PUO’ UNA MACCHINA DIVENTARE COSCIENTE?

turing20testConsiderate il caso di una macchina che sia in grado di conversare con un essere umano, risolvere problemi di matematica, scrivere poesie, e via discorrendo. Direste che quella è una macchina pensante? Se stiamo ai criteri stabiliti dall’imitation game di Turing dovremmo rispondere: sì.

Se però noi ci chiediamo: oltre a saper svolgere tutti quei compiti, quella è anche una macchina cosciente? Possiede, cioè, qualcosa di paragonabile ai nostri “vissuti interiori”? La risposta a questa seconda domanda non è affatto scontata.

Per quanto ne sappiamo, la nostra macchina potrebbe fare tutte quelle cose senza avere la minima coscienza di quello che sta facendo, come se fosse uno zombie. Supponiamo per un momento che ciò sia possibile. Ciò significherebbe che una macchina potrebbe svolgere in modo non cognitivo quegli stessi compiti che noi svolgiamo per mezzo di processi cognitivi. Ad esempio, potrebbe scrivere una poesia sul senso dell’esistenza – qualcosa tipo A se stesso di Leopardi – senza avere la più pallida idea di cosa significa stare al mondo o soffrire.

Oppure c’è un’altra possibilità: è possibile che, oltrepassato un certo grado di complessità, l’unico modo per una macchina di svolgere certi compiti sia quello di utilizzare processi cognitivi. Un computer può battermi a scacchi senza essere cosciente, ma forse non può scrivere una poesia sul senso della vita senza prima diventare cosciente di sé e del mondo.

La mia, naturalmente, è soltanto un’ipotesi. Ma supponiamo per un momento che esista effettivamente un limite alla complessità delle operazioni che una macchina non cosciente può svolgere. Se vogliamo che la macchina vada oltre quel limite, dobbiamo fare in modo che diventi cosciente. Ma come potremmo trovare quel limite, posto che esista? Rispondere a questa domanda sarebbe già un enorme passo in avanti, perché ci aiuterebbe a fare un po’ di chiarezza su una questione sulla quale ci stiamo arrovellando da molto tempo. La domanda è questa: come accade che una serie di stimolazioni elettrochimiche che avvengono nel nostro cervello si traduca in un vissuto.

Dario Berti

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