianificazione centralizzata. Perciò, consiglia Perry, se siete procrastinatori strutturati come lui non sarete i più efficienti al mondo, certo, però potrete realizzare ugualmente un mucchio di cose anche importanti che probabilmente non avreste mai fatto aderendo a comportamenti più “organizzati”. E soprattutto date corso al più filosofico e saggio di tutti i consigli: godetevi la vita.

Marco Filoni

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