PERCHE’ GLI ALIENI NON CI HANNO SCOPERTO?

12530871_208576656176260_1064255667_nIl Paradosso di Fermi è tra gli interrogativi più coinvolgenti nel nostro rapporto con il cosmo. La domanda che si pose Enrico Fermi nel 1950 è «Dove sono tutti?». Se esiste vita extraterrestre intelligente, considerando la vastità dell’universo conosciuto, perché non siamo ancora entrati in contatto con essa? Cercando di elaborare il quesito, per quanto sia necessario svillupparne le singole trame in diverse istanze, possiamo ridurre tutti i possibili scenari in quattro punti chiave:

Non esiste vita all’infuori di noi;

Esiste ma è meno evoluta/avanzata di noi;

Esiste ma è evoluta/avanzata quanto noi;

Esiste ed è più evoluta/avanzata di noi;

Tenendo a mente che, data la diversità naturale, è probabile che ognuno di questi scenari, volendo escludere il primo, sia contemporaneamente valido e presente, il paradosso si rivolge principalmente alla possibilità del quarto scenario, perché negli altri casi non ci sarebbero (stati) né modo né tempo per incontrarsi. Prendiamo dunque in esame il caso di una civiltà progredita che ci volesse osservare da milioni di anni luce di distanza. L’astrofisico Rory Barnes, in un suo recente studio in cui ha elaborato un nuovo indice di abitabilità per pianeti in transito, ha scoperto che le possibilità statistiche per un pianeta come la Terra di avere le condizioni ottimali per poter svillupare la vita è solo dell’82%. La Terra si trova appena sull’orlo interno della zona abitabile del Sistema Solare, quindi potrebbe essere ritenuta troppo calda per far nascere la vita.

Una presentazione di Sara Seager però, ci mostra come sia possibile individuare la vita sugli esopianeti di tipo terrestre esaminandone la composizione chimica elaborata dalle immagini di un pianeta, sfruttando lo scattering di Rayleigh. A seconda della lunghezza d’onda della radiazione elettromagnetica si può rilevare la presenza di determinati composti chimici, e in base a questi scoprire se c’è attività organica e di che tipo. Se una civiltà fosse più avanzata di noi, idealmente avrebbe accesso a metodi sofisticati come e più di questi, oltre probabilmente ad usarne di altri a noi ancora preclusi. La considerazione di essere ritenuti troppo vicini al Sole potrebbe quindi essere facilmente confutata se si osservasse l’attività chimica della nostra atmosfera.

Se anche fosse possibile arrivare a guardare anni luce di distanza nel cosmo, si sarebbe limitati a causa dell’Orizzonte Cosmico. Come noi vediamo galassie e stelle così come si presentavano nel momento in cui la loro luce che giunge a noi è partita, il nostro pianeta potrebbe apparire ad un osservatore esterno più giovane di quanto è ora, mostrando una Terra forse ancora in formazione, in base alla distanza e al tempo che avrebbe impiegato la luce a raggiungere la sua posizione. Lo stesso è vero per noi. Una civiltà potrebbe essere già in procinto di essere osservata, ma noi dovremmo aspettare che la loro luce ci raggiunga. Volendo però ipotizzare che la loro tecnologia possa farli viaggiare nell’universo, superando i limiti dello spazio-tempo, avrebbero potuto già visitare di persona molti dei pianeti da loro considerati abitabili.

A seconda del tempo che una civiltà ha avuto a disposizione per progredire, ci sono due fattori chiave da considerare, a parte il progresso tecnologico. Il primo è la coesione interna di una civiltà. Questo interrogativo si rifà agli aspetti socio-culturali, politici, religiosi, filosofici e psichici. Quando immaginiamo una civiltà aliena ci viene facile credere che essa sia una, mentre in realtà sarebbe più verosimile parlare di una civiltà planetaria in cui si sono riuniti più gruppi indipendenti, dopo un trascorso storico speso a maturare, evolvendosi fisicamente e psichicamente, ampliando allo stesso tempo la consapevolezza di sé e del proprio ambiente, e sviluppando al contempo la techné necessaria ad agire in esso. Sulla Terra abbiamo già di questi tentativi unificatori in vari ambiti, come l’Etica Mondiale promossa da Hans Küng, il WWF, l’ONU e il Diritto Cosmico. Tutto ciò non porta necessariamente alla fine di ogni conflitto interno, almeno non subito, ma resta l’espressione collettiva della ricerca di un incontro comune e del sentimento di essere parte di un unico pianeta. Questo incontrarsi è portato da, e risulta anche, nell’evoluzione individuale, e di conseguenza collettiva, della psiche.

Arriviamo così al secondo fattore: il grado di consapevolezza collettivo che la civiltà ha di sé e dell’universo. Fino ad ora lo spazio è stato prerogativa solo di pochi selezionati astronauti che però, una volta vista la Terra da lassù, hanno riportato un particolare ampliamento della propria consapevolezza, riconoscendo quanto sia prezioso il nostro pianeta, quanto siano limitate le divisioni e i conflitti al suo interno e quanto possa estendersi l’esistenza umana. Dal punto di vista psichico ciò è stato chiamato Effetto della Veduta d’Insieme, riportato dalle interviste svolte da Frank White nel 1987 come «senso di meraviglia e rispettoso timore, unione con la natura, trascendenza, e fratellanza universale». Dato che tutto questo è stato fino ad ora vissuto solo dagli astronauti, cosa dovremo aspettarci quando sempre più individui, dotati di maggior sensibilità e di diverse capacità e mindsets, inizieranno a vivere lo spazio quotidianamente? Una civiltà che avesse esperito tutto ciò, espandendosi nel cosmo a proprio piacimento, raggiungerebbe un grado di consapevolezza e di esperienza tale che potrebbe capire, in ultima istanza, anche la natura stessa dell’universo, confermando o meno ciò che per noi sono ancora delle teorie. Inoltre, sarebbe in grado di adoperare al meglio la propria tecnologia per modificare un pianeta o un determinato settore dello spazio mantenendolo in accordo con il proprio ecosistema, senza inquinarne gli elementi fondamentali, sempre in virtù della riscoperta sensazione di dover preservare la natura.

Possiamo già dire, osservando la nostra situazione, che l’universo è fatto in modo che ogni forma di vita intelligente e complessa debba necessariamente sviluppare determinati aspetti cognitivi, empatici, morali, psichici, spirituali e ovviamente tecnologici, per poter iniziare il suo viaggio nello spazio (a meno che non sia possibile per la vita raggiungere questa complessità anche nel vuoto siderale), mettendosi nelle condizioni di incontrare altre forme di vita extraplanetarie solo dopo aver vissuto una inizialmente minima armonia con il cosmo. Questo porterebbe a concludere, pur rimanendo sempre aperti alle altre possibilità, che la risposta più probabile al perché una civiltà progredita non sia ancora entrata in contatto con noi, restando nei limiti del quarto scenario, è che essa ha imparato a vivere in completa simbiosi con l’universo e a rispettare la vita.

Alessandro Mazzi

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