PLATONE E IL PIXEL

stock-vector-plato-in-cartoon-style-vector-277414508Immagina di vedere degli uomini rinchiusi in una abitazione sotterranea a forma di caverna che abbia l’ingresso aperto verso la luce… (Platone, Repubblica, VII, 514A)

Immagina un Pixel, perso in una superficie bidimensionale, come quella di uno schermo. Immagina che questo Pixel, con molti altri, stia fermo incatenato al suo posto da sempre e possa guardare solo davanti a sé, senza sapere cosa accade dietro e di fianco a lui. Lontano è acceso un hard-disk. A separare dall’hard-disk il Pixel e gli altri prigionieri ci sono dei circuiti molto fitti e intricati. Lungo questi circuiti, in qualche modo, sono trasportati vari oggetti per volere di uomini, che ovviamente li usano in vario modo. Di questi uomini i pixel sanno e vedono ben poco; d’altra parte il Pixel e i suoi amici percepiscono a malapena anche le ombre e le figure che sulla superficie bidimensionale essi compongono unendo insieme i loro sforzi. In qualche modo, queste ombre e figure corrispondono ad alcuni degli oggetti trasportati lungo i circuiti, ma non significano molto per i pixel. Ora, liberiamo il nostro Pixel dalle sue catene e immaginiamo che si volti e scenda fin dentro ai circuiti: si renderebbe conto che lui e gli altri prigionieri pixel si attivano in maniera diversa in base a quanto passa nei circuiti. Nei fondali di questi circuiti si trovano tante scatole diverse, contenenti altri disegni e immagini: alcune best shots e alcune immagini di repertorio, alcune immagini fallate e altre immagini rapide come istantanee che sembrano di scarso valore. Un pixel di poche pretese potrebbe trovarsi di fronte a un file jpg che riproduce un Muybridge (Eadweard Muybridge, fotografo inglese 1830-1904) e scartare una animal locomotion perché più interessato a una gif animata, senza sapere che simula in realtà un fenachistoscopio dello stesso autore. Il pixel non lo sa, mentre Wikipedia sì. Il Pixel neanche immagina come dietro tutto questo ci siano i lavori del fisiologo francese Marey (1830-1904), che sapeva meno di fotografia e più di scienza, e che il pittore T. Eakins (1844-1916) fu influenzato a sua volta da Muybridge.Senza titolo-1

Se il Pixel proseguisse nel suo viaggio, vedrebbe probabilmente anche tramonti con sagome scure o selfie di simpatici adolescenti. Poi troverebbe di tutto: internet-memes simpatici o inquietanti, deliziose torte e dentifrici che allontanano le carie, divani per ogni tipo di relax e libri che fanno molto e-book. Il tutto potrebbe suscitargli anche un certo disgusto, quello rappresentato dal fotografo Oscar Rejlander (1813-1875), che aveva contribuito a illustrare nel 1872 il volume di Charles Darwin The Expression of the emotions in man and animals. Senza titolo-1

Fortunatamente possiamo supporre che il nostro pixel non provi gusti ed emozioni. Semplicemente si muove e raccoglie immagini senza saper dare un criterio che le distingua. Se fosse un essere umano, invece, avrebbe urgente bisogno di un criterio epistemico per orientarsi tra quelle immagini, perché una immagine si fa sentire e può collocarsi sgarbatamente tra la res cogitans e la res extensa. Se al Pixel fosse data questa coscienza forse tornerebbe dai suoi amici, proverebbe a spiegare loro cosa c’è al mondo, dietro e prima di loro. Probabilmente non lo capirebbero.

Platone sicuramente si offenderebbe sentendo la sua caverna paragonata a un computer e il fuoco a un hard-disk in cui passa corrente elettrica, sapendo che i circuiti sono diventati il sentiero lungo il quale è costruito un muricciolo e che gli oggetti che si muovono sopra il muricciolo sono algoritmi tradotti in file .gif e .jpg. Si offenderebbe perché ci sono estensioni meno banali e ormai si sa che, se persino i .doc sono diventati .docx, non possiamo negare che un certo fascino lo suscitano anche i .flv e .mpeg. Soprattutto, però, si offenderebbe perché il suo prigioniero è diventato un Pixel. Di tutto questo chiedo scusa al Filosofo perché non è mia intenzione deturpare la bellezza del suo pensiero e del mito della caverna. Piuttosto, il suo mito è utile a dire che nella caverna tecnologica nella quale viviamo siamo circondati da immagini sulle quali il filosofo deve poter riflettere. Platone pose le Idee nell’Iperuranio e, come l’etimo della parola idea ricorda, esse rimandavano già a un atto di visione, quell’atto di visione con cui si osservano le immagini che a loro volta rappresentano qualcosa al di fuori di esse. La conoscenza era connessa alle Idee.

Oggi la conoscenza è sempre più connessa alle immagini. Non soltanto per quei pochi filosofi che tentano di uscire e poi rientrare nella caverna, ma per tutti noi, bombardati come siamo dalle immagini in ogni luogo che frequentiamo, materiale o digitale. Il rapporto tra immagine e conoscenza è diventato sempre più stretto grazie alla scienza, che ha incoraggiato il ricorso alle immagini in maniera decisiva. Dal pantografo di Christoph Scheiner (1573-1650) allo scanner 3-D le immagini invadono ogni ramo della scienza. Forse l’ambito più evidente è quello della medicina dove la diagnostica per immagini è sempre più importante. Si dovrà sviluppare una tecnologia visuale sempre più complessa. Già la computer graphics aiuta a rendere più intuitivi temi e argomenti che non lo sono affatto: dai solidi archimedei a quelli di Johnson e Catalan, dalla circonferenza di Feuerbach alla congettura di Collatz, dal teorema del punto fisso di Brouwer al problema di Plateau (risolto dalla Medaglia Fields Jesse Douglas)[1].

Senza titolo-1Le immagini continuano a stimolare e provocare la conoscenza, ma al contempo la conoscenza permette di ideare immagini per cogliere aspetti della realtà concreta e degli oggetti astratti e poi focalizzarli sempre meglio.

Nonostante il livello tecnico raggiunto e quello teorico raggiungibile nella produzione di immagini, non si può però eliminare la possibilità di errori di valutazione. Si impone la domanda circa il perché e fino a che punto la natura sia rappresentabile e quanto questo dipenda dagli strumenti che utilizziamo. Si impone la domanda circa il rapporto tra l’immagine e il suo referente cosale.

Diventa allora interessante accogliere la sfida posta dai visual studies, quella parte dei cultural studies che indagano il ruolo, la storia e la speculazione presenti dietro la dimensione visuale della conoscenza[2]. Le immagini sono oggetti onnipresenti in ogni cultura e in ogni disciplina. Con un’ultima peculiarità: essere il ponte tra arte e scienza, tra tecnica e storia, tra ingegneria e filosofia e per questo è importante riflettere con profondità sul loro senso e sul loro ruolo. Tanto più che questa riflessione coinvolge discipline e prospettive diverse, al punto che solo la speculazione filosofica può tentare una via d’accesso comparativa e capace di integrare informazioni diverse. Per questo la filosofia indaga le immagini, munita dell’eterno pendolo che oscilla tra l’estetica e il rigore.

Flavia Marcacci

[1] GEORG GLAESER, KONRAD POLTHIER, Immagini della matematica. Milano: Springer, 2013.

[2] KLAUS HENTSCHEL, Visual Cultures in Science and Technology. Oxford: Oxford University Press, 2014.

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