IL CONTINUO RITORNO DELL’EQUAZIONE DI CONTINUITA’

downloadUna delle equazioni più importanti usata per comprendere il mondo che ci circonda è senz’altro la cosiddetta “equazione di continuità”, che gioca un ruolo centrale in tutte le teorie fisiche e anche oltre.

Se prendete un qualsiasi manuale di fisica, così come la bella voce inglese di wikipedia, scoprite che l’equazione di continuità descrive la conservazione o il trasporto di una quantità.

Consideriamo la grande piazza di S. Pietro a Roma, piena di gente che procede in direzioni differenti. Prendiamo un’area di 1 metro quadro e diciamo che in 1 secondo stanno in quella superficie r persone. È chiaro che r avrà valori diversi in aree diverse della piazza. Questo r è quello che i fisici chiamano un “campo scalare”, cioè una variabile numerica che assume valori diversi in punti differenti dello spazio. Infatti abbiamo calcolato r per un’area di 1 m2, ma al limite lo si può determinare anche per un singolo punto. Si può anche dire che r è una densità di gente.

La variabile r non ci dice nulla su come si muovono le persone. Dobbiamo allora aggiungere un nuovo campo, questa volta vettoriale, cioè le velocità delle persone. Diciamo che in ogni punto della piazza la velocità media delle persone è data da un vettore che chiamiamo v. Si tratta di un vettore, perché le persone si muovono ognuna in una determinata direzione.

Come varia nel tempo la densità di persone in ogni punto della piazza?

Sappiamo che Newton e Leibniz hanno inventato un potente strumento per descrivere come le grandezze fisiche variano istante per istante, cioè il calcolo infinitesimale. La variazione istantanea è quindi data dalla derivata di r rispetto al tempo t, cioè dr / dt.

Supponiamo, come è ragionevole, che le persone non spariscano. Allora la variazione istantanea di densità di gente in un punto della piazza sarà data dalla densità in quel punto moltiplicata per la variazione spaziale infinitesima della velocità nello stesso punto.

Cerchiamo di essere più intuitivi. In un certo punto della piazza nell’unità di tempo si trovano r persone che si muovono in direzioni e velocità diverse. La loro velocità media sommata nell’istante di tempo è v. v comprende sia le persone che arrivano che quelle che se ne vanno dal punto. Quindi r moltiplicato per v ci dà il numero di persone che passano dal punto nell’unità di tempo, cioè il cosiddetto “flusso” di persone. Tuttavia noi non dobbiamo prendere in considerazione solo il flusso nel punto, ma anche il flusso tutto intorno al punto, poiché in un piccolissimo intervallo di tempo, per il cambiamento della densità di gente in un punto è rilevante ciò che succede in un piccolissimo intervallo di superficie della piazza di S. Pietro. Le velocità sono un campo vettoriale. Per valutare come cambia un campo vettoriale nello spazio dobbiamo fare la sua derivata in tutte le direzioni e sommare. In generale le direzioni sono tre, ma nel nostro caso, visto che la gente non vola, saranno solo due diciamo x e y. Poi queste derivate vanno sommate. Questa operazione si chiama “divergenza”. Essa valuta come varia il campo delle velocità nell’intorno di un punto.

Ed ecco che siamo arrivati all’equazione di continuità che ci dice come la densità di gente cambia nel tempo dato come è distribuita la loro velocità nello spazio:

dr / dt = – div r v.

Il segno meno perché ci riferiamo alla gente che si allontana dal punto.

Non sempre abbiamo una semplice interpretazione meccanica del flusso, come nel caso della gente che gironzola per piazza S. Pietro. Un altro caso simile è quello del flusso di acqua in un tubo, dove è ancora possibile parlare di velocità.

Inoltre spesso i fluidi sono approssimativamente incomprimibili, perciò la variazione della densità è nulla e l’equazione di continuità si riduce a:

div v = 0

Ovvero il campo delle velocità ha divergenza nulla dappertutto. Più esplicitamente in tre dimensioni:

dvx /dx + dvy / dy + dvz / dz = 0

In pratica, se prendiamo una goccia d’acqua, le velocità delle molecole si compensano in modo che non aumenta il suo volume.

Ma non sempre il flusso è della forma r per v. Ci sono casi molto importanti in cui il flusso, pur avendo un’interpretazione fisica strettamente legata al campo scalare r, deve essere una nuova variabile fisica. Questo accade, per esempio, quando r è la densità di carica q e il flusso di q, cioè la quantità di q per unità di tempo e unità di area è la correte elettrica j. La corrente elettrica j non è interpretabile come q per v, cioè non è un semplice flusso meccanico di particelle cariche. Perciò in questo caso l’equazione di continuità diventa:

d q /d t = – div j

Qualcosa di simile accade nel caso del flusso di calore h che non è interpretabile meccanicamente come un campo di velocità della densità di calore Q. L’equazione sarà quindi:

dQ / dt = – div h

Notiamo che questa equazione presuppone ancora l’idea che esista il calorico, cioè che il calore sia un fluido. Noi sappiamo, invece, che il calore non è altro che movimento delle molecole. Per questa ragione essa vale solo in certe situazioni.

In fisica capita spesso che equazioni basate su modelli falsi di fatto almeno in parte funzionano. Questo fatto non va interpretato come un argomento a favore dello strumentalismo, cioè della tesi secondo cui tutte le equazioni della fisica non hanno capacità rappresentativa della realtà, ma come una prova che diverse equazioni mettono in luce aspetti differenti di una realtà complessa. Ovvero il calore, pur essendo a livello microscopico moto molecolare, dal punto di vista macroscopico è anche un po’ un fluido.

In un certo senso le equazioni di continuità che abbiamo visto finora sono forme di conservazione locale di una quantità, che sia la densità del fluido, del calore o della carica. Nel caso in cui esiste un’interpretazione meccanica del flusso mediante un campo di velocità la conservazione è letterale. Quando, invece, occorre introdurre variabili nuove come il flusso di corrente o di calore la conservazione è un po’ indiretta. Sottolineo l’importanza del termine “locale”. Infatti le quantità possono anche essere conservate a distanza. Ad esempio materia che sparisce in un wormhole spazio-temporale ricompare in un altro punto dello spaziotempo. Qui invece la densità di calore, di carica elettrica o del liquido si conserva localmente.

Nell’equazione di continuità può starci anche un terzo termine: negativo se la quantità viene distrutta o positivo se essa viene creata. Sia R una densità di qualcosa e J il suo flusso allora può essere che:

dR / dt + div J = S

Se S è negativo qualcosa viene distrutto, mentre se è positivo qualcosa viene creato.

L’equazione di continuità è talmente incardinata nella nostra spiegazione scientifica del mondo che dallo spazio fisico è stata trasferita nello spazio degli stati.

Facciamo una breve digressione sulla distinzione fra spazio fisico e spazio degli stati.

La fisica moderna si afferma con l’idea newtoniana che spazio e tempo siano l’arena all’interno della quale il mondo accade. D’altra parte, accanto a questa prospettiva platonica, è sempre stata presente anche l’idea aristotelica, ripresa da Leibniz, secondo cui spazio e tempo non sarebbero realtà primarie, ma derivate da altre grandezze fisiche più fondamentali. Negli ultimi cento anni questa seconda prospettiva si è progressivamente consolidata, grazie alla messa in discussione della stabilità dello spaziotempo insita nelle teorie relativistiche e alla scomparsa di una spiegazione in termini di traiettorie nella fisica quantistica. La rappresentazione del mondo utilizzata da quest’ultima teoria, infatti, si colloca nello spazio degli stati, cioè in uno spazio puramente geometrico in cui a ogni variabile corrisponde una dimensione di tale spazio. Se, come sembra, dobbiamo abbandonare la rappresentazione spazio-temporale del mondo, la rappresentazione nello spazio degli stati diventa molto comoda e intuitiva.

Vediamo allora perché anche lì l’equazione di continuità può essere utile.

Prendiamo un sistema di N particelle, il cui stato sarà determinato dalle 3 componenti della posizione e dalle 3 componenti della velocità di ogni particella, cioè da 6N variabili. Consideriamo allora uno spazio a 6N dimensioni e su ogni coordinata valutiamo una delle variabili che determina lo stato del sistema. Allora lo stato del sistema sarà rappresentato da un punto di questo spazio, che viene chiamato “spazio delle fasi”. Mano a mano che il sistema evolve nel tempo il punto si sposterà in questo iperspazio.

Lasciamo che il sistema evolva per un lunghissimo periodo di tempo e fotografiamo in modo atemporale la probabilità che esso occupi ogni zona dello spazio delle fasi. Questa probabilità sarà data da una densità di punti caratteristica di quella zona. Chiamiamola R. Esattamente come nel caso del flusso di calore o di carica, è possibile scrivere un’equazione di continuità per questa densità di punti nello spazio delle fasi, dove il flusso è dato da R per il campo vettoriale delle velocità v. L’equazione di conservazione della densità di probabilità sarà:

dR /dt = – div R v

Tale equazione è importante, perché da essa si può derivare per i sistemi isolati il teorema di Liouville, secondo il quale la distribuzione di probabilità è costante lungo le traiettorie di evoluzione del sistema.

Questo tipo di ragionamento si può fare anche in meccanica quantistica.

Consideriamo la funzione d’onda W nello spazio di Hilbert delle posizioni. Avremo allora che W dipende dalla posizione e dal tempo. È ben noto che il modulo quadrato di W rappresenta la probabilità di trovare la particella, per cui possiamo uguagliare a esso la densità R. È poi possibile definire un flusso di probabilità J adeguato in funzione della funzione d’onda W. L’equazione di continuità diventa allora la solita:

dR / dt = – div J

È interessante che una delle conseguenze dell’interpretazione bohmiana della meccanica quantistica è la trasformazione dell’equazione di continuità quantistica standard in una equazione di continuità meccanica nella quale il flusso torna a essere la densità per il campo vettoriale delle velocità, esattamente come nel caso della gente che gironzola per piazza S. Pietro. Infatti la versione bohmiana insiste su un’ontologia delle posizioni delle particelle, che, pur comportandosi in modo quantistico, poiché sono statisticamente governate da un’onda pilota o da potenziali quantici, mantiene le traiettorie delle particelle.

Concludo notando che nel 1989 Worrall diede inizio alla kermesse del realismo strutturale, secondo il quale ciò che si conserva nell’avvicendarsi delle teorie fisiche non sono tanto gli oggetti che le diverse teorie ipotizzano, quanto le relazioni date dalle equazioni fondamentali, che spesso restano le stesse nel corso dei decenni e dei secoli. Il suo intento era quello di confutare la meta-induzione pessimista proposta da Laudan, secondo la quale tutte le teorie scientifiche che nel corso dei secoli abbiamo abbracciato si sono poi rivelate false, per cui abbiamo buone ragioni per credere che anche quelle che oggi consideriamo le migliori teorie siano false. E quindi non possiamo credere che le entità che esse presuppongono siano reali. Questo è un forte argomento a favore di quello che abbiamo chiamato “strumentalismo”. In effetti l’equazione di continuità è presente in molte teorie diverse. Ma la ragione di ciò non è il fatto che essa colga una qualche relazione ontologica fondamentale, bensì, molto più prosaicamente che esprime un nostro modo di ragionare sul mondo che si riscontra adeguato in contesti anche molto diversi.

A mio parere il vero argomento contro la meta-induzione pessimista è invece che tutte le teorie ampiamente confermate prodotte dall’uomo sono letteralmente false, poiché esse prendono in considerazione solo alcuni aspetti della realtà. Vengono quindi poi abbandonate, ma resta il fatto che anch’esse in parte sono vere, come nel precedente esempio dell’equazione del calorico.

VF

LA RISCOSSA DEGLI IRRESOLUTI

51932643-parola-irresoluto-sul-tasto-della-tastieraGigi ha bisogno di un certificato di divorzio dagli uffici di S. Francisco. Gigi vive a Cremona, ma molti anni prima si innamorò negli Stati Uniti, sposandosi e poi divorziando per incompatibilità di carattere. Si è innamorato di nuovo e vuole sposarsi con Marina, ma ha bisogno di quel certificato. Dovrebbe andare lui a prenderlo, perché occorre ritirarlo di persona. Il problema è che Gigi ha maturato un vero e proprio terrore di volare. Che cosa fa Gigi?

Se Gigi fosse “razionale”, si organizzerebbe per il volo, facendosi accompagnare da Marina, prendendo un ansiolitico, oppure frequentando un corso per diminuire la paura di volare. Ottenendo così il suo scopo, cioè il certificato di divorzio, che gli serve per potersi sposare.

Se Gigi fosse “irrazionale”, si costruirebbe un’apposita ideologia, da propinare alla povera Marina, secondo la quale il matrimonio non è importante e quindi non ci sarebbe bisogno di andare a prendere il certificato. Anzi sarebbe meglio non sposarsi.

Oltre a queste due indoli, è abbastanza comune un tipo di Gigi, che possiamo chiamare “irresoluto”, cioè che non è così irrazionale da inventarsi un’ideologia per giustificare le proprie emozioni, né così razionale da elaborare le proprie emozioni fino a ottenere il risultato desiderato. Quest’ultimo Gigi si sente in colpa nei confronti di Marina, sapendo che sarebbe importante che si sposasse, ma non riesce a prendere la decisone di affrontare il terrore del volo mediante opportuni stratagemmi.

Proviamo a costruire un semplice modello di teoria delle decisioni per analizzare meglio queste tre situazioni. Gigi ha tre strategie: 1. costruire un’ideologia; 2. provare a volare con stratagemmi vari e 3. non fare nulla. Diciamo che l’ottenere il certificato di divorzio ha per Gigi utilità percepita Ud e volare ha utilità percepita Uv con – Uv maggiore di Ud. Messe così le cose Gigi si trova bloccato. Alcuni al posto di Gigi lavorerebbero a strategie che diminuiscono la negatività di Uv, cioè le persone razionali. Molti al posto di Gigi si inventerebbero un’ideologia che diminuisce la positività di Ud, cioè le persone irrazionali. Ci sono però anche altri che non fanno nulla, restando nella situazione in cui – Uv è maggiore di Ud. Questi sono appunto gli irresoluti.

Gigi vuole fortemente qualcosa, ma i mezzi per ottenerlo hanno per lui una disutilità troppo grande. La persona razionale cerca di diminuire la disutilità dei mezzi; la persona irrazionale fa come la volpe con l’uva; e l’irresoluto non fa nulla.

Sappiamo bene che è quasi impossibile trasformare una persona irrazionale in una persona razionale. Gli si può portare mille argomenti a riprova dell’insensatezza della sua credenza, ma lui non si smuove, poiché quella credenza non è “giustificata” razionalmente, bensì solo emotivamente. D’acchito sembrerebbe invece che sia possibile dialogare con l’irresoluto, poiché ragiona sulle varie possibilità senza pregiudizi, per cui si ha la speranza di portarlo verso la razionalità. Purtroppo quasi sempre l’irresoluto ha un forte bias emotivo contro l’azione in generale, che supera ampiamente il disagio dovuto all’impasse fra mezzi e fini in cui è capitato. Perciò anche l’irresoluto difficilmente cambierà strategia.

Dall’esterno noi sappiamo che il comportamento del Gigi razionale è il migliore, poiché supera la momentanea disutilità dovuta alla paura di volare, facendo felice se stesso e Marina sul lungo periodo. Dunque meglio evitare di abbracciare credenze che giustificano la nostra inazione, come fa il Gigi irrazionale, e cerchiamo di evitare di trovarci in una condizione emotiva generale per cui l’inazione è comunque meglio dell’azione, come capita all’irresoluto.

Concludo sottolineando l’importanza socio-politica della categoria degli irresoluti. Ho come la sensazione che molti fra i migliori della mia generazione a causa della disillusione siano diventati proprio degli irresoluti.

Svegliatevi ragazzi c’è bisogno di voi!

VF

A VOLTE I SANTI AIUTANO ANCHE A SALIRE

1200_kapiFoto_kleinA scendere tutti i santi aiutano! Certo, a scendere si fa meno fatica che a salire. A parte dopo una certa età che fanno male le ginocchia.

E’ ovvio che sia così. Nessuno si chiede perché sussista questa differenza. Eppure.

Chiediamo al fisico. “Beh, è chiaro: salendo acquisisci energia potenziale, mentre scendendo la perdi. L’energia si conserva, quindi per acquisirne devi darne, mentre perderla non è un problema.”

La prima parte della risposta del fisico mi soddisfa, ma la seconda suscita ulteriori interrogativi. Dal principio di conservazione dell’energia discende che faccio fatica a salire, ma non si spiega perché non faccio fatica a scendere. Un conto è il principio secondo cui l’energia si conserva, un conto è quello in accordo con il quale, se non ci sono ostacoli, l’energia si minimizza. E’ di quest’ultimo che ho bisogno.

Dunque l’energia tende a minimizzarsi. Ma allora, non è sparita la teleologia dalla natura, come spesso si sostiene. Esiste infatti una variabile, cioè l’energia, che tende a minimizzarsi, cioè ha lo scopo di andare verso il minimo. Certo non si può dire che abbia l’intenzione di minimizzarsi, ma la fisica aristotelica non è poi così lontana.

Perciò a scendere non aiutano i santi, ma il principio di minimizzazione dell’energia. Anche noi, come lo stagirita, abbiamo i moti naturali e quelli violenti: naturale è perdere energia, violento è acquisirla.

Strano a dirsi a volte, però, i santi aiutano anche a salire. Sembra che il primo ad accorgersene sia stato Leonardo da Vinci, o comunque il primo a riportarlo. Così dice wikipedia. Se prendiamo un tubicino di vetro stretto stretto, cioè di diametro di un decimo di millimetro e lo immergiamo perpendicolarmente in una bacinella d’acqua, il liquido risale il capillare per ben 14 cm sul livello dell’acqua. Quindi l’acqua può risalire sui muri, contro ogni aspettativa! Un giovane di 21 anni nel 1900 sottopose alle Annalen der Physik il suo primo articolo scientifico discutendo il fenomeno della capillarità. Si chiamava Albert Einstein.

La spiegazione quantitativa di questo fenomeno arrivò solo nell’Ottocento per merito di Laplace, Young e Gauss. La base è la cosiddetta tensione superficiale.

Facciamo un passo indietro. Se immergiamo un corpo in un liquido esso riceve una spinta dal basso verso l’alto pari al peso del liquido spostato. Lo sapeva già Archimede. Per questa ragione, noi che abbiamo un peso specifico leggermente minore di quello dell’acqua, riusciamo a stare a galla, se non ci agitiamo troppo. Ma perché succede questo? Beh semplice il liquido spostato è dovuto salire leggermente, aumentando il livello contro la forza di gravità, quindi esso “vorrebbe” tornare in basso e vi spinge verso l’alto.

Appoggiamo un foglietto di carta sulla superficie dell’acqua e poi collochiamo sopra di esso un ago. Dopo di che con uno stuzzicadenti un po’ alla volta delicatamente mandiamo a fondo la carta. L’ago resta a galla! Ma come, l’acciaio non ha il peso specifico molto maggiore di quello dell’acqua? L’ago dovrebbe affondare. Invece, se non lo scuotiamo troppo, resta a galla, a causa della tensione superficiale.

Allora, proviamo a cercare una spiegazione della tensione superficiale. Le molecole d’acqua sono più “felici”, cioè si trovano a livello energetico minore, quando sono collegate ad altre molecole d’acqua in tutte le direzioni. Quindi le molecole alla superficie tendono a disporsi in modo un po’ curvo per minimizzare l’area scoperta. Su questa fragile curvatura abbiamo “appoggiato” l’ago.

Questa curvatura, però, viene contrastata dal fatto che le molecole d’acqua si attaccano ancor più volentieri al vetro e quindi per minimizzare la loro energia lo risalgono leggermente. Se il tubo è largo, allora l’effetto è minimo, ma se si tratta di un capillare il fenomeno diventa evidente e macroscopico.

Quindi, in conclusione, l’acqua risale il capillare contro la forza di gravità sempre perché “vuole” minimizzare l’energia. Perciò a volte i santi aiutano anche a salire!

VF

LA DURA VITA DEL FILOSOFO

  1. Carl_Spitzweg_The Poor PoetAbbiamo paura di non essere capaci e quindi spesso non ci misuriamo con i compiti più difficili, sostenendo, come la volpe con l’uva, che non sarebbero rilevanti. Può anche essere che tali problemi non siano centrali per il nostro lavoro di ricerca, ma può anche essere che sarebbe meglio capirne almeno qualcosa, per avere un’idea più chiara dei nessi con i nostri studi.
  2. Abbiamo paura della morte e perciò filosofie che affermano con forza, anche senza argomentarlo adeguatamente, che esisterebbe qualcosa di spirituale, di non riducibile, di troppo complesso, ci attirano e facilmente le abbracciamo.
  3. Abbiamo un grande desiderio di assoluto, di centri di gravità, di punti fermi, di fondamenti, e dunque filosofie che forniscono un ubi consistam, un punto archimedeo, un terreno solido da cui muovere hanno notevole successo.
  4. Siamo primati gregari e imitatori, per cui se una pratica argomentativa o un punto di vista, oppure una tesi vengono accettati da un certo gruppo di persone, in massa ci muoviamo nella stessa direzione, salvo cambiare idea dopo dieci anni quando si impone una nuova moda culturale.
  5. Spesso ci innamoriamo di una tesi per motivi personali, difendendola a oltranza con spericolate e improbabili argomentazioni, trascurando gli ovvi motivi per cui è poco probabile che sia corretta.

Queste sono cinque trappole in cui facilmente cadiamo noi filosofi. Riuscire a tenere a bada le inclinazioni emotive verso tali atteggiamenti è spesso doloroso e difficile. Eppure è essenziale per fare filosofia; altrimenti il nostro lavoro diventa perlopiù invenzione di favole consolatorie.

Faccio qualche esempio.

  1. Le logiche formali sono oggi uno strumento essenziale per fare filosofia in qualsiasi campo. Eppure tanti inventano argomenti per dimostrare che sono irrilevanti, quando spesso non vogliono fare lo sforzo di impararle. Lo stesso vale per tutte le scienze empiriche. Fare epistemologia o metafisica senza muovere dai modelli prodotti dalle scienze è un’attività vuota che spesso viene praticata per la pigrizia e la non-volontà di studiare psicologia, storia, fisica ecc.
  2. Da Platone a Edgar Morin non si contano gli anti-riduzionisti. Ma quali sono gli argomenti a loro favore? Quello centrale si può così formulare: esistono molte proprietà e relazioni di un intero che non sono spiegabili nei termini delle proprietà e relazioni delle sue parti. Ma se questo è un buon argomento per non essere riduzionisti, non è un buon argomento per essere anti-riduzionisti! Eppure tanti si gettano a capofitto a rivendicare proprietà e/o sostanze autodeterminantesi e autonome, che costituirebbero l’essenza dell’uomo.
  3. Epistemologie e metafisiche a priori sono l’illusione preferita dagli schiavi dell’incondizionato. La metafisica si occuperebbe dei mondi possibili a priori; poi la scienza empirica deciderebbe in quale viviamo. Peccato che la realtà sorprende quasi sempre i metafisici e si trova in un mondo di cui gli aprioristi non conoscevano neanche il linguaggio utile per parlarne. E gli epistemologi che a priori stabilirebbero le regole del buon conoscere sembrano quegli scolastici amici di Hegel che volevano apprendere a nuotare prima di entrare in acqua.
  4. Oggi nel mondo anglosassone va di gran moda fare ontologia a priori. Quando ho iniziato a studiare negli anni Ottanta quel modo di ragionare era ritenuto eretico e insensato. In Italia negli anni Settanta chi non aveva letto almeno cinque volte il Capitale di Marx era un ignorante patentato. Oggi quando parli di Marx a un intellettuale gli vengono in mente i fratelli comici!
  5. Nominalisti impenitenti, che butterebbero via il 90% del sapere pur di non accettare universali nella loro ontologia. Dualisti mente-corpo fanatici che anche di fronte alle evidenze più schiaccianti difendono la sostanzialità della mente. Platonici ingordi che sono convinti esistano anche quadrati-rotondi e ferri di legno. Gli innamorati di una tesi improbabile non si contano fra i filosofi.

E’ però interessante che alcuni dei comportamenti che per un filosofo sono deleteri, per lo scienziato spesso sono delle virtù. 1. Non misurarsi con compiti difficili e forse lontani dalla propria ricerca favorisce lo specialismo, che è molto utile per fare scienza. 3. Il buon scienziato deve dare per scontati i fondamenti della propria disciplina per un lungo periodo, al fine di lavorare concretamente sui problemi, quindi ha bisogno di credere in punti fermi. 4. Lo spirito di imitazione è spesso utile nelle scienze, che, per ottenere risultati, hanno talvolta bisogno di una notevole mole di persone che lavorano sullo stesso problema con gli stessi metodi. 5. Difendere a oltranza una tesi è a volte molto fecondo, poiché solo una lunga analisi, discussione e ricerca di conferme può portare all’affermarsi di una tesi che d’acchito sembra eretica e strana.

Questo non significa che scienza e filosofia siano attività diverse, ma solo che il filosofo accentua alcuni aspetti dell’impresa conoscitiva diversi da quelli seguiti dallo scienziato. Per il filosofo la visione di insieme è spesso più importante del dettaglio; per lo scienziato perlopiù vale il contrario. Per il filosofo gli aspetti normativi sono più significativi di quelli esplicativi; per lo scienziato di norma vale il contrario. Per il filosofo i fondamenti delle scienze vanno di continuo messi in discussione ed esaminati, mentre lo scienziato spesso deve accettare senza discutere molte premesse, per giungere a un buon risultato.

Tra filosofia e scienza l’impresa è la stessa, l’atteggiamento generale assai diverso.

VF

 

LE PARTICELLE INNAMORATE

quantum-entanglement-physicsGigi e Marina arrivano all’Hotel Excelsior. Hanno prenotato due camere doppie uso singola. Ognuno si sistema nella propria. Dopo un po’ Gigi decide che Marina ha dato segni di disponibilità ad approfondire la loro relazione, per cui bussa alla sua porta; Marina lo fa entrare. Marina resiste alle avances un po’ insistenti di Gigi, anche se si capisce che non le dispiacciono. Gigi demoralizzato a un certo punto torna nella sua stanza. Marina, allora pensa di avere trattato un po’ troppo duramente Gigi e quindi bussa alla sua porta. Questa volta il loro affetto si esprime liberamente. Alla fine Marina chiede a Gigi di andare nell’altra stanza a prenderle la camicia da notte, poiché vuole dormire con lui. Gigi esce e rovista lungamente nella stanza di Marina prima di trovare la veste. Finalmente egli torna stanco e trionfante e si addormenta vicino a Marina.

Gigi e Marina hanno provato tutte le 4 possibilità: entrambi nella stanza di Gigi, entrambi nella stanza di Marina, ognuno nella sua stanza, ognuno nella stanza dell’altro.

A nessuno verrebbe in mente di confondere la situazione in cui ognuno sta nella propria stanza con quella in cui ognuno sta nella stanza dell’altro.

Diverso è il caso se Gigi e Marina fossero particelle quantistiche. Due fotoni, ad esempio, possono stare solo in 3 modi e non in 4. Cioè non c’è nessuna differenza se si scambiano di stanza. In altre parole, mentre Gigi e Marina sono degli individui, gli elettroni hanno perso parte della loro individualità.

A questo punto interviene Leibniz con il suo “principio degli indiscernibili”: ma se i 2 fotoni sono indistinguibili, come facciamo a dire che sono 2? Infatti due entità che hanno tutte le stesse proprietà in realtà sono una!

No, caro Leibniz, se prendiamo ontologicamente sul serio la meccanica quantistica, il che può essere discusso, 2 particelle, anche se hanno tutte le stesse proprietà, compresa la posizione nello spazio-tempo, sono 2.

Come si fa a esprimere questa strana situazione?

Dovremmo trovare un formalismo matematico capace di dirci che in quella stanza c’è un fotone, ma non è determinato quale sia.

Si può fare. Un bravo logico-matematico ha inventato i quasi-insiemi, cioè insiemi che hanno cardinalità senza avere ordinalità. Sono quindi logicamente possibili quasi-insiemi di particelle, per i quali sappiamo quante ce ne sono, ma non sappiamo quali siano.

E’ possibile anche riabilitare il principio di identità degli indiscernibili in una forma più debole.

Facciamo un esempio banale. Poniamoci in uno spazio unidimensionale, omogeneo e orientato. Come, ad esempio l’asse delle x del piano cartesiano. Due punti, chiamiamoli Marco e Anna, si trovano a 1 metro di distanza l’uno dall’altro in questo semplice spazio. Non si differenziano in nulla, eppure sono 2. Però, rispetto all’orientazione della retta prima viene Anna e poi Marco.

E’ proprio vero che non si differenziano in nulla?

In realtà si possono discriminare dal punto di vista relazionale, poiché Anna è prima di Marco, mentre Marco è dopo di Anna.

Si dice che Marco e Anna sono “debolmente discernibili”, cioè discriminabili sulla base delle relazioni che valgono fra loro, anche se non grazie alle loro proprietà.

Anche le particelle quantistiche sono debolmente discernibili, per cui, in questa forma più debole, il principio di identità degli indiscernibili di Leibniz è stato salvato.

Vincenzo Fano

FILOSOFIA E PSICOLOGIA: UNA TESTIMONIANZA

media_362660_enRicordo che nella prima lezione di Filosofia, in prima Liceo, il professore aveva introdotto la disciplina proponendo una serie di quesiti sull’esistenza e la natura del reale, sull’uomo, sulla sua origine e destino. Mi aveva colpito la messa in discussione della possibilità stessa di conoscere e soprattutto di comunicare agli altri eventuali conoscenze. Ho scoperto allora che la Filosofia riguardava l’esercizio del pensiero e l’atteggiamento interrogativo verso il mondo e se stessi con cui avevo familiarità da quando conservo memoria di me. Ho scoperto così non solo di essere da sempre appassionata di filosofia ma di essere io stessa un “filosofo”. Ne ho avuto conferma qualche anno dopo quando, studiando Filosofia all’Università, mi sono accostata al pensiero di Gramsci, critico del diffuso pregiudizio nei confronti della filosofia come attività intellettuale molto difficile e propria di specialisti o di filosofi di professione e sostenitore dell’assunto che tutti gli uomini, pur inconsapevolmente, sono filosofi.  Nelle riflessioni gramsciane mi aveva particolarmente colpito l’enfasi sul linguaggio, come attività intellettuale basilare e condivisa, portatrice di una determinata concezione del mondo, e che poteva o essere assunta in modo inconsapevole e acritico oppure elaborata consapevolmente e criticamente, partecipando attivamente alla produzione della storia del mondo, di se stessi e della propria personalità.

Successivamente, mi ha illuminato una frase di Marguerte Yorcenaur nel suo bellissimo “Memorie di Adriano”: “l’uomo che […..] pensa […..] appartiene alla specie, non al sesso; nei suoi momenti migliori sfugge persino al concetto dell’umano” (tr. it. 2014, pag. 61).

Se il pensare, ovvero la ricerca di significato, è la cartina di tornasole della condizione umana, il momento per eccellenza in cui tale attività interrogativa viene spontaneamente esercitata è, senza dubbio, l’infanzia. L’interrogazione infantile, sospinta dalla necessità appassionata di adattarsi al mondo e di adattare il mondo a sé, può rappresentare infatti il prototipo del pensare filosofico, come sostiene Lyotard ne “Il postmoderno spiegato ai bambini”, cioè a tutti coloro che conservano la curiosità del pensiero nella sua fase aurorale, in cui l’indagine procede libera, svincolata da preconcetti e strutture che la ingabbiano. Se il pensiero libero e creativo è il mezzo della conoscenza, la possibilità di realizzare conoscenze, confutarle e, in tutti i casi progredire nella  costruzione del sapere  in forme socialmente condivise appoggia sull’adozione di un preciso metodo di ricerca, come evidenziato, in forma, a mio avviso, paradigmatica da Cartesio e Bacone.

Nel mio personale percorso di ricerca di significato (Belacchi, 2012), per l’esigenza di riscontri empiricamente fondati, abbastanza presto mi sono orientata dalla Filosofia verso la Psicologia, la Psicologia dello sviluppo, in particolare. Tra le tematiche della Psicologia dello sviluppo ho trovato fulcrale ed euristica l’indagine sui rapporti tra sviluppo del pensiero e sviluppo del linguaggio, ovvero sui processi non verbali e verbali di costruzione e condivisione delle conoscenze, questioni classiche della speculazione filosofica.

La letteratura psicologica, pur con differenti accentuazioni, da Piaget a Vygotsky a Bruner a Katerine Nelson, a Karmiloff-Smith, per citare gli autori più rappresentativi, ha ampiamente mostrato la sostanziale bidirezionalità della relazione tra pensiero e linguaggio: il pensiero, che nasce non verbale, trova nel linguaggio verbale un imprescindibile strumento di socializzazione delle rappresentazioni mentali,  divenendo, a sua volta, nel corso dello sviluppo psicologico per l’influenza soprattutto del contesto socio-culturale, prodotto del linguaggio stesso. Il linguaggio verbale infatti, grazie alla sua intrinseca struttura logico-formale, favorisce non solo lo scambio di pensieri ed emozioni, ma peculiarmente la costruzione dei concetti scientifici e delle rappresentazioni astratte. Uno status specifico tra i diversi tipi di competenza linguistica è da attribuire alla competenza definitoria, vale a dire all’abilità di esplicitare verbalmente il significato delle parole, che costituisce la componente filosofica del linguaggio ed è di per sé direttamente inaccessibile (Belacchi e Benelli, 2007). L’abilità di definire i significati codificati evidenzia in modo emblematico la funzione del linguaggio come cerniera tra mondo rappresentazionale interno ed esterno, tra esperienze private, personali e convenzioni socio-culturali. Nelle definizioni lessicografiche la forma linguistica costituisce un mezzo privilegiato, in quanto oggettivamente percepibile e valutabile, per accedere alle rappresentazioni mentali e verificarle intersoggettivamente.

Il linguaggio verbale è anche un potente mezzo per organizzare il pensiero, consentendo di economizzare le risorse cognitive, come dimostrano recenti ricerche sul ruolo dell’organizzazione semantica dell’informazione sulle prestazioni della Memoria Di Lavoro (ad es. Belacchi, Benellli e Pantraleone, 2011).

Per concludere, se in una fase iniziale di sviluppo delle scienze e delle scienze umane l’enfasi sul metodo e sugli aspetti procedurali della conoscenza hanno condotto ad affermare che “l’unità della scienza può compiersi solo a spese della filosofia” (Piaget, 1970, tr. it. pag.105) e che  “uno psicologo è in qualche misura costretto per i suoi metodi stessi di lavoro a ignorare la filosofia” (ibidem, pag. 103) in una fase evoluta, come ritengo si possa considerare la nostra, la scienza, la Psicologia, è pronta a recuperare la sua ineliminabile componente filosofica, perché la scienza ha bisogno di filosofia. Il metodo scientifico, come ha sostenuto Einstein non può prescindere da una componente filosofica, individuabile nella scelta degli obiettivi dell’indagine, che costituiscono il porto verso cui dirigere la nave della ricerca.

Carmen Belacchi

 

Riferimenti bibliografici:

Belacchi C. (2012), Da grande capirò tutto. Le domande di una bambina sul mondo. Liguori, Napoli.

Belacchi C., Benelli B. (2007), Il significato delle parole: La competenza definitoria nello sviluppo tipico e atipico, Il Mulino, Bologna.

Belacchi C., Benelli B., Pantaleone S. (2011), The influence of categorical organization on verbal working memory, British Journal of Developmental Psychology, 29, 942–960.

Lyotard F. (tr. it. 1987) Il post-moderno spiegato ai bambini, Feltrinelli, Milano.

Piaget J. (tr.it. 1970), Psicologia ed epistemologia, Loescher, Torino, 1971.

Yourcenar M. (tr. it. 2014), Memorie di Adriano. Einaudi, Torino.

 

LA FISICA PUO’ CONFUTARE IL REALISMO?

imagesIn continuazione escono i risultati di esperimenti che avrebbero confutato il realismo. Anche sul numero di giugno di Le scienze troviamo questa affermazione: “Una manciata di atomi può violare il principio di realismo. […] Per realismo si intende il fatto che la realtà preesiste all’osservazione.” (p. 22).

Proviamo a spiegare questa strana affermazione ricorrente.

Einstein, Podolsky e Rosen nel 1935 notarono che se attribuiamo realtà alle particelle prima della loro osservazione quando siamo in grado di prevedere le loro proprietà, allora necessariamente la meccanica quantistica è una teoria non locale, cioè una teoria in cui o non si possono separare oggetti distanti, oppure ci sono effetti che viaggiano a velocità infinita.

Bell negli anni Sessanta mise a punto una disuguaglianza che se violata mostrava che non ci sarebbe stata una spiegazione locale dei fenomeni quantistici.

Ormai sono innumerevoli le prove sperimentali che la disuguaglianza di Bell è violata. Ed è violata esattamente come prevede la meccanica quantistica.

Questo significa che il realismo e la violazione sperimentale della disuguaglianza di Bell portano alla violazione della località.

Ora, già Einstein sembra consapevole che la località è composta da due affermazioni distinte: 1. che possiamo chiamare “separabilità” in accordo con la quale è possibile attribuire proprietà alle singole particelle; 2. la vera e propria “località” secondo la quale non è possibile che effetti viaggino a velocità superiore a quelle della luce.

Siccome le teorie relativistiche sono basate sulla località. Oggi la maggior parte dei fisici e dei filosofi che si occupa di questo problema ritiene che sia violata la separabilità e non la località. In effetti se non si possono attribuire proprietà alle singole particelle quando fanno parte di un entanglement i fenomeni quantistici sono spiegati senza bisogno di segnali superluminali.

Non solo: se accettiamo la violazione della separabilità non abbiamo alcuna buona ragione per abbandonare il realismo, cioè per non attribuire esistenza a proprietà che abbiamo previsto prima della loro misurazione.

Dobbiamo ora soffermarci su una significativa confusione presente in questa massa di articoli divulgativi e non. Il realismo non è una tesi che può essere confutata.

Possiamo confutare il modus ponens? Cioè la regola logica secondo cui da “A implica B” e “A” possiamo dedurre “B”? No, ovviamente. Al massimo potremmo trovare contesti in cui è meglio non adottare questa regola, oppure è consigliabile indebolirla.

Il realismo è simile al modus ponens, cioè è una norma che riteniamo ragionevole, non una tesi empirica.

Non possiamo quindi dire che questi esperimenti confutano il realismo. Al massimo potremmo affermare che il realismo come norma generale non è compatibile con la meccanica quantistica.

D’altra parte il realismo è una norma di ragionevolezza molto ingombrante. Le nostre teorie astrofisiche prevedono con una buona dose di sicurezza che fra 5 miliardi di anni il sole sarà una gigante rossa e che qui sulla Terra ci saranno circa 3.000 gradi, rendendo impossibile ogni forma di vita oggi conosciuta e quindi ogni forma di essere senziente. Dunque quasi sicuramente mai nessuno osserverà questo fenomeno, ma non per questo sembra meno reale.

Sembra quindi una prospettiva ad hoc quella di abbandonare il realismo nel contesto quantistico. Meglio sostenere che la meccanica quantistica spinge fortemente verso un’ontologia non separabile.

Ma i problemi non sono finiti.

Noi siamo in grado di prevedere una certa proprietà della singola particella, ma fino a quando essa si trova nell’entanglement non possiamo attribuirgliela. Questo significa che la misurazione rompe l’entanglement.

Perciò una buona interpretazione della meccanica quantistica che voglia preservare il realismo deve non solo abbandonare la separabilità, ma possedere anche una valida spiegazione di come la misurazione faccia sparire l’entanglement.

Oggi in circolazione ci sono diversi tentativi di spiegare questo fenomeno, il più comune dei quali è quello di costruire una teoria statistica secondo la quale la sovrapposizione si scioglie naturalmente quando il sistema diventa sufficientemente grosso. Per quel che capisco si tratta di ipotesi ad hoc che per adesso non hanno altre conseguenze interessanti, cioè si tratta di teorie che sono state inventate per risolvere solo questo specifico problema. Una procedura che non convince.

Concludiamo ribadendo che abbandonare il realismo è una pratica argomentativa poco giustificata e che la meccanica quantistica è ancora una teoria aperta.

Vincenzo Fano

EPISTEMOLOGIA MERAVIGLIOSA DELL’ARCOBALENO

Rainbow-wallpapers-5Uno dei fenomeni più straordinari a cui, con un po’ di fortuna, a volte assistiamo è l’arcobaleno. Il grande arco iridato è anche una buona occasione per riflettere sulla conoscenza.

L’arcobaleno si forma quando una grande quantità di goccioline d’acqua nell’atmosfera rifrangono e riflettono la luce solare. La luce entra nella goccia, viene rifratta, e quindi separata nei diversi colori, riflessa sull’altro lato della goccia e mandata verso il nostro occhio. E’ perciò chiaro che il sole deve stare dietro la nostra testa e mandare i suoi raggi verso le goccioline che stanno davanti a noi. La luce viene riflessa soprattutto a poco meno di metà di un angolo retto, circa 40°, quindi se il sole è troppo alto o troppo basso l’arcobaleno non si vede.

E’ chiaro che tutte le gocce davanti a noi riflettono e rifrangono la luce, ma noi vediamo solo l’effetto di quelle che stanno su un arco, perché il fenomeno si osserva solo dall’angolazione giusta. Se ci spostiamo perciò l’arcobaleno si sposta con noi, ma in realtà è formato da gocce diverse.

Dall’analisi di questo fenomeno impariamo prima di tutto come l’intuizione ci inganna radicalmente. Muovendoci a noi sembra di vedere lo stesso arcobaleno, che però è composto da parti completamente diverse. E capiamo anche che nella nostra intuizione le parti di un oggetto e l’oggetto possono essere senza alcuna sovrapposizione.

D’altra parte non tutto ciò che vediamo è ingannevole. La percezione non è una completa illusione. Infatti la rifrazione dà effettivamente origine alla scomposizione della luce nelle diverse lunghezze d’onda, cioè i colori. L’iride esiste realmente. Certo però noi ne vediamo solo una piccola parte a causa della nostra posizione.

In altre parole esaminando l’arcobaleno capiamo anche l’immensa limitatezza delle nostre possibilità percettive. Infatti il fenomeno capita in ogni direzione, ma noi vediamo solo il semicerchio che ha l’angolo giusto rispetto a noi.

Come si legge su wikipedia, l’arcobaleno suscitò emozioni importanti ai poeti romantici inglesi. Keats sosteneva che Newton, spiegandolo, ne avesse dissolto la meraviglia. Wordsworth, per contro, ben consapevole della sua parziale spiegazione scientifica, ne era comunque profondamente colpito.

Il grande zoologo e divulgatore Dawkins è invece convinto che nulla come la scienza disveli la bellezza della natura. Tanto da prendere le mosse proprio dall’esempio dell’arcobaleno, fin dal titolo di un suo libro.

Di certo non si può negare che gli ultimi quattro secoli siamo stati testimoni del fenomeno che Max Weber chiamava “disincantamento” (Entzauberung). Sicuramente oggi non possiamo senza ipocrisia riproporre vecchi miti che hanno motivato l’uomo per millenni. Resta però che, per chi conosce un po’ le scienze empiriche, l’enormità di ciò che non abbiamo ancora compreso comunque ci sovrasta. Inoltre l’attività di capire i pochi frammenti della realtà che i nostri modelli ci porgono è sempre meravigliosa.

VF

IL TRANSUMANO E L’EVOLUZIONE

exploringtraLo spirito del contemporaneo quasi si identifica con lo sviluppo tecnologico e con l’inclusione del Virtuale e del Cibernetico nella nostra cultura e costituzione psicofisica. Il Transumanismo riguarda in particolare l’uomo, prevedendo l’Evoluzione Postbiologica, cioè il momento nella nostra storia in cui le mutazioni genetiche non saranno più causate e trasmesse da sé, ma da unità artificiali o ibride come le nanomacchine, sequenze sintetiche di DNA o programmazioni per controllare interazioni genetiche specifiche. Il movimento promuove l’enhancement, aumento o potenziamento dell’uomo tramite diversi innesti cibernetici al fine di diventare un transumano. Trascendere l’umano qui vuol dire essenzialmente due cose: la prima è che verranno semplicemente aumentate le normali capacità fisico-cognitive per permettere un raggio d’azione più ampio; la seconda è che tutte le capacità umane saranno esperite e interagiranno ad ogni livello in modi armonici, e risultanti in una nuova transpercezione che permette un’esperienza totalizzante, inclusiva degli aspetti sensoriali già esistenti.

Per la prima parte abbiamo per esempio gli esoscheletri, traduttori in tempo reale che possono essere inseriti nell’orecchio senza collegamenti esterni, oppure gli occhiali per la Realtà Aumentata. Tutte tecnologie che incrementano le capacità umane agendo direttamente sull’uomo senza tuttavia interferire con la sua natura. Una volta esaurito il loro compito, possono essere messe da parte. Per la seconda invece abbiamo innesti che vengono impiantati direttamente nel corpo, come sonde o chip sottocutanei, fino ad arrivare allo stentrode, un convertitore di segnali neurali che viene inserito in un vaso sanguigno del cervello e che può convertire gli impulsi cerebrali in segnali per comunicare con diverse macchine, oppure permettere ai paralitici di camminare di nuovo. Qui entriamo già nel cibernetico, e abbiamo un’interfaccia che non può essere separata dal corpo e diventa parte integrante della persona.

Pensiamo a Neil Harbisson, un artista impossibilitato a vedere i colori fin dalla nascita, che per risolvere il suo daltonismo ha impiantato nel suo cervello un Eyeborg, un’antenna che riesce a convertire le frequenze sonore in colori. Neil può letteralmente vedere i suoni, diversamente da ciò che avviene nella sinestesia, per cui ogni percezione è immediatamente associata all’altra tale che entrambe si attivano all’unisono. Dopo un po’ di tempo l’artista ha anche iniziato a sentire i colori, quando il suo cervello si è adattato al nuovo innesto. Questa percezione particolare, che Neil ha definito sonocromatismo, è propria di ciò che ci si aspetterebbe da un transumano, ossia l’uso delle funzioni cognitive che risultano in una totalità sensoriale che è più della somma delle parti. Ormai il musicista stesso si definisce un cyborg a tutti gli effetti, e così è stato riconosciuto dal governo britannico.

La cibernetizzazione per ora è già attuata nel campo prostetico per ragioni mediche, dove grazie alla stampa 3D e alla tecnologia neurale è possibile collegare una protesi in maniera non invasiva, programmando l’arto bionico a rispondere a determinati stimoli nervosi registrati dall’impulso neurale dell’individuo. Occasionalmente si può dotare queste protesi di ulteriori interfacce, come nel caso di James Young, che ha ricevuto un nuovo braccio completo di drone, torcia e altre funzioni direttamente dal mondo videoludico.

Il legame tra organico e cibernetico, la modifica genetica per rallentare e potenzialmente impedire l’invecchiamento, la programmazione digitale di cellule organiche, tra cui i neuroni, anche se sono progetti meno praticati o ancora in fase di sviluppo, offrono un piccolo sguardo a ciò che si sta preparando per essere parte dell’essenza dell’uomo e andare ancora oltre il bodyhacking che vediamo adesso. Tutto questo ci porta a chiederci perché si sente la spinta a unire organico e macchina, e perché sempre più persone ne sono così affascinati da volersi modificare pure senza apparente bisogno. Qual è la natura del cibernetico e dove siamo diretti noi come specie? Uno dei motivi principali è l’evoluzione.

Ian Tattersall nel suo libro Becoming Humans spiega che dal Sapiens in poi non ci saranno nuove specie di Homo. Il primo motivo è che siamo la specie dominante sul pianeta, nel 2050 saremo 9 miliardi, e dato che ci siamo sempre più separati dalla dinamica degli ecosistemi naturali, e non abbiamo di che temere da nessun’altra creatura, anzi è vero il contrario, non abbiamo più modo di ricevere gli stimoli necessari a promuovere nuove modificazioni e speciazioni. Il secondo motivo è che la nostra società globalizzata non permette più popolazioni isolate geologicamente, non offre quindi le condizioni ideali per lo sviluppo di una modificazione interspecie. Anche in futuro nell’ambiente spaziale Tattersall non vede occasioni; impossibile isolare totalmente colonie su altri corpi celesti, dove la sopravvivenza sarà dettata proprio dai collegamenti interplanetari. Si potrà forse parlare di adattamenti, sebbene lo spazio non sia l’ambiente ideale per il nostro corpo a causa dell’assenza di gravità e della quantità di radiazioni a cui si è esposti, ma non di evoluzione. Anche la manipolazione genetica per Tattersall non sortirà effetto, a meno che non si voglia isolare una popolazione umana apposta per permettere alla mutazione di attecchire naturalmente, cosa improbabile. Per il nostro organismo quindi ormai possiamo vivere così come siamo. Siamo in stasi.

Se l’evoluzione sembra essere il nostro limite organico, la Tecnologia e l’uomo stanno già mostrando di poter andare oltre, al punto da poter considerare come evolutiva proprio la nascita del transumano. Due scienziati dell’Università di Adelaide, Maciej Henneberg e Arthur Saniotis, hanno scritto nella loro opera The Dynamic Human che è possibile considerare come prossimo gradino evolutivo la sintesi cibernetica dell’uomo. Ciò che è particolarmente ben accetto è che quest’opera non parla solo del nostro possibile aumento tecnologico, ma ricorda il bisogno di recuperare e integrare un approccio intuitivo alla conoscenza tramite un approfondimento delle esperienze interiori che i due definiscono “sciamaniche”, e degli stati della coscienza, che in altre parole si rifanno all’inconscio e alla Natura. Se da un lato ci uniamo alla macchina, è bene accompagnare questa tecnologizzazione con una comprensione e integrazione del nostro elemento naturale e inconscio nel suo aspetto più primigenio, per ricordarsi che rendersi transumani non significa non essere più umani, e che in fondo, almeno per ora, nessuna tecnologia dona la saggezza di chi ha attraversato il deserto e ne è uscito più individuato.

Dato che per ora gli esseri umani nascono ancora completamente organici, ogni sintesi non medica equivale ad una operazione intrusiva che in fin dei conti resta un aumento convenzionale, almeno finché si vive sulla Terra, dettato più dalla fascinazione che dal bisogno. Quando i nostri ovuli formeranno feti cibernetici, potremo dire di aver raggiunto una piena transumanità; fino ad allora procediamo con calma, e ricordiamoci di conoscere meglio noi stessi prima di modificarci in qualche modo. Così saremmo sicuramente più preparati ad affrontare qualsiasi transpercezione e ampliamento della nostra consapevolezza derivanti dalla cibernetizzazione.

Alessandro Mazzi

L’EREDITA’ E’ UN FURTO?

Inheritance-tax_2476151bMolti degli errori filosofici sono mezze verità, il loro limite sta nel cogliere solo una parte del problema e assolutizzarla a scapito dell’altra. Lo stesso vale talora per le dottrine politiche, sociali od economiche. Prendiamo i due sistemi socio-economici che hanno caratterizzato il mondo occidentale moderno e contemporaneo: il liberalismo capitalistico e il socialismo collettivistico. Il primo riconosce che la libertà economica fondata sulla proprietà provata è (a) un diritto naturale dell’essere umano in quanto dotato di libero arbitrio, e dunque non solo (b) una condizione necessaria per una vita felice, ma anche (c) di fatto consente un’organizzazione economica più efficiente. La storia recente ha chiaramente dimostrato (c), e questo, anche se non bastassero altre considerazioni, sarebbe già un valido motivo per ipotizzare (a) e (b). Purtroppo il liberalismo capitalistico comporta gravi ed ingiustificate diseguaglianze: molti lo riconoscono, ma ritengono che questo sia un prezzo che val la pena pagare a fronte di (a), (b) e (c), e al più si possano mitigare tali ingiustizie con i palliativi dello stato sociale.

Il socialismo collettivistico riconosce che per un motivo di basilare giustizia ogni essere umano ha uguale diritto (a parità di impegno nel lavoro) di godere delle risorse del pianeta. Purtroppo per assicurare questo uguale diritto elimina la proprietà privata, perdendo così la libertà e l’efficienza della vita economica (e di fatto minando anche le libertà civili e politiche, dato che l’economia fa da base agli altri aspetti della società). Oltre a tutto il collettivismo non realizza nemmeno una giusta distribuzione, perché rendendo la proprietà comune attribuisce i medesimi diritti a chi si impegna molto e a chi s’impegna poco o nulla.

Ma un sistema che unisca i pregi di entrambi e ne escluda entrambi i difetti sarebbe possibile, e consisterebbe semplicemente nel liberalismo capitalistico senza il meccanismo dell’eredità individuale: un’economia di mercato con collettivizzazione dell’eredità. Le differenze che si creano alla nascita per il fatto che l’uno eredita una fortuna e l’altro non eredita nulla sono immorali (perché non c’è nessun merito o demerito che le possa giustificare), e non servono all’efficienza del sistema perché nulla assicura che chi eredita molto sia il più adatto a far fruttare i capitali ereditati, e chi eredita poco o nulla sia meno adatto. Anzi sappiamo che spesso avviene il contrario. Inoltre, dato che l’utilità marginale decresce con l’aumentare delle ricchezze, distribuirle in modo più uguale assicurerebbe che tutti ne avessero e ne traessero una maggior utilità marginale, massimizzando così l’utilità marginale a livello sociale. Giustizia ed efficienza sarebbero dunque assicurate facendo sì che ogni membro di ciascuna nuova generazione erediti in parte uguale quanto viene complessivamente lasciato dalla generazione successiva.

In questo modo tutti partirebbero alla pari, potendo godere delle medesime opportunità. Questa eguaglianza non porrebbe però alcun limite alla libertà di azione economica di ciascuno, perché salvo per questo aspetto il sistema resterebbe quello della libera economia di mercato. Nel corso della vita si creerebbero certe differenze di ricchezza e posizione sociale tra le persone. Ma intanto sarebbero molto minori di quelle che caratterizzano il sistema capitalistico; e poi sarebbero moralmente più giustificate, essendo frutto del diverso apporto fornito da ciascuno alla società col proprio lavoro. Inoltre tali differenze sarebbero funzionali all’efficienza del sistema: infatti a lungo andare si troverebbero ad esser provvisti di maggiori risorse proprio coloro che sanno farle meglio fruttare.

Si potrebbe obiettare che questo sistema nuocerebbe all’efficienza, in quanto normalmente la prospettiva di poter lasciare le proprie fortune ai figli è un incentivo alla produttività. Credo però che ciò sia assai più apparente che reale: chi lavora con impegno e passione lo fa soprattutto per la soddisfazione che trova nel lavoro. Lo scopo di migliorare le condizioni future dei propri figli (o dei dipendenti della propria azienda, o del paese, o di lasciare ampia fama di sé, ecc.) sono certo dei moventi nobili, ma psicologicamente parlando sono soprattutto dei piccoli alibi, come gli obiettivi di prestazione che si pone che fa corsa o ciclismo, i quali non hanno valore in sé, ma solo come motivazioni per l’attività sportiva in quanto tale. Ci sono alcuni che veramente si sobbarcano enormi fatiche esclusivamente in favore dei propri figli, ma sono quelli talmente poveri che altrimenti non potrebbero assicurare loro il minimo di sopravvivenza, e dunque non avrebbero comunque nulla da lasciar loro in eredità. Se poi la psicologia sociale dovesse dimostrare il contrario, che cioè anche per i benestanti la possibilità di far ereditare i propri figli è un incentivo reale, si potrebbe risolvere il problema consentendo di ereditare una parte piccola ma in percentuale della fortuna dei genitori (ad esempio, il 3%). Così, più ci si arricchirebbe più si potrebbe lasciare ai figli, e nel contempo sarebbe assicurata una sostanziale eguaglianza di partenza alla prossima generazione.

L’applicazione concreta di questa idea può presentare certo alcuni problemi pratici, ma probabilmente non più della realizzazione di qualunque altro sistema di distribuzione della ricchezza. In compenso semplificherebbe di molto il sistema fiscale attuale, in quanto una tassa di successione del 97% permetterebbe di eliminare ogni altra forma di tassazione diretta e indiretta, nonché ogni contributo previdenziale e assistenziale. Inoltre, come già osservato, in tal modo si sostituirebbe una tassa moralmente giustificata (in quanto colpisce una ricchezza del tutto immeritata) a imposizioni assai meno giustificate (in quanto colpiscono ricchezze che sono frutto del proprio lavoro). Naturalmente, per chi eredita poco o nulla, la tassa diventerebbe negativa.

In concreto, l’Istituto Centrale di Statistica dovrebbe calcolare qual è in ogni momento il livello di ricchezza media pro-capite del Paese, tassare quanto nell’eredità ricevuta da ciascuno eccede quel livello (salvo eventualmente il 3% di cui si è detto), e col ricavato (a) provvedere agli apparati statali, pubbliche amministrazioni, assistenza e previdenza e (b) portare al livello medio di ricchezza anche chi dai propri ascendenti eredita una somma inferiore. Naturalmente, ad evitare un facile aggiramento della tassa di successione, nell’eredità da tassare si dovrebbero computare anche i doni precedentemente ricevuti al di sopra di un certo valore: quelli cioè che non siano il normale dono di Natale o di compleanno, ma case, terreni, imprese, capitali, beni di lusso, ecc. Questa potrebbe esser la condizione tecnicamente più complessa da realizzare, ma non più di quanto lo sia oggi stabilire l’effettivo reddito da tassare per chi non percepisce un reddito fisso, o assicurare che l’IVA sia debitamente pagata su ogni transazione.

Forse si potrebbe pensare che il meccanismo dell’eredità privata è necessario a accumulare, generazione dopo generazione, quei grandi capitali che stanno alla base delle maggiori imprese di oggi. Ma è facile capire che esse potrebbero sostenersi ugualmente bene (o forse meglio) su un meccanismo di azionariato diffuso, che una sostanziale uguaglianza di partenza tra tutti i soggetti renderebbe possibile. Come ciliegina sulla torta, osserviamo che il nostro sistema potrebbe massimizzare i vantaggi del liberalismo e minimizzare gli svantaggi del collettivismo riducendo l’intromissione dello stato e degli enti locali nell’economia: scuola, cultura, sanità, previdenza, poste, trasporti, dovrebbero esser assicurati a tutti tramite un sistema di buoni, e non per gestione diretta da parte del pubblico.

Mario Alai