PER UN PENSIERO ENZIMATICO

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Jean Piaget già negli anni ’50-’60 diceva che gli eventi culturali più innovativi e significativi avvengono au carrefour des savoirs, all’incrocio di esperienze diverse che grazie ai rispettivi bagagli combinati fra di loro fanno emergere nuovi orizzonti teorici e non solo. Così un incontro a  volte fortuito avvicina persone e progetti impegnati in campi culturali lontani fra di loro, dal cui incrocio però possono scaturire interessi comuni a beneficio di tutti coloro che operano in tali contesti; così, ad esempio, una mostra patrocinata da ADI (Associazione per il Disegno Industriale), organizzata dai designer Cintya Concari e Roberto Marcatti[1], permette di far dialogare  scienze, arte, filosofia, tecnica, economia facendole intravedere come una rete di parti tra loro interconnesse in base anche ad un principio esistente in natura e che trova nelle scienze biologiche un suo esempio paradigmatico: il ruolo degli enzimi.

Gli enzimi, com’è noto, sono molecole biologiche che permettono di catturare e legare fra di loro altre molecole che da sole non sono in grado di reagire e per questo sono considerati i patroni delle reazioni chimiche impossibili; senza l’intervento degli enzimi, pur incontrandosi, le molecole non riuscirebbero mai a superare la loro inerzia, a combinarsi per dare origine a composti di ordine superiore. Gli enzimi hanno la capacità di far legare fra di loro le molecole riluttanti. La presenza di un ezima determina la realizzazione di una sorta di microambiente, in cui le reciproche resistenze dei reagenti vengono annullate, fino al punto che tra di essi riescono a formarsi legami stabili. Utilizzandoli come una metafora, i meccanismi che regolano i fenomeni biologici possono essere d’aiuto per fornire degli elementi portanti di quello che si può chiamare vero e proprio pensiero enzimatico sia da un punto di vista più di natura metodologica ed epistemologica e sia per quello che riguarda il comportamento individuale e sociale.

Sul terreno più strettamente epistemologico, come viene sostenuto da più parti con forme diverse, il pensiero enzimatico è il risultato della presa d’atto delle leggi del mondo mesoscopico, del mondo complesso delle cosiddette proprietà emergenti che si reggono sui principi di organizzazione; in esso le conoscenze, come diceva Michel Serres già negli anni ’70 ‘si miscelano’, si interconnettono in maniera strutturale[2] fra di loro attraverso proprietà di tipo enzimatico dove ogni scienza da sola non è in grado più di autofecondarsi, ma ha bisogno di qualche altra conoscenza proveniente da un altro settore che faccia da enzima per evitare di chiudersi in un circolo vizioso e sterile e che le permette di  andare oltre i suoi limiti. Il pensiero enzimatico da questo punto di vista da una parte è la presa di coscienza più matura della pluralità dei livelli del reale, di quelle che già Leonardo Da Vinci chiamava ‘le mille ragioni del reale silente’ e dall’altra che ormai le frontiere del pensiero scientifico non si situano più nella ricerca del livello di fondo del reale per arrivare in superficie in maniera deduttiva, idea che ha retto sino alla meccanica quantistica, ma nell’insieme dei livelli che si incrociano fra di loro col dare vita ad una rete di parti emergenti interconnesse, dove non esistono sistemi autonomi e isolati.

Ma dove il pensiero enzimatico può essere maggiormente d’aiuto, anzi l’atteggiamento enzimatico, l’attitudine enzimatica, è nelle cosiddette ‘scienze umane’, che avendo perduto, come dice Alessandro Giuliani, il rapporto con le scienze della natura ad opera di alcuni ‘maestri del sospetto’, sono cadute in una in una «deriva ideologica… dove si coltiva il risentimento verso l’indagine del reale»[3]; esse possono trovare aiuto sia a livello metodologico che ontologico nei processi biologici, se si è in grado di trasferire in esse  quelle abilità enzimatiche che le dotano di capacità di andare oltre i loro limiti e di diventare a loro volta portatrici di tali potenzialità. Ma dove l’atteggiamento enzimatico e meglio l’attitudine enzimatica può trovare un particolare spazio e rivelarsi fecondo è sul piano delle relazioni sociali a largo spettro e nei rapporti interpersonali. Senza cadere nelle derive ideologiche della sociobiologia in voga negli anni ’60 negli USA e nemmeno in una certa psicologia triviale, si può parlare di ‘soggetto enzimatico’ legato alla singolarità della persona che si manifesta solo hinc et nunc in quello spazio/tempo in cui è in grado di modificare le dinamiche dell’ambiente strettamente circostante con la sua presenza fisica.

Pertanto il pensiero enzimatico è un metodo per rappresentare meglio le abilità particolari o innate in un ‘soggetto enzimatico’ che le renda però trasferibili in altri soggetti (molecole) che pur non essendo portatori naturali di tali abilità, potrebbero diventarne comunque ‘agenti di diffusione’; in tal modo esse faciliterebbero ed estenderebbero nello spazio e nel tempo l’influenza dell’enzima ben oltre i limiti delle sue capacità di azione diretta. Le scienze dell’uomo dalla psicologia all’economia, cioè l’uomo concreto e le sue scelte, avrebbero bisogno di tali ‘enzimi’ da immettere giorno per giorno nella vita quotidiana come strumento continuo di innovazione; così la vita umana nel suo complesso deve costruirsi i suoi ‘enzimi’ come il risultato dell’intreccio di più variabili, deve creare i suoi agenti diffusori di enzimi per evitare l’anarchia delle sue molecole ed il loro progressivo isterilimento, favorendo lo sviluppo costante di agenti solidali. A questa impresa sono invitati a dare il loro contributo le istituzioni educative dalla scuola agli enti di ricerca e universitari, dalle imprese ai politici; più la società si struttura enzimaticamente, più è innovativa e produttiva, meno individualistica e più solidale e con essa la stessa democrazia, frutto di tale attitudine e nello stesso tempo foriera di ulteriori proprietà enzimatiche da alimentare continuamente.

Per questo la comunità presa nel suo insieme oggi più che mai, per la cogenza dei problemi globali che riguardano l’intera umanità, è costretta a diventare in primis comunità epistemica, cioè in grado grazie alle conoscenze di frontiera prodotte a tutti i livelli, a far tesoro di esse e a costruirsi quella che si potrebbe chiamare anche ‘ragione enzimatica’  il che non è una stravaganza intellettuale, ma il risultato della presa d’atto del bisogno di riflettere in prima persona di fronte a nuove evidenze etiche e conoscitive sempre più pressanti e che hanno bisogno di approcci più adeguati alle nuove sfide emergenti.

Che l’idea di un pensiero enzimatico sia nata in occasione di un evento organizzato dalla Associazione per il Disegno Industriale, forse, non è del tutto casuale. Nella Cultura del Design, termine che deve intendersi nella sua accezione anglosassone, come “Cultura del Progetto”, esistono figure professionali, i designer, che svolgono un ruolo comparabile a quello degli enzimi. Fine ultimo del Design è quello di giungere alla realizzazione di oggetti fisici o servizi che migliorino la qualità della vita delle persone. Il designer può essere raffigurato, come dotato di una personalità particolarmente sensibile, in grado di “leggere la contemporaneità” e individuarne, lì dove altri non riescono, la complessità delle relazioni tra i suoi elementi, sia di quelle esistenti che di quelle completamente inedite, che potrebbero instaurarsi.

Ruolo del designer è quello di proporre nuove modalità esperienziali, più adeguate all’attualità dei tempi, la cui affermazione sarà ostacolata, il più delle volte, dalla tenacia dei vecchi paradigmi, consolidatisi grazie alla forza della consuetudine. Come un enzima, il designer contrasta questa inerzia a reagire all’innovazione, utilizzando gli strumenti messi a disposizione dal Design, un linguaggio trasversale che permette di descrivere e mettere in comunicazione i mondi intangibili della creatività con il materialissimo mondo della produzione industriale, per giungere alla “incarnazione” di un concetto, in un oggetto fisico o in un processo, che entrerà a far parte della quotidianità delle persone. Attraverso il Design, la “visione” che nasce dalla particolare sensibilità di un singolo individuo si può trasmettere all’interno di un’intera comunità di soggetti, la maggior parte dei quali, pur essendo dotata di un minor talento immaginifico, ne trarrà comunque dei benefici. In questo, il ruolo svolto dal Design, nell’ambito della produzione industriale, può essere interpretato come una metafora di ciò che potrebbe rappresentare il “pensiero enzimatico”, negli ambiti riferibili all’epistemologia insieme con le sue evidenze etico-sociali.

Se mai ce ne fosse stato bisogno, un incontro inatteso, tra epistemologia, biologia e Design, ha offerto la dimostrazione di quanto possa essere feconda la contaminazione tra universi apparentemente diversi e di quanto la diversità, grazie al dialogo, non tramite il conflitto, possa generare ricchezza.

Mario Castellana  (Università del Salento) e Guido Santilio (vicepresidente ADI – delegaz. Puglia/Basilicata)

[1]Mostra “Modulor o Algorimo?”: 09-24 feb 2019 Palazzo Ducale  Martina Franca (Ta).

[2] Michel Serres parlava della necessità di una nuova ‘analitica trascendentale delle relazioni’ o di ‘epistemologia delle interrelazioni’ e cfr. M. Serres, Chiarimenti, trad.it., Manduria, Barbieri Ed., 2001.

[3] A. Giuliani, La scienza dello spirito, in «Bene comune», 30 novembre 2018, p. 2.

3 commenti
  1. Giacomo Ghidelli
    Giacomo Ghidelli dice:

    Il pensiero, se è pensiero, è sempre enzimatico. Nel design, in architettura, in fisica etc. etc. Come diceva Ferruccio Busoni, il nuovo nasce sempre dall’unione di elementi pre-esistenti. Poi ci può essere il nuovo interessante (il “design romantico” di Alessandro Guerriero, ad esempio) o il nuovo folle, quale potrebbe essere “la pizza al lucido da scarpe” (cit. A. Testa).

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  2. Fernando Pesso
    Fernando Pesso dice:

    Interessante questo parallelismo tra visione scientifica e visione umanistica, della complessità dei processi di cambiamento.
    Questa metafora potrebbe esseer trasferita anche nelle discipline sociali.
    Nelle attività di COUNSELING un ruolo simile a quello degli enzimi è svolto dal FACILITATORE.

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