PER PUTNAM I VALORI SONO NEI FATTI

ISxz1dedhsm6tv0000000000Come si sa le prime, vere prove della correttezza del sistema copernicano vennero offerte soltanto due secoli dopo la morte di Galileo (con la determinazione della parallasse stellare, il pendolo di Léon Foucault e la scoperta dell’effetto di Coriolis). Certo, è vero che il grande scienziato pisano offrì nella quarta giornata del Dialogo una presunta prova della verità dell’astronomia eliocentrica, ovvero il famoso argomento delle maree. È importante notare, però, che tale argomento – oltre ad essere scorretto (come mostrò Newton) – fu effetto dell’acquisita fede copernicana di Galileo e non sua causa. Ma se le cose stanno così, dobbiamo concludere che l’adesione galileiana al copernicanesimo non dipese da argomenti conclusivi (o presunti tali), ma da considerazioni di altro genere. Un famoso passo dalla terza giornata del Dialogo, in Galileo mette in bocca a Salviati una descrizione teratologica dell’universo tolemaico (con i suoi innumerevoli epicicli, i deferenti, i moti retrogradi ecc.), ci illumina in proposito:

Un mostro ed una chimera composta di membra tra di loro sproporzionatissime e del tutto incompatibili, sì che, quantunque si sodisfacesse alla parte dell’astronomo puro calcolatore, non però ci era la sodisfazione e quiete dell’astronomo filosofo. E perché [Copernico] molto ben intendeva, che se con assunti falsi in natura si potevan salvar le apparenze celesti, molto meglio ciò si sarebber potuto ottenere dalle vere supposizioni.

Dal punto di vista estetico e razionale, insomma, il geocentrismo tolemaico – così arzigogolato, così poco unitario – era tanto ripugnante (“un mostro e una chimera”) che non si poteva non preferirgli il semplicissimo ed elegante sistema copernicano. Certo, il geocentrismo poteva servire a “salvare i fenomeni” (dal punto di vista strumentale, l’ipotesi geocentrica era infatti equivalente a quella eliocentrica, in quanto permetteva di predire altrettanto bene i fenomeni astronomici), ma secondo Galileo esso non poteva rappresentare la realtà: non poteva cioè offrire una vera descrizione della struttura dei moti celesti. È importante notare come la semplicità e l’eleganza – che il sistema di Copernico, al contrario di quello di Tolomeo, esibiva – erano per Galileo segni sicuri di verità: “che la natura […] per comun consenso, non opera con l’intervento di molte cose quel che si può fare col mezo di poche” (Dialogo, 145). Pare dunque molto ragionevole concludere che l’astronomia moderna si affermò, almeno all’inizio, sulla base di giudizi di valore di carattere epistemico (essa era più semplice e più elegante della teoria alternativa), più che su giudizi strettamente fattuali.

Nel suo attacco alla dicotomia fatti-valori, Hilary Putnam considera un altro esempio: quello dell’affermazione della teoria della relatività generale di Einstein, la quale venne accettata dalla comunità scientifica ben prima di essere corroborata empiricamente (a danno di una teoria predittivamente equivalente, che era stata proposta da Whitehead). Così, mostra Putnam, l’affermazione della teoria einsteiniana – al pari di quanto accadde con l’astronomia copernicana – fu dovuto a valutazioni di “ragionevolezza epistemica” (la comunità giudicò quella teoria più semplice, più elegante e così via, rispetto alla teoria alternativa). E in realtà, sostiene Putnam, la storia della scienza è costellata da episodi di questo genere: il ruolo giocato dalle valutazioni epistemiche – che assumono che la coerenza, la plausibilità, la semplicità, l’eleganza, la bellezza delle teorie in competizione – è, in questo senso, assolutamente fondamentale. Esse servono infatti a determinare quanto sia per noi ragionevole accettare  una certa teoria rispetto alle teorie concorrenti ovvero quanto siamo giustificati nell’ipotizzare che essa sia vera: le valutazioni epistemiche hanno dunque carattere intrinsecamente normativo. Il ruolo delle valutazioni epistemiche è dunque essenziale nella dinamica scientifica (nonostante che esso sia stato passato sotto silenzio da molti dei filosofi della scienza del Novecento); inoltre, nota Putnam, nessuno ha mai mostrato come i giudizi valutativi di questo genere possano essere ridotti a giudizi non valutativi.

Putnam dunque concorda con i maestri del pragmatismo, in particolare con Peirce e Dewey, secondo i quali la scienza presuppone i valori: in particolare, come si è detto, i valori epistemici. D’altra parte, afferma Putnam, i valori epistemici sono valori a pieno titolo. Infatti a suo giudizio sarebbe errato tentare di argomentare che tali valori siano costitutivamente diversi – ovvero, metafisicamente più accettabili – dei valori etici. Contro i valori epistemici, infatti, si potrebbero in linea di principio muovere le stesse obiezioni, tanto canoniche quanto dogmatiche, solitamente mosse contro i valori etici: per esempio, l’obiezione di inaccettabilità ontologica, tipicamente avanzata dai naturalisti scientifici contemporanei (i quali, secondo Putnam, hanno un vero e proprio “orrore della normatività”).

In una parola, per Putnam i valori vanno trattati tutti allo stesso modo: se si rifiutano i valori etici, si devono rifiutare anche quelli epistemici; ma se così facessimo, dovremmo rifiutare di attribuire oggettività anche ai giudizi delle teorie scientifiche, dato che – come detto – queste presuppongono ineliminabilmente i giudizi di valore. Ma, ovviamente, la soluzione auspicabile è un’altra: occorre cioè ampliare la nostra nozione di oggettività, in modo che essa possa inglobare, oltre ai giudizi che esprimono descrizioni, anche quelli che esprimono valutazioni – sia epistemiche sia etiche.

In questo modo, Putnam ritiene di aver confutato i filosofi che, come Bernard Williams, distinguono recisamente tra i giudizi di fatto propri della scienza, che sarebbero dotati di oggettività (e, anzi, in linea di principio possono restituire la “concezione assoluta del mondo”), e i giudizi valutativi, la cui validità sarebbe invece relativa al punto di vista e alla cultura del soggetto che li esprime. Secondo Putnam, questa distinzione è retaggio di un obsoleto realismo metafisico di stampo ottocentesco, mentre, in realtà, i giudizi di valore sono inestricabilmente (olisticamente) connessi ai giudizi di fatto anche all’interno delle teorie scientifiche. Williams è dunque criticato da Putnam per aver conservato la distinzione tra giudizi di fatto e giudizi di valore. Sorte migliore non tocca a Jürgen Habermas che, per ragioni simili viene addirittura accusato di cripto-positivismo in quanto si rifiuta di riconoscere oggettività ai giudizi di valori, nonostante riconosca – molto giustamente, secondo Putnam – l’oggettività delle norme che sovraintendono all’agire comunicativo.

Riassumendo: tra fatti e valori c’è ovviamente una distinzione concettuale, secondo Putnam, ma non c’è  una dicotomia ontologica. Perché quando parliamo di fatti c’è sempre qualche valore epistemico sullo sfondo del nostro discorso; e perché (con buona pace dei platonici). non esistono valori che non siano percebili soltanto a partire dai fatti.

Mario De Caro

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