MONOLOGO DI UNO ZOPPO

pro-carve_16_9_contentMi chiamo Federico, sono nato nel 2016 e oggi – 2036 – ho 20 anni. Ho una gamba meccanica, perfetta, tecnologicamente straordinaria, collegata al mio sistema nervoso in modo che la posso utilizzare quasi come l’altra. Ho molti dubbi su di essa, però. Ce ne sono due modelli diversi: uno che assomiglia molto a quella vera, ma, a uno sguardo più attento si vede che non è umana e suscita in chi la vede o la tocca una sorpresa piena di ribrezzo. L’altra, invece, è chiaramente non umana. Quale mi conviene scegliere: la gamba onesta e brutta oppure quella disonesta e decente? Non so, io sono un tipo diretto. Se fossi cieco non vorrei essere chiamato “non vedente”, ma appunto “cieco”. “Diversamente abile”? Macché. Vorrei avere una gamba normale come quella di tutti i miei coetanei. Vorrei giocare a calcetto nei pomeriggi primaverili per ore nel cortile e poi correre alla fontana più vicina e bere a volontà. Ma, al massimo, mi mettono in porta. E sto lì, spesso solo, ad aspettare che arrivi l’attacco degli altri, che troppe volte mi fanno goal. Amo la montagna, la neve, lo sci. Sì un po’ posso fare; la gamba non è male, scendo anche da una pista nera, piano però e se cado ci metto mezz’ora a rialzarmi. Mi passano vicino gli snowboard volanti degli amici e dentro di me sento non solo ammirazione, ma anche un po’ di invidia.

Mi sono deciso: prendo la gamba evidentemente artificiale. Così almeno non inganno nessuno e l’espressione di sorpresa di chi mi guarda non devo aspettarmela in un secondo tempo.

Come per molte altre persone con un grave handicap sono molto arrabbiato. Perché proprio a me? Perché io devo essere diverso dagli altri? Perché non ho potuto avere un’infanzia felice, ma fin dai primi anni di vita ho dovuto lottare per ottenere tutto: per salire le scale, per fare educazione fisica a scuola, per correre con i compagni. Alcuni mi hanno detto che Dio ha scelto me, perché sapeva che avevo le capacità per sopportare una croce così. Non ci credo. Non so se ci sia un Dio, ma sicuramente non si è occupato molto di me.

Ho riversato la mia rabbia nella programmazione dei computer. Sono giovane, ma già parecchio capace e molti miei coetanei dipendono da me per risolvere i loro problemi con il calcolatore. So stampare in 3D, insegnare alle macchine, creare dal nulla effetti straordinari. Provo una sottile soddisfazione a essere più bravo di loro. Ma resto comunque zoppo.

Qualcuno nel 2016, anzi molti, non ha portato il proprio figlio a vaccinarsi contro la poliomielite. Troppi hanno disertato il vaccino scoperto da Sabin e quell’anno siamo scesi sotto la soglia di sicurezza. E così mi sono beccato la malattia. Era un mondo strano quello di quando sono nato, dove notizie prive di fondamento si propagavano con grande facilità. Tanti si erano convinti che i vaccini sono molto pericolosi. Certo i vaccini sono leggermente pericolosi. Ci possono essere abnormi reazioni allergiche, sbagli nel dosaggio ecc., ma i rischi sono immensamente più bassi rispetto al disastro di ammalarsi di poliomielite e non avere una gamba. Vaccinarsi significa che ognuno di noi accetta un rischio minimo affinché nessuno corra un rischio grande, cioè quello di cadere vittima di malattie gravi. Oggi questo viene insegnato nelle scuole, tutti ne parlano, tutti sono consapevoli che cooperare è un vantaggio per ognuno. Ma nel 2016 non era così ed ecco che sono qui a rosicarmi con il mio computer con una protesi al posto della mia gamba sinistra.

Vincenzo Fano

LE DONNE DI EINSTEIN

chNel 1914 Einstein era ancora sposato alla sua prima moglie Mileva Maric, donna di origine serba, claudicante, “di non comune bruttezza”, che aveva studiato con lui al Politecnico di Zurigo, senza però riuscire mai a laurearsi. Con lei aveva due figli Hans Albert, che divenne un bravo ingegnere negli Stati Uniti, ed Eduard, che soffrì tutta la sua triste esistenza di depressione. Negli anni di studio era nata, sempre con Mileva, Lieserl, che però come figlia fuori dal matrimonio, venne abbandonata dai fidanzati Einstein, che probabilmente la diedero in affido in Serbia.

Sul web circola una presunta lettera di Einstein a Lieserl, in cui egli direbbe che la forza più importante e più incompresa dell’universo sarebbe l’amore, che non ha alcun fondamento documentario.

Mileva era stata con Einstein negli anni più creativi, quando egli mise a punto i suoi straordinari articoli sull’effetto fotoelettrico, il moto browniano, la relatività ristretta e il principio di equivalenza. Lui lavorava ancora all’ufficio brevetti a Berna e scriveva questi capolavori nei ritagli di tempo con lei che di sicuro lo aiutava quotidianamente. Ciò malgrado non abbiamo alcuna testimonianza che Mileva abbia contribuito alla creazione di tali idee rivoluzionarie.

Mileva era una donna intelligente, una delle prime a studiare fisica e matematica in Europa, anche se senza riuscire fino in fondo, coraggiosa, di sensibilità spiccata. Purtroppo era anche malinconica e divenne sempre più possessiva nei confronti di suo marito che dal 1910 in poi diventava sempre più famoso. Quell’equilibrio straordinario che li aveva uniti soprattutto dal 1897 al 1903 – vedi il bellissimo epistolario – si disgregò progressivamente di fronte al successo di Einstein e al passare sempre più in secondo piano di Miléva.

Einstein si innamorò della cugina Elsa Löwenthal, una donna completamente diversa, bella e vana, di cui ovviamente Mileva divenne gelosissima. Ma lei voleva restare con il suo Einstein e addirittura accettò le condizioni terribili che quest’ultimo le impose per mantenere, almeno apparentemente, la loro convivenza (Isaacson, p. 183):

Mileva, queste sono le mie condizioni:

  1. Ti assicurerai che:
  2. i miei vestiti e il mio bucato siano sempre tenuti in buon ordine.
  3. che riceverò i miei tre pasti regolarmente e nella mia stanza.
  4. che la mia stanza e il mio studio siano sempre puliti, e specialmente che il mio tavolo sia riservato al mio esclusivo utilizzo.
  5. Rinuncerai a tutte le relazioni personali con me, a meno che non siano strettamente necessarie per ragioni di etichetta e di vita sociale. In particolare ti asterrai:
  6. dal sederti accanto a me in casa;
  7. dall’uscire o viaggiare con me.
  8. Ti atterrai ai seguenti punti per regolare le relazioni personali con me:
  9. Non ti aspetterai alcuna intimità da me, e non mi rimprovererai in alcun modo per questa mancanza.
  10. Smetterai di parlare, se io ne farò richiesta;
  11. Lascerai immediatamente la mia stanza da letto o il mio studio, senza protestare, quando io ne farò richiesta.

Sono parole agghiaccianti, che testimoniano il grado di degenerazione a cui era arrivato il loro rapporto.

Ma le cose durarono poco e cominciò la separazione che portò al divorzio nel 1919.

Malgrado Einstein si vantasse di non considerare importanti i rapporti personali, fu colpito duramente dal naufragare del più grande amore della sua vita e dal distacco dai figli, con i quali non riuscì più ad avere un rapporto veramente sereno.

Interessante notare che nelle clausole del divorzio, Einstein stabilì che se avesse vinto il premio Nobel – una consistente somma di denaro in corone svedesi non svalutate come il marco a quei tempi – cosa che puntualmente avvenne due anni dopo, lo avrebbe ceduto a Mileva. Impegno che poi mantenne e alleviò le difficoltà della donna ormai rimasta sola e con uno dei figli malato. Questo forse anche a parziale riconoscimento del contributo quantomeno pratico della donna alla sua attività scientifica nei primi anni del Novecento.

Ma Einstein non rimase fedele neppure a Elsa: ebbe innumerevoli flirt piccoli e grandi, compreso uno con Helen Dukas, la sua inflessibile segretaria, che ne custodì l’eredità documentaria (scelta da Elsa stessa in un periodo in cui Albert era malato!).

In una splendida pièce teatrale – la “Sonata di Milena” – raccolta nel volume L’arca di Gödel – recentemente messa in scena al Teatro Sanzio di Urbino, per la regia di Gabriele Marchesini, Franco Pollini ci racconta la storia di Einstein e la Maric, mettendo in bocca a lei uno struggente monologo, dove amore, arte, scienza e dolore si mescolano in una meravigliosa sintesi.

Il nostro problema oggi non è tanto quello che la scienza riesca a comprendere l’arte, compito forse inane, ma viceversa che l’arte sappia capire la scienza e renderla parte sempre più integrante della nostra cultura. Pollini è riuscito proprio in questo difficile intento.

VF

 

FARE DELLA PROPRIA CRISI OCCASIONE DI RIFLESSIONE

imagesNel 2008 Ermanno Cavallini, professionista affermato più che quarantenne, sfortunato come tanti altri, si è visto crollare il mondo addosso. L’immensa crisi finanziaria ha spazzato via il settore della fabbricazione di Yacht in cui lavorava.

E questa purtroppo è una storia comune. Ciò che rende Ermanno unico è la sua reazione a questa difficile evenienza. Ermanno si è messo, fra le altre cose, a studiare e ha scritto un libro di cui merita parlare.

Ermanno nota innanzitutto che “i soldi non fanno la felicità”. Verrebbe da rispondere “se i soldi non bastano a fare la felicità, figurati la miseria!”. È chiaro che i soldi in una certa misura sono condizione necessaria per il nostro benessere, ma il punto sottolineato da Ermanno è che oltre una certa soglia non sono poi così importanti, forse addirittura dannosi.

Il secondo aspetto del libro è che il Prodotto Interno Lordo non è un’adeguata misura del benessere di un Paese. Occorre sempre di più modificare questo parametro tenendo conto della qualità della vita delle persone.

In terzo luogo l’uomo è un animale sociale e quindi bisogna dare il giusto posto alla collaborazione, più che alla competizione. I grandi risultati si ottengono solo assieme. In questo senso Ermanno è un fautore dell’intelligenza collettiva e dell’uso del web come open source. Le buone idee crescono con la collaborazione di tutti.

In quarto luogo, come già aveva detto Keynes, il vero motore dell’economia reale è il ceto medio. Dunque per evitare l’eccessiva finanziarizzazione del capitalismo a cui assistiamo occorrerebbe tagliare le code della forbice dei salari, cioè stabilire un reddito minimo e un reddito massimo. Da qui il termine, introdotto da Ermanno, “Capitalismo a doppia valvola di sicurezza”.

È chiaro però, aggiungerei io, che una misura del genere, pur ragionevole, come tutte le grandi pianificazioni dell’economia, non può essere realizzata in un solo Paese, poiché rapidamente i capitali e gli investimenti fuggirebbero dalla nazione che avesse promulgato tali leggi. Capisco però la sensatezza e la giustizia insita in questa idea.

Le tesi messe a punto da Ermanno, che ha fatto della sua crisi personale oggetto di riflessione, sono belle. Credo però che, anche se forse abbiamo bisogno dei sogni e delle utopie per vivere bene, non dobbiamo credere troppo in esse, perché i tentativi concreti di realizzare i nostri sogni spesso si trasformano in incubi, come la storia ci ha insegnato.

Vincenzo Fano

L’INVESTIGATORE ARISTOTELICO

leftEra una estate infuocata, di quelle che avresti voluto vivere in acqua come i pesci. Difficile da farsi per chi, come Henry Hoffmann e il sottoscritto, lavoravano e vivevano in una città senza mare, senza laghi, senza fiumi e in cui l’unica piscina comunale era stata chiusa dopo l’assassinio del proprietario Waylon Smithers. Che piscina era quella, vere palme, vera sabbia, vere sedie da mare, non come la sdraio che Hoffmann aveva costruito sul suo terrazzo mettendo assieme pezzi di un dondolo e una zanzariera.

Waylon Smithers aveva classe, presso la sua struttura potevi scavare una buca per metri e metri di sabbia senza mai trovare il fondo, quasi da pensare che non ci fosse. Nessuno come Mr. Smithers poteva vantare così tanta sabbia in città.  Di tanto in tanto scavando potevi imbatterti in mozziconi di sigaretta, pezzi di sandwich, lattine e gomme da masticare: insomma una vera e propria spiaggia da caccia al tesoro. Jonas Gantt, l’unico psicanalista della città, si vantava di aver scavato da ragazzo una buca di dodici iarde, una prodezza senza uguali che gli era valsa sia l’attenzione di Kethrin Jonasson, la figlia del reverendo Rudolf Jonasson, che sarebbe poi divenuta Mrs. Gantt, sia l’elezione a membro onorario del club degli speleologi. Il prestigioso club contava esattamente tre membri: Rudolf Jonasson,  Kethrin Jonasson in Gantt e Jonas Gantt per l’appunto.

Di storie simili, legate alla piscina se ne sentivano in città, e forse anche Henry ne aveva una, ma era restio a raccontarla. Di quando in quando, dopo un giro di troppo di birra, parlava di uno strano mazzo di carte trovato da ragazzo scavando nella sabbia. Henry in effetti aveva delle carte, era ossessionato da quelle carte, le portava sempre con sè e le tirava in ballo ovunque.  Strane carte quelle di Henry, veramente strane. Non assomigliavano nè a carte da gioco, nè a quelle dei tarocchi. Henry era in polizia da molti anni più di me e non era raro vederlo durante qualche interrogatorio, presso il nostro distretto, cacciare il suo mazzo, fare una sorta di solitario e in pochi minuti inchiodare il sospettato mettendo in crisi i suoi ragionamenti. Altre volte, dopo il solitario, Henry appariva contrariato e senza dire nulla usciva dalla stanza bofonchiando qualche ingiuria contro le carte e qualcosa sulla sua prima ragazza BARBARA, poi di un certo CESARE, di tre DATISI e quattro BRAMANTI e altre parole che non ricordo. Doveva trattarsi, penso, di una di quelle strane storie di sesso che non riesci a toglierti di testa e su cui è meglio non indagare oltre. Le carte di Henry erano un mistero.

Una volta una recluta, vorrei chiamarla Mr. Murray per tutelare la sua privacy, ancora oggi l’unico esperto nei disegni per gli identikit della nostra Centrale, tratteggiò su un foglio un disegno delle carte di Henry. Eccolo qui [Fig.1]:

fig1_syllogistic-card

Lo schizzo non rende onore alla stranezza delle carte: Mr. Murray non aveva il dono delle proporzioni.

Il mazzo era formato da due tipi di carte: otto carte più grandi e otto carte più piccole. Ciascuna delle carte più grandi era di circa tre pollici e mezzo di altezza e di due pollici e mezzo di larghezza, e  aveva qualcosa di scritto vicino al bordo superiore e in molti casi qualcosa di scritto spostandosi verso il bordo inferiore. Le posizioni di queste scritte sembravano ben calibrate  con le posizioni di alcune aperture nelle carte più piccole: i rettangoli che vedete disegnati nelle carte minori. Queste ultime a occhio erano della stessa larghezza delle altre (due pollici e mezzo), ma di soli tre pollici di altezza. Esse recavano scritte nella parte vicino al bordo superiore e in molti casi una o più aperture rettangolari spostandosi verso il bordo più basso.  Henry usava sempre le carte in combinazioni di due, mettendo la piccola sulla grande e a quel punto le finestrelle della carta superiore davano accesso all’eventuale contenuto della carta sottostante formando così una sorta di terza carta.

L’ultima volta che vidi Henry usarle fu proprio per il caso dell’assassinio Smithers. Proprio difficile a credersi: un tipo così buono come Mr. Smithers trovato strangolato sulla sabbia. In città tutti sembrarono sconvolti dalla notizia, soprattutto perchè  Rudolf Jonasson,  Kethrin Gantt e Jonas Gantt erano considerati i maggiori sospettati. I membri del club di speleologia, infatti, non solo risultarono presenti presso la struttura  quando venne commesso il fattaccio, ma giorni dopo  furono ritrovati sul luogo del delitto, per la precisione  Jonas Gantt fu trovato a scavare una buca nella sabbia profonda quasi dodici iarde. Io dissi a Henry che uno dei componenti del club di speleologia doveva essere l’assassino e che torchiandoli per bene avremmo risolto il caso. Quando Henry mi chiese perchè pensassi così, io gli risposi che tutto mi sembrava portare a questa conclusione elmentare, infatti: tutti gli assassini tornano sul luogo del delitto; tutti i componenti del club di speleologia sono tornati sul luogo del delitto; dunque uno dei componenti del club di speleologia è l’assassino. Fu a quel punto che Henry estrasse le sue carte, e sotto voce ragionando tra sè e sè diceva frasi tipo:

«tutti gli assassini tornano sul luogo del delitto, dunque la carta grande All P is M, bene bene»;

«tutti i componenti del club di speleologia sono tornati sul luogo del delitto, dunque la carta piccola All S is M».

Henry selezionò dal mazzo le due carte così disegnate [Fig. 2 e Fig. 3]:

fig2_syllogistic-card

fig3_syllogistic-cardpoi sovrappose la carta piccola alla grande, allineandole sul bordo inferiore in modo da formare quasi una carta sola con le scritte All P is M e subito dopo All S in M, e si concentrò sulla finestra in basso attraverso cui però non compariva alcuna scritta. A quel punto Henry disse: «vedi, come pensavo,  uno dei componenti del club di speleologia è l’assassino, ovvero Some S is P, non compare come conclusione attraverso la finestra finale, mhhh proprio come pensavo, il tuo sillogismo non è corretto, dovresti indagare più a fondo prima di saltare a conclusioni frettolose». Anche se il ragionamento di Henry non mi era del tutto chiaro, decisi di scendere nella buca per indagare meglio.

Henry era un uomo rassicurante, raramente potevi vedere sul suo volto tracce di un qualche turbamento. Lo vidi agitato solo nell’autunno di quell’anno, diciamo colto da quell’agitazione che solitamente ti prende la mente quando capisci come inchiodare un assassino,  più che al primo appuntamento. In quell’autunno, io ed Henry incontrammo il primo proprietario della piscina. Già, nonostante quello che si dice ancora oggi, a costruire la piscina in città non era stato Waylon Smithers, ma il vecchio Martin Gardner, ora scrittore newyorkese. Il vecchio Martin aveva venduto la piscina al giovane Mr. Smithers nel 1952. Smithers aveva fatto molte modifiche all’impianto lasciando intatti solo i banchi di sabbia (troppa da spostare e poi questa era l’unica clausola imposta da Mr. Gardner).  Dopo l’assassinio la piscina era stata messa in vendita e il vecchio Gardner l’aveva riacquistata.  Fu proprio in quella occasione che io ed Henry avemmo modo di incontrarlo.

La buca di quasi 12 iarde era ancora lì, assieme a tutti i segnali della polizia e Mr. Gardner venne a chiederci se poteva chiudere la buca e togliere i vari nastri e sigilli. Gardner aveva grandi occhiali da cui trasparivano occhi profondi, un uomo rassicurante e aggiungerei molto divertente. Fu per questo che quando ci chiese dell’assassinio di Waylon Smithers io mi sbottonai dicendo che stavamo ancora brancolando nel buio e che avevamo dei sospettati, ma non abbastanza prove per inchiodarli. A quel punto Mr. Gardner, incuriosito, ci chiese se le voci in città sui membri del club degli spleleologi fossero vere. Io risposi di sì e che secondo me uno dei membri del club doveva essere il colpevole. Mr. Gardner mi chiese, allora, che ragionamento mi avesse condotto a tale conclusione ed io, dopo aver guardato Henry, gli risposi che il mio ragionamento era stato il seguente:

tutti gli assassini tornano sul luogo del delitto;

tutti i componenti del club di speleologia sono tornati sul luogo del delitto;

dunque uno dei componenti del club di speleologia è l’assassino.

Fu a quel punto che Mr. Gardner estrasse dalla tasca un mazzo di carte, strane come quelle di Henry, ma di grandezza uguale tra loro e di numero minore. Le carte possedevano parti aperte (finestrelle) e parti di colore nero e c’era una carta con la scritta “conclusion card”, l’unica frase per me comprensibile tra quelle scritte sulle carte. Provo a riportare qui di seguito una loro sommaria rappresentazione (le parti tratteggiate sono le finestrelle) [Fig. 4]:

fig4_gardner-card

 

 

 

 

 

 

Mr. Gardner prese due carte più quella della conclusione [Fig. 5, Fig. 6, Fig. 7]:

fig5_gardner-card fig6_gardner-card fig7_gardner-card

 

 

 

 

 

e sovrapponendole, con la carta conclusione in cima al gruppo, confermò che la mia inferenza non era corretta, la finestra corrispondente alla mia conclusione, così mi sembra di ricordare che disse, non era totalmente nera.

L’incontro con Mr. Gardner mi rese subito chiaro che Henry non aveva mai incontrato un altro possessore di carte come le sue: il volto di Henry quando vide le carte di Mr. Gardner era esplicito su questo. Fu a quel punto che Henry estrasse le sue carte cercando forse le stesse tracce di sorpresa in Mr. Gardner. Ma ancora una volta fummo noi a rimanere sorpresi. Mr. Gardner fece una risata e disse: «vedo che le carte inventate da Henry Cunynghame hanno ora un nuovo proprietario, sono contento, quando nel 1952 costruii le mie attuali carte, seppellii queste nella sabbia e oggi in verità ho ricomperato la piscina solo per vedere se fossero ancora lì dopo tanti anni», poi fece una lunga pausa e soggiunse: «sono contento che le abbia trovate lei, ha fama di ottimo investigatore e mi dica, come le trova?». Henry sorrise e poi disse «utili in diversi casi, ma ho approfondito i miei studi di logica e sto lavorando a una nuova versione». «Bene, proprio quello che speravo» disse Mr. Gardner, e poi soggiunse «posso chiederle un favore?». Henry si irrigidì e disse «nei limiti del legale, certo», Mr. Gardner sorrise e disse «quando avrà le sue nuove carte, seppellisca di nuovo nella sabbia il mazzo di Mr. Cunynghame, sono certo che saranno un tesoro e un buon viatico per qualche altro giovane». Henry sorrise e fece cenno di sì con il capo.

 

NOTE PER IL LETTORE.

Da ragazzo lessi un meraviglioso libro di Alessandro Bausani “Le lingue inventate” (Casa editrice Astrolabio – Ubaldini editore 1974). Alla fine della prefazione all’edizione italiana (il testo originale del 1970 è in tedesco) Bausani scrive il seguente ultimo avvertimento al lettore:

«[…] questo libro è chiaramente nozionistico. Per me la conoscenza di cose, la quantità di informazioni, insomma quello che si chiama ora con disprezzo ‘nozionismo’ è, sì, rovinoso per i cretini, ma è un elemento essenziale della cultura (e del resto forse la cultura stessa è rovinosa per i cretini …). Invito pertanto i pochi che leggeranno il libro a non saltare le parti noiose, per esempio quella riguardante la lingua segreta dei Dogon, ma semmai a impararla, a usarla per gioco con amici, e, meglio ancora, a inventarne qualcuna essi stessi.»

Questo avvertimento fu per me un invito a esplorare le lingue e soprattutto ad inventarne. Mi piacerebbe che questo racconto, mutatis mutandis, fosse un invito al lettore a indagare la sillogistica e a fabbricare un proprio mazzo di carte, del tipo di quelle di Henry Cunynghame o di quelle di Martin Gardner, a giocare con esse assieme ad amici, e poi andare oltre inventando nuovi modelli di carte.

 

PER UNA VELOCE INTRODUZIONE ALLA SILLOGISTICA.

Molti dettagli sull’uso delle carte sono stati omessi volontariamente nella speranza di incuriosire  e stimolare una ricerca personale.

Per una veloce introduzione alla sillogistica si veda:

Dario Palladino, <http://www.dif.unige.it/epi/hp/pal/ssis04/sill.pdf>

Per introduzioni più dettagliate:

Bobzien, Susanne, “Ancient Logic”, The Stanford Encyclopedia of Philosophy (Spring 2016 Edition), Edward N. Zalta (ed.),

URL = <http://plato.stanford.edu/archives/spr2016/entries/logic-ancient/>.

Smith, Robin, “Aristotle’s Logic”, The Stanford Encyclopedia of Philosophy (Spring 2016 Edition), Edward N. Zalta (ed.),

URL = <http://plato.stanford.edu/archives/spr2016/entries/aristotle-logic/>.

Lagerlund, Henrik, “Medieval Theories of the Syllogism”, The Stanford Encyclopedia of Philosophy (Spring 2016 Edition), Edward N. Zalta (ed.),

URL = <http://plato.stanford.edu/archives/spr2016/entries/medieval-syllogism/>.

 

NOZIONISMO.

Nel 1880, nel suo splendido libro dal titolo “Studies in the Deductive Logic” William Stanley Jevons dedicava il capitolo XI alla descrizione delle carte sillogistiche di Henry Cunynghame, la più vicina approssimazione, per usare le parole di Jevons, a quella che potrebbe essere chiamata una syllogistic machine (ovvero una strumento che consenta appunto di controllare meccanicamente la correttezza delle inferenze sillogistiche). Rimando al testo di Jevons per un’analisi più dettagliata delle carte di Henry Cunynghame:

URL=<https://ia902706.us.archive.org/0/items/studiesindeduct00jevouoft/studiesindeduct00jevouoft.pdf>

Nel Marzo del 1952, in un articolo dal titolo “Logic Machines” per Scientific American, Martin Gardner presentò per la prima volta le sue carte (il secondo tipo di carte descritte sopra). Nel 1958 Gardner nel suo meraviglioso libro “Logic Machines and Diagrams” (McGraw-Hill) tornò sull’argomento (capitolo 7). In questo testo di Gardner troverete anche altre proposte di carte che lascio al lettore esplorare.

 

DIMENTICAVO.

Dopo quell’incontro non ebbi più modo di rivedere Mr. Gardner. Henry di lì a poco si  trasferì in Italia e poco prima della sua partenza la buca di circa 12 iarde nella proprietà di Mr. Gardner fu stranamente richiusa. Per quanto mi riguarda ho costruito tanti mazzi di carte che poi ho implementato in applicazioni per gli smarthphone e porto ogni giorno i miei figli in piscina, con la sdraio di Henry e delle buone palette per scavare.

Infine, dopo la scomparsa del reverendo Jonasson, Kethrin Jonasson in Gantt si dichiarò colpevole dell’omicidio di Waylon Smithers. Quest’ultimo aveva scoperto infatti che molti anni prima a scavare la buca di 12 iarde non era stato il giovane Jonas Gantt, ma suo cugino, il pregiudicato nullafacente Harnold, che segretamente innamorato di Kethrin Jonasson, aveva scavato la buca per fare colpo sulla giovane. Il reverendo Jonasson per mettere tutto a tacere, essendo Jonas un miglior partito di Harnold, convinse quest’ultimo a partire, Kethrin a dimenticarlo e Jonas a scavare gli ultimi pollici di buca con annessi di fama e connessi di matrimonio.

A proposito di buchi, se vi state chiedendo come mai Jonas Gantt fosse sul posto dell’assassinio dentro una buca, non abbiamo ancora una risposta precisa. Forse Mr. Gantt avendo sospetti sulla moglie e temendo comunque fughe di notizie sul suo conto che screditassero la sua prodezza giovanile, preferì farsi trovare in una buca di docici iarde circa per salvare la sua reputazione con annessi e connessi. In verità, una volta sentii dire che ogni buona storia ha un buco. Non sono convinto di questa cosa, ma per evitare errori da dilettante ho preferito inserire un buco da dodici iarde circa.

Pierluigi Graziani

 

REFERENDUM COSTITUZIONALE. LE MIE RAGIONI PER VOTARE NO

imagesIl dibattito sul referendum costituzionale è strettamente connesso con quello sulla nuova legge elettorale, il cosiddetto Italicum, perché la legge elettorale influenza grandemente le modalità della rappresentanza e della stabilità delle maggioranze di governo. In questo articolo però cercherò di tenere separati i due argomenti visto che il referendum riguarda solo le modifiche costituzionali.

Fare le riforme non è un bene in sé. Quando si avanza una riforma lo si fa perché si vuole migliorare la situazione rispetto alle condizioni di partenza. Una riforma è quindi come una terapia e perciò bisogna capire quale è la diagnosi e quali sono le cure proposte.

  • La ragione più comune a favore della riforma è quella dei tagli alle spese. Si tratta, secondo di una manciata di milioni (una cinquantina secondo la Corte dei Conti) su una spesa corrente di circa 500 miliardi al netto degli interessi, quindi circa lo 0,01%. Sappiamo bene che la fonte di spreco non sono gli stipendi dei parlamentari bensì le cattive politiche e le cattive decisioni. Però se proprio si voleva risparmiare bisognava eliminare del tutto la seconda camera spostando le centinaia di funzionari superpagati nella P.A. ma con stipendi normali (e non si dica che non si può fare).
  • Riduzione del numero dei parlamentari. Bastava ridurre a metà il numero di membri della Camera e del Senato, come prevedeva la proposta del vicepresidente del Senato Chiti che aveva raccolto molte adesioni in Parlamento. Aggiungendo un dimezzamento anche delle indennità si sarebbero raggiunti risultati assai più rilevanti. Due camere più snelle, entrambe elette dai cittadini e con indennità più normali sarebbero più autorevoli. L’argomento che la proposta Boschi è meglio che niente non mi convince perchè quando si riforma una costituzione lo si deve fare con in mente un progetto di governo per il futuro e non “tanto per far qualcosa”.
  • Accrescere l’efficienza del lavoro parlamentare. Si dovrebbe dimostrare che il Parlamento italiano produce meno leggi di quello di altri paesi. In realtà è vero il contrario. Abbiamo prodotto troppe leggi e troppo spesso fatte male. Ecco qualche dato comparativo sia pure non aggiornato, sulle leggi approvate dai parlamenti. E se qualcuno avesse contato il numero delle norme inserite nelle leggi-contenitore i numeri sarebbero più alti.

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Fonte: Di Porto V. I numeri delle leggi. Un percorso tra le statistiche delle legislature repubblicane. Il Filangeri, Quaderno 2007, pp 179-200

La quantità non fa qualità e il vero problema italiano è che il flusso continuo della legislazione è una continua correzione e aggiustamento di legislazione già approvata ma evidentemente carente. Non si può dare la colpa di ciò all’elevato numero dei parlamentari perché l’80% delle leggi approvate sono di iniziativa governativa. Questo secondo dato corrisponde ad un progressivo rafforzamento degli esecutivi rispetto alle camere legislative di cui ormai si parla in tutti i manuali di scienza politica e che è dovuto ai vincoli esterni, soprattutto derivanti dall’Unione Europea, che vengono tradotti in iniziativa legislativa governativa. Qualcuno obietta che il Parlamento ha facilità ad approvare leggi minori ma poi non riesce a far passare le riforme importanti. Questa affermazione contraddice l’evidenza secondo la quale ogni nuovo governo ha voluto fare le sue riforme anche quando non erano necessarie. Questo è stato possibile grazie all’uso frequente della questione di fiducia (il presente governo l’ha posta anche sull’approvazione della legge elettorale che dovrebbe essere una tipica prerogativa parlamentare) e della legislazione delegata al Governo. Il Governo Amato nel 1992 salvò l’Italia dalla bancarotta facendosi affidare le deleghe legislative per 5 grandi riforme. Da allora ne è stato fatto grande uso. Il tempo medio impiegato dai governi per emanare la legislazione delegata è molto alto. Se il tempo medio di approvazione parlamentare è sceso negli ultimi tre decenni da 130 a 80 giorni, i governi impiegano da un minimo di 1 fino a 3 o 4 anni per legiferare. E questo è dovuto al fatto che regolare cose complesse richiede tempo. Famoso è stato il caso della scadenza alla fine di agosto di questo anno per la quale il ministro Madia aveva un anno di tempo per la riforma della dirigenza pubblica e che è stata rispettata solo grazie all’intensa sollecitazione del premier. Due mesi prima Gian Antonio Stella scriveva sul Corriere “record di errori nel codice degli appalti” per il quale il governo si era dato due anni di tempo. Anche il Jobs Act è stato prodotto a rate, nell’arco di due anni, sulla base di una delega legislativa.

La riforma della Costituzione prevede che il governo possa imporre alla Camera 70 giorni di tempo per legiferare su tutte le materie dichiarate “di attuazione del programma”. Mi sembra il classico caso nel quale la pezza è peggiore del buco. La fretta nel legiferare ha indotto migliaia di errori, leggi sbagliate e, come segnala Stella, perfino leggi delegate scritte male. Qualche mese fa il Sole24ore titolava in prima pagina: “85 modifiche alle imposte sui redditi negli ultimi 5 anni.” Tutti questi errori costano soldi, tempo e producono decisioni sbagliate. Salvo casi di calamità naturali o guerre, la legislazione dovrebbe essere ben studiata, ponderata, con una attenta valutazione dei costi e dei benefici, e poi adottata nella sua forma più semplice e chiara.

La necessità di “rafforzare l’esecutivo” è dunque sentita da chi sta al governo perchè il potere non basta mai, ma non dai contribuenti per i quali si sente invece quella di migliorare la necessità, la proporzionalità e la pertinenza agli obiettivi delle misure adottate.

  • Il superamento del bicameralismo perfetto è spesso citato come ragione per la presente riforma. È curioso che tra le varie riforme costituzionali passate (la più clamorosa è stata l’inserimento del pareggio di bilancio in Costituzione approvata dai partiti di Bersani e Berlusconi) nessuna abbia introdotto un semplice comma per stabilire che un disegno di legge presentato in una camera deve essere approvato anche dall’altra, sia pure emendato, o respinto. Questo avrebbe evitato il rimpallo da una camera all’altra. Io non sono contrario al monocameralismo purché si rafforzi la capacità rappresentativa del parlamento e di scrutinio sull’attività del governo, altrimenti la combinazione con il sistema elettorale dell’Italicum concentrerebbe troppi poteri nel capo del partito e del governo. Se però si vuole lasciare il bicameralismo è necessario che sia fatto bene. Per cominciare il nuovo Senato è chiamato a rappresentare non i cittadini (le comunità) bensì le “istituzioni territoriali” espressione vaga che potrebbe assommare regioni, enti locali, enti decentrati, enti speciali e perfino autonomi, come le università. Al suo interno siedono però solo rappresentanti dei consigli regionali regioni e 21 sindaci eletti anch’essi dai consigli regionali anziché dai loro colleghi. Nella stessa riforma si tolgono poteri alle regioni (anche a quelle che li hanno esercitati bene, mentre in Spagna il regionalismo differenzia le deleghe in base alle capacità) eppoi si dà a questo senato potere di decisione in caso di future revisioni costituzionali. Il procedimento decisionale, distinto in 4 principali cammini, è complicato e impreciso e perciò potrà adito a nuovi contenziosi. Il nuovo articolo 70 è illeggibile perché pieno di rimandi ad altri commi.

Dai sostenitori del sì ho sentito spesso menzionare la posizione critica ma favorevole di Massimo Cacciari. Ecco per intero la sua dichiarazione a La Repubblica: “È una riforma concepita male e scritta peggio. Insomma è una puttanata. Però realizza in modi bizzarri alcune idee che portiamo avanti da molti anni”. Perfino Marchionne ha detto che è favorevole a questa riforma “nonostante tutto”. Chi è contrario crede che la Costituzione non sia una legge qualsiasi, che deve invece essere scritta bene per durare decenni. Non la si può scrivere male perché poi si creano nuovi equilibri che tendono a consolidarsi.

  • Stabilità. Non è detto che la stabilità sia sempre una virtù. Il presidente americano è stabile per 4 anni ma la maggioranza dei 44 presidenti ha sperimentato periodi più meno lunghi durante i quali non aveva in una o in entrambe le camere la maggioranza per far passare le leggi e doveva perciò rassegnarsi ad estenuanti contrattazioni. Nel 2012 il partito repubblicano si rifiutò di approvare il bilancio federale per costringere Obama a fare marcia indietro sulla riforma sanitaria. Le virtù della costituzione americana stanno nella rigida separazione e bilanciamento tra i poteri, e nella capacità di inquadrare il personalismo elettorale in un sistema di responsabilità chiare ma plurali. La prima repubblica in Italia non fu affatto un regime instabile. L’egemonia democristiana, benché in presenza di un sistema proporzionale, ha consentito una notevole continuità e stabilità delle politiche adottate pur nel cambio frequente dei governi che però rimettevano in sella sempre le stesse persone. Il problema non era allora la stabilità ma la mancanza di ricambio. Da quando c’è il sistema elettorale maggioritario i governi durano di più (con l’eccezione del primo governo Berlusconi che cadde per il cambiamento di fronte della Lega). Il terzo governo Berlusconi non è caduto per problemi parlamentari o costituzionali, anzi aveva una vasta maggioranza. Furono le vicende economiche e le pressioni esterne a far cadere il governo che aveva vinto le elezioni. Allora la stabilità non fu considerata una virtù. Comunque la stabilità delle maggioranze non è toccata dalla riforma costituzionale perchè essa non tenta la strada limpida della elezione diretta dell’esecutivo, mentre su di essa agisce la legge elettorale.

La riforma contiene anche elementi positivi, come l’abbassamento del quorum per la validità dei referendum in base al tasso di partecipazione elettorale.

Più controverso mi pare il modo di affrontare la precedente riforma del Titolo V che introdusse un accentuato regionalismo senza distinguere abbastanza chiaramente le competenze. Viene eliminato l’ambito della “legislazione concorrente” e tutte quelle materie tornano completamente allo stato. Quindi dopo decenni dalla scoperta del valore della responsabilizzazione dell’autogoverno dei territori di cui la Lega si fece portabandiera, si torna alla centralizzazione senza distinguere tra regioni che hanno esercitato bene i loro poteri e quelle che li hanno esercitati male, però tenendo in piedi le costose prerogative delle regioni (e province) a statuto speciale. Poi però si aggiunge un comma in base al quale lo stato potrà legiferare sulle materie regionali non solo quando lo richieda “la tutela dell’unità economica o giuridica della Repubblica” come è ovvio, ma anche “la tutela dell’interesse nazionale”. Questa espressione può essere interpretata in modo molto diverso da un governo centralista rispetto da chi sostiene il principio di sussidiarietà e sarà la porta di ingresso di conflitti e diatribe per cui toccherà ogni volta alla Corte Costituzionale stabilire se una questione è di “interesse nazionale”.

LEGGE ELETTORALE. A mio avviso l’Italicum parte da due assunti sbagliati. Il primo è l’illusione che una legge molto maggioritaria consenta a importanti minoranze moderate di governare paesi democratici che altrimenti sarebbero preda di movimenti estremisti o illiberali. Questo era forse vero un decennio fa ma oggi in Europa i partiti estremisti o illiberali possono andare al governo proprio grazie a queste leggi elettorali perché diventano maggioranza relativa. Perciò dare la maggioranza assoluta ad una formazione politica senza costringerla ad alleanze con altri soggetti rischia di diventare la strada di accesso incondizionato di questi soggetti al governo del paese. Al momento in Italia non si vedono forze portatrici di pulsioni antidemocratiche, ma il nostro passato non ci esonera da future brutte sorprese. Il secondo assunto sbagliato è che se un paese è troppo complesso, stratificato, conflittuale, l’unico modo di governarlo sia semplificare al massimo la rappresentanza dando tutto il potere a un gruppo limitato e coeso di persone. Per quarant’anni la forza della Democrazia Cristiana è stata la sua grande complessità interna, che rifletteva quella del paese, purtroppo anche nei suoi vizi peggiori. Un buon sistema di rappresentanza deve cercare di portare nelle aule parlamentari la complessità e trovare le mediazioni e la sintesi. Un sistema che non ne è capace rischia di virare in due direzioni: o verso un autoritarismo dell’esecutivo con repressione del dissenso, come in Turchia e in Russia, o verso un populismo distributivo, necessario a raccogliere il consenso attorno ad una persona. Questo spiega perchè l’attuale esecutivo ha inaugurato la sua stagione con la distribuzione degli 80 euro in busta paga, poi ha esonerato dal pagamento dell’Imu anche i ceti abbienti, poi ha inventato gli incentivi a pioggia per le imprese, i bonus per gli insegnanti, i poliziotti, i pompieri e i diciottenni e così via. Si chiamano politiche distributive. In America Latina ogni caudillo ne fa un bel po’. Questo sistema produce una enorme dilapidazione di risorse, assai maggiore di quelle causate dai vecchi partitini del sistema proporzionale. L’Italicum, con il premio al partito più votato (con ballotaggio chiuso) e la nomina dall’alto dei cento capilista di ciascun partito, si inserisce pienamente in questo meccanismo della mancanza di rappresentanza interna e della ricerca del consenso fuori dalle aule parlamentari.

PER MIGLIORARE LA QUALITA’ DEL GOVERNO

L’Italicum, come, centinaia di altre leggi, era uscita dalla camera con un testo assai peggiore, tanto che lo stesso Renzi disse che la versione modificata dal Senato era molto migliore.

Non si possono contare le proposte di legge che sono molto migliorate nel ping pong tra Camera e Senato. E i meno berlusconiani ricorderanno con sollievo le leggi che quella maggioranza non riuscì ad approvare in entrambe le camere, come la legge bavaglio sulle intercettazioni e sulla informazione on line. Poiché legiferare bene è difficile, molto spesso le seconde o terze letture, i nuovi approfondimenti e proposte, nuove audizioni, aiutano a migliorare i testi di legge.

Ho notato che nei paesi del nord Europa il Policy Learning è considerato un processo importante. Istituti di ricerca, università, camere legislative e ministeri fanno circolare e discutono analisi, studi, proposte, previsioni, bilanci. Nessuna riforma nasce senza un vero apprendimento scientifico aperto agli stakeholders. Anche la Commissione Europea lavora così. A mio avviso bisognerebbe mantenere il CNEL (oggetto di cancellazione costituzionale) trasformandolo in un serio istituto di studio e analisi di valutazione e di impatto delle leggi adottate e di quelle che si stanno progettando. Dovrebbe esserci una analisi costi-benefici trasparente, accessibile a tutti, operata in rete con le Università. Certo questa trasparenza riduce la discrezionalità e la demagogia e perciò non è amata dai politici.  Ma la cittadinanza e la comunità scientifica dovrebbero essere favorevoli.

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Fonte: Capano G. and Pritoni A. Do Strong Governments Produce Good Policies? Paper presented at the XXX SISP Annual Conference, University of Milan 15th – 17 th September 2016.

Questo grafico, elaborato da due scienziati politici italiani, mostra un confronto tra il più stabile dei due governi Prodi, il più stabile dei tre governi Berlusconi e il governo Renzi in relazione alla coerenza e alla capacità innovativa, in tre aree di policy, in base all’opinione di una quarantina di esperti “neutrali”.

Come si vede il governo con la più ampia maggioranza parlamentare, il Berlusconi 2, non è affatto il più coerente e innovativo. Non vi sono quindi evidenze empiriche che la stabilità migliori la qualità mentre è evidente che la qualità della leadership è importante. Ma personalismo e populismo influenzano le modalità di selezione della leadership. Io credo che la ponderatezza e la trasparenza dei processi decisionali costringerebbe la leadership a migliorare la qualità delle sue decisioni. È normale che i politici “vincenti” chiedano leggi elettorali in base alle quali “il giorno dopo le elezioni si sa già chi formerà il governo” ma questo non può essere assunto come verità dai cittadini che si preoccupano invece della qualità del governo. E non è neanche vero che “i mercati chiedono certezza di governo”. Il Belgio è rimasto 541 giorni (2010-2012) senza maggioranza e ha continuato la strada del risanamento economico mentre la Spagna è da 8 mesi senza maggioranza e l’economia cresce il triplo della nostra con uno spread dei titoli di stato inferiore al nostro. La Germania, dopo le ultime elezioni, ha formato un governo solo dopo due mesi di trattative e da due legislature è governata solo grazie alla obbligata alleanza tra i due principali contendenti, eppure è il paese più forte del continente.

L’Italia dovrebbe occuparsi di rafforzare le sue istituzioni, le sue regole, la sua amministrazione, molto più che dare certezze ai politici che ambiscono a occupare le poltrone di governo.

PERSONALIZZAZIONE DELLA POLITICA E IL TABU’ DELLA SINISTRA. Il processo di personalizzazione della politica è sempre più accentuato e sembra ormai irreversibile. Esso dipende dalla personalizzazione della comunicazione politica, dallo scioglimento delle ideologie e dei grandi partiti di massa, dalla frammentazione dei riferimenti di identità e di interesse nel corpo sociale. Il rafforzamento delle istituzioni è un possibile contrappeso. Io però credo che la sinistra dovrebbe superare un suo tabù e riconoscere che sarebbe molto meglio avere l’elezione diretta del capo dell’esecutivo, con uno rafforzamento dell’autonomia del potere legislativo e del suo potere di controllo, piuttosto che vivere dentro un sistema formalmente parlamentare dove il parlamento è sempre più soggiogato dal potere personale del “capo” (così dice l’Italicum) del partito di maggioranza. Riconosciamo il personalismo e incanaliamolo in procedure di democrazia bilanciata.

MANCA UNA VISIONE DEL FUTURO. Le democrazie oggi sembrano prigioniere dei tempi corti della prova continua del consenso elettorale. Quando nel 2010 emerse il problema del default della Grecia, l’Europa avrebbe potuto risolverlo con qualche decina di miliardi. Però la Merkel non voleva perdere le elezioni regionali in Baden-Wurttemberg. E così ogni leader grande o piccolo è ossessionato dal consenso immediato e non si interessa di quello che accadrà nel medio-lungo periodo. Ma quello che saremo tra dieci anni dipende in larga parte da ciò che facciamo oggi. Questo fenomeno è accentuato in paesi, come l’Italia, nei quali i giovani sono pochi e i loro voto è poco prevedibile, mentre la fascia anziana di elettori è sempre più vasta e il loro orientamento politico è molto sensibile alle politiche distributive. Così abbiamo costruito un sistema che automaticamente dà più ai padri (e ai nonni) che ai figli. Perfino questo Governo, guidato da un giovane e con molti giovani al suo interno, è orientato più a tranquillizzare i vecchi che ad aiutare i giovani. Purtroppo così il paese si scava la fossa da solo. In Costituzione si potrebbe inserire una norma che impedisca la rielezione immediata per chi si candida a cariche monocratiche (come oggi è per il rettore nelle università) e il limite di due mandati per tutti gli altri. Io credo che questo sarebbe un primo freno alla ricerca ossessiva del consenso durante la gestione del potere.

CONCLUDENDO. Il bicameralismo paritario è un’anomalia ma non una malattia, anzi in taluni casi può contribuire a migliorare la qualità della legislazione costringendo i parlamentari alla revisione e alla rilettura dei testi. Non esiste un problema di scarsa produttività legislativa. Anzi l’Italia soffre per una produzione spesso eccessiva di una legislazione farraginosa, incoerente, spesso tecnicamente scadente perfino quando approvata col metodo della legislazione delegata al Governo. La riforma proposta introduce 4 complicate procedure decisionali e un Senato rappresentantivo di enti regionali che al contempo si vogliono depotenziare. Prevedendo scadenze brevi per la produzione legislativa aggrava il rischio di un suo ulteriore scadimento qualitativo. Il combinato disposto di questa riforma con la legge elettorale accentua la personalizzazione della decisione politica invece di trovare una mediazione tra accentramento personalistico e rappresentazione della complessità.

Nicola Giannelli

LA FILOSOFIA DEL SI’ AL REFERENDUM COSTITUZIONALE

imagesUno degli aspetti centrali della riforma Boschi, che a breve (fra qualche mese) sarà sottoposta a referendum confermativo, riguarda la modifica dell’assetto parlamentare. Si sente spesso ripetere che, se i cittadini confermeranno il testo approvato in parlamento, il ‘bicameralismo perfetto’ che ha caratterizzato sino ad ora il nostro sistema parlamentare andrà definitivamente in soffitta.

Per capire esattamente cosa accadrà in caso di vittoria del sì credo si debba fare qualche passo indietro, e cercare di rispondere ad almeno due questioni preliminari: a) che cos’è il bicameralismo? b)come si inquadra il bicameralismo italiano nel contesto dei sistemi parlamentari delle democrazie più evolute?

Una volta chiarito ciò, si dovrebbe essere in grado di dire se il superamento della struttura attuale può comportare conseguenze positive oppure no. Se in particolare darà luogo, come è stato più volte paventato, a un’evoluzione in senso autoritario del nostro sistema politico.

 

Bicameralismo

Il bicameralismo è una caratteristica dei sistemi politici democratici, sia presidenziali che parlamentari. La sua rilevanza costituzionale però è maggiore nei sistemi parlamentari, che si basano sul principio della sovranità del parlamento e della condivisione del potere fra legislativo e esecutivo (Sartori, 2004:115). Se una democrazia debba avere un assetto bicamerale o unicamerale è una fra le più controverse questioni che caratterizzano i sistemi parlamentari.

Tsebelis e Money (Tsebelis, Money, 1997:1), autori di uno dei più ampi studi comparativi sul bicameralismo, notano che un terzo dei paesi del mondo ha struttura bicamerale mentre i due terzi presentano un assetto unicamerale. Tuttavia, nelle trentasei democrazie analizzate da Lijphart – che restringe lo spettro considerando solo i paesi con alto indice di stabilità democratica e basso livello di violenza politica – la situazione appare rovesciata: il bicameralismo è l’assetto prevalente dato che, nel 1996, solo tredici esibiscono una struttura unicamerale (Lijphart, 2001: 221).

Diversi sono i modi in cui possono differenziarsi i due bracci parlamentari. All’origine, la ratio sottesa all’esistenza di una seconda camera (detta anche “camera alta”), eletta con suffragio ristretto, era quella di rappresentare un freno conservatore alla prima camera, eletta con modalità più democratiche (Lijphart, 2001, p. 222). Ciò appare con particolare evidenza nel caso italiano, dove le due camere presentano una serie di caratteri distintivi che rispondono perfettamente a quelli rilevati da Lijphart:

  1. è richiesta un’età diversa per l’acquisizione del diritto di elettorato attivo e passivo (non si può votare per il Senato se non dopo aver compiuto i 25 anni di età, né si può essere eletti se non dopo i 40 anni di età);
  2. la Camera deli deputati ha 630 membri, il Senato 315 più i senatori di diritto e a vita;
  3. il rapporto rappresentativo (il numero di abitanti corrispondente a un seggio) è più elevato per il Senato
  4. sono parzialmente diversi i sistemi elettorali;

(cfr. Martines, 2003, pp. 157-158). C’è da osservare che la differenza funzionale si è progressivamente erosa, fino quasi a scomparire, rendendo così vana l’esistenza di una camera con poteri del tutto equivalenti, quando non controproducente per la stabilità dei governi. Vediamo intanto per adesso come si articolano, più in generale, le varietà di bicameralismo e dove va a collocarsi quello italiano.

 

Il bicameralismo nei sistemi democratici evoluti. L’anomalia italiana

Essenzialmente sia Sartori che Lijphart convergono sul fatto che i due criteri principali per classificare il bicameralismo sono i) il potere formale e costituzionale di cui godono le due camere e ii) il loro metodo di elezione e composizione. Lijphart (cfr. Lijphart, cit. p. 226) ne aggiunge un altro, iii) il grado di sovrarappresentazione delle minoranze che può caratterizzare la seconda camera, la camera alta (ad esempio, vi può essere uguaglianza di rappresentanti per ogni unità statale o cantonale pur essendo le singole unità o i singoli cantoni differenti per dimensione e numero di abitanti). Più alto è il livello di sovrarappresentazione più elevato sarà il grado di disomogeneità delle due camere. Viceversa, con una rappresentazione più commisurata al numero degli abitanti si avranno camere tendenzialmente sempre più omogenee.

Lijphart (cit. p. 231) propone una classificazione generale della struttura dei parlamenti nelle trentasei democrazie da lui analizzate nel periodo che va dal 1945 al 1996. All’interno delle quattro categorie principali – bicameralismo forte, bicameralismo medio, bicameralismo debole e unicameralismo –vengono individuati sottogruppi e differenziazioni graduali mediante un indice numerico che va da quattro (bicameralismo forte) a uno (unicameralismo). Lo schema che viene fuori dai criteri di Lijphart è il seguente:

1) Bicameralismo forte: camere simmetriche e disomogenee [4.0]

Australia, Germania, Svizzera, Stati Uniti, Colombia (dopo il 1991)

2) Bicameralismo medio: camere simmetriche e omogenee [3.0]

Belgio, Giappone, Italia, Olanda, Colombia (prima del 1991), Danimarca       (prima del 1953), Svezia (prima del 1953)

2.1) Bicameralismo medio: camere asimmetriche e disomogenee [3.0]

Canada, Francia, India, Spagna, Venezuela

2.2) Tra debole e medio bicameralismo [2.5]

Botswana, Regno Unito

3) Bicameralismo debole: camere asimmetriche e omogenee [2.0]

Austria, Bahamas, Barbados, Giamaica, Irlanda, Trinidad, Svezia (fra il 1953 e il 1970)

3.1) Parlamento con una camera e mezzo [1.5]

Norvegia, Islanda (prima del 1991)

4) Unicameralismo [1.0]

Costarica, Finlandia, Grecia, Israele, Lussemburgo, Malta, Mauritius,    Papua Nuova Guinea, Portogallo, Danimarca (dopo il 1953), Nuova Zelanda (dopo il 1950), Islanda (dopo il 1991), Svezia (dopo il 1970)

Quello che risalta subito osservando questo risultato è che vi è un’importante correlazione empirica o ‘legge’ generale che mette in relazione due elementi strutturali: tutti i sistemi federali hanno parlamenti bicamerali mentre i sistemi non federali presentano varie forme di bicameralismo o parlamenti unicamerali. Dal che si ricava che il bicameralismo è, diciamo, una condizione quasi naturale per i paesi di tipo federale.

Guardando allo schema si vede che l’Italia, con il suo punteggio di 3.0, esibisce una forma di bicameralismo di grado abbastanza elevato. Se inoltre si considera il fatto che il nostro non è un paese federale – i paesi infatti con punteggio 4.0 sono tutti paesi federali – si capisce come la sua è una posizione di vertice, ed è però al tempo stesso, come giustamente rileva Lijphart, piuttosto anomala. Il caso italiano, infatti, costituisce una deviazione dalla norma, essendo la varietà di bicameralismo più forte di ciò che ci si aspetterebbe, visto che l’Italia, appunto, non è un paese federale (situazioni analoghe si hanno in Francia e in Colombia).

Già a sentire Lijphart dunque, fautore com’è noto di un modello di democrazia consensuale – in sintesi: potere distribuito orizzontalmente fra più soggetti che cooperano dialogando fra loro – si può ricavare che il bicameralismo italiano presenta perlomeno due aspetti critici: è osboleto ed è anomalo. Con la diffusione del suffragio universale è venuta meno la funzione originaria delle seconde camere, quella di controllo e di freno conservatore. Inoltre, come abbiamo appena visto, la versione italiana è troppo forte, e lo è più di quanto Lijphart stesso forse è disposto a riconoscere. Infatti, anche prendendo ad esempio due paesi con il punteggio massimo di 4.0, si osserva come, riguardo alla simmetricità – cioè al possesso dei poteri formali e costituzionali delle seconde camere – la seconda camera italiana ha una forza maggiore persino di quella tedesca o statunitense, dato che possiede, oltre a quello di legiferare in totale parità di condizioni con la camera bassa, il potere di sfiduciare l’esecutivo, mentre ciò non è possibile né in Germania né negli Stati Uniti (Lijphart stranamente non rileva il punto). Questo rappresenta un nodo cruciale. Vediamo perché.

Spesso i critici della riforma Boschi (si veda, fra tutti, Onida) osservano che la ratio sottesa a questo progetto di superamento del bicameralismo perfetto – quella di velocizzare i procedimenti legislativi – è inconsistente, data l’elevatissima produzione legislativa che caratterizza il sistema italiano. Se si producono così tante leggi significa che, di fatto, la seconda camera non svolge alcuna azione frenante o limitativa. Intanto si può osservare che questo è vero per molte leggi, ma non per tutte (elevato è il numero di disegni di legge di assoluta rilevanza strategico-programmatica che si sono impantanati o sono stati stravolti al Senato). Inoltre, i critici tacciono – e la cosa non può non apparire significativa – su un altro punto essenziale: a costituire un problema è sovente non tanto (o soltanto) il rallentamento del procedimento legislativo o la distorsione dei suoi esiti quanto, soprattutto, la stabilità dei governi, che spesso vengono sfiduciati proprio dal Senato, dove le maggioranze in grado di sostenerli sono più esigue e precarie (ciò è dovuto principalmente alle differenze dei sistemi elettorali e al diverso rapporto di rappresentanza).

Quindi, riassumendo, ci ritroviamo con una seconda camera che ha eguali poteri ma leggermente dissimile composizione, cioè a dire con un bicameralismo (quasi) perfetto che è, come osserva giustamente Sartori (Sartori, cit. p. 202), la peggiore delle combinazioni possibili. L’unica via d’uscita è quella di differenziare il davvero poco perfetto bicameralismo attuale, un ircocervo costituito da istanze regionaliste (il Senato è eletto a base regionale: art. 57, comma 1) e istanze politiche (i senatori – come i deputati – rappresentano la Nazione: art. 67). La riforma Boschi sembra imboccare proprio questa strada.

 

La riforma Boschi. Una deriva autoritaria?

L’insieme complessivo delle critiche avanzate contro la riforma Boschi appare ben sintetizzato nel saggio intitolato Le ragioni del no scritto dal costituzionalista Alessandro Pace, che solleva questioni sia di metodo che di merito (risposte puntuali si possono trovare nell’opposto Le ragioni del sì del giurista Beniamino Caravita). Mi soffermerò solo su una delle questioni di merito avanzate: la svolta autoritaria che conseguirebbe dall’eventuale approvazione della riforma.

Pace, come altri giuristi, sostiene che la riforma spingerà l’Italia verso una forma di premierato assoluto, e per tale ragione accosta il testo della riforma a quella presentata dal governo Berlusconi del 2005, bocciata poi dagli elettori nel referendum che ne seguì (cfr. Pace, cit. p. 20). I motivi di questa pericolosa trasformazione risiedono a suo avviso nel fatto che

  1. mediante il cosiddetto Italicum (la legge elettorale attualmente vigente, sulla quale a breve dovrà pronunciarsi, per un giudizio di legittimità, la Corte costituzionale) il voto al partito del leader che vince le elezioni verrebbe trasformato in un’investitura democratica quasi diretta del capo del governo;
  2. l’attuale premier è anche il segretario nazionale del partito di maggioranza;
  3. sarebbe eliminato il Senato come potenziale contropotere;
  4. non sarebbero previsti altri effettivi contropoteri.

Rispetto ad a) si può osservare come la tendenza a connettere la legge elettorale con la riforma costituzionale sia, sfortunatamente per i sostenitori, priva di qualsiasi credibile riscontro (la legge elettorale, così come vollero i costituenti, non è infatti, nel sistema italiano, costituzionalizzata). In verità, il voler statuire a tutti i costi un tale nesso appare più che altro come una mossa funzionale a esigenze di propaganda, e proprio in vista dell’intervento della Corte Costituzionale chiamata a pronunciarsi sulla costituzionalità legge elettorale giacché, legando l’Italicum indissolubilmente alla riforma, in caso di bocciatura ne deriverebbe, per una alquanto singolare applicazione del modus tollens, una bocciatura o comunque una pesante squalifica o ridimensionamento della stessa. In realtà, bocciando (in parte o totalmente) l’Italicum i giudici boccerebbero in tutta evidenza solo l’Italicum, non la riforma costituzionale.

Il punto b) appare poco comprensibile, dato che è un fatto meramente contingente che il premier sia anche il capo del partito di maggioranza, e ad ogni modo la sua investitura popolare continuerebbe ad essere indiretta, dato che è sempre e solo il parlamento che dà (o nega) la fiducia al governo.

Anche il punto c) appare alquanto specioso, visto che il Senato, così com’è, non funziona più da tempo come contropotere – posto che lo sia mai stato; ci si potrebbe chiedere infatti: quando, nel corso della storia repubblicana dal 1948 a oggi, il Senato ha svolto, effettivamente, una funzione di contropotere cassando o limitando provvedimenti potenzialmente antidemocratici e/o autoritari? Difficile trovare un esempio convincente. Sicuramente l’intenzione dei costituenti era quella di farne un luogo di controllo e limitazione, e rispondeva allora a comprensibili esigenze storico-politiche (giustamente a tal proposito Ceccanti parla di ‘paura del tiranno’). Tuttavia, di fatto, e sempre in maniera più evidente, la nostra camera alta è ormai solo un altro campo di gioco per l’esercizio di veti incrociati e tatticismi che complicano significativamente il gioco politico, rendendolo oltretutto poco decifrabile dai cittadini.

Ancora più incomprensibile appare l’affermazione di cui al punto d), visto che il testo riformato della costituzione prevede:

  • l’introduzione dello statuto delle opposizioni (art. 64, comma 2);
  • la facoltà di ricorso preventivo di legittimità costituzionale sulle leggi elettorali di Camera e Senato: in caso di pronunciamento di illegittimità la legge non può esere promulgata (art. 73, comma 2);
  • significative modifiche alla disciplina dei referendum che ne rafforzano l’efficacia (in particolare art. 75, comma 4);
  • tempi certi per l’esame delle proposte di legge di iniziativa popolare, per la presentazione delle quali viene elevato il numero di firme necessarie (art. 71, comma 3);
  • la costituzionalizzazione dei limiti sostanziali alla decretazione d’urgenza (art. 77 commi 4 e 5);
  • modifiche al sistema di elezione del Presidente della Repubblica e dei giudici della Corte Costituzionale da parte del Parlamento (art. 83, comma 3 e art. 135).

Solo una postilla, relativa al ruolo della Corte Costituzionale. L’Italia è uno dei pochi paesi a democrazia evoluta (insieme a Germania, Austria, Francia, Portogallo, Spagna e Belgio) a prevedere nel proprio assetto istituzionale un controllo giurisdizionale centralizzato, cioè a dire un organismo – la cui invenzione si deve ad Hans Kelsen – interamente sovraordinato al potere esecutivo e legislativo (tutte le altre democrazie hanno corti decentrate). Se questo non è un contropotere allora, davvero, cos’è un contropotere?

Un’ultima annotazione. È singolare che Pace, dopo aver prospettato il rischio di deriva autoritaria che conseguirebbe dall’approvazione della riforma, dichiari la sua personale preferenza verso il monocameralismo o, in alternativa, per il Senato consultivo (cfr. Pace, cit. p. 15). Evidentemente, nell’uno o nell’altro caso, il rischio autoritario svanirebbe!

In realtà, l’Italia, qualora fosse approvata questa riforma, farebbe solo qualche piccolo passo verso quello che Lijphart chiama il ‘modello Westminster’, cioè a dire una democrazia “verticale” e maggioritaria – il polo opposto, preferito dal politologo olandese, è la democrazia consensuale: un modello forse troppo idealizzato giacché presuppone per poter funzionare un’elevata etica di responsabilità negli attori politici e un alto tasso di razionalità e di informazione nei cittadini: entrambe le condizioni appaiono fortemente in crisi in questa fase storica (vedi l’ascesa di Trump in Usa, l’affermazione dei partiti xenofobi e anticapitalisti un po’ in tutta Europa, soprattutto nell’area dell’est).

Ma solo qualche passo, a ben vedere, dato che il processo di verticalizzazione della democrazia non si compie soltanto differenziando il bicameralismo. Sono indispensabili perlomeno due altri fattori: il bipartitismo e, soprattutto, la disciplina di partito, cioè a dire l’esistenza di partiti funzionanti sulla base di chiare e precise regole democratiche (cfr. Sartori, pp. 203-208). Quindi la paura, a fortiori, appare più che ingiustificata.

 

Conclusione: un argomento generale in favore del sì

Seguendo il suggerimento di Karl Popper (cfr. Popper, 1972: 594), dovremmo sempre applicare nel campo politico un qualcosa di simile a quell’aurea regola nota come ‘rasoio di Ockham’. Popper lo chiama il ‘rasoio liberale’. Il principio era: non sunt multiplicanda entia ultra necessitatem. Nel nostro caso, una camera che detiene gli stessi poteri formali, venuta meno la sua funzione principale, quella di freno conservatore, a che serve? È un’entità chiaramente superflua. Pertanto, o la si elimina (stravolgendo davvero in questo caso l’impianto costituzionale) o, più ragionevolmente, la si mantiene, differenziandone però la funzione. Che è proprio quello che fa questa riforma (cfr. artt. 55 e 70).

In termini generali, una non trascurabile conseguenza dell’eliminazione di un ente poco utile quando non del tutto inutile è l’eliminazione di tutti gli atti e le procedure ad esso ascrivibili. Si ottiene in tutta evidenza una semplificazione, e l’agire istituzionale diviene così più facilmente controllabile dai cittadini. Analogamente a quanto accade nell’impresa scientifica – è ancora Popper ad insegnarlo – la controllabilità degli  atti e delle procedure da parte della comunità è elemento vitale per la sussistenza di un sistema democratico. Togliere al Senato la funzione di camera politica, del tutto identica a quella già svolta dalla Camera dei Deputati, significa muovere un passo decisivo verso la chiarezza delle responsabilità – la “navetta” di una legge da una camera all’altra costituisce senza dubbio un caso di annebbiamento delle responsabilità – e il rafforzamento dell’accountability, vale a dire del dovere di rendicontazione dell’operato dei rappresentanti verso i cittadini.

Il rischio massimo che l’Italia può correre approvando questa riforma è quello di una democrazia che (finalmente) funziona. O quantomeno, un po’ meglio di prima.

Francesco Gusmano

Riferimenti

Caravita, B., Le ragioni del sì, Giuffrè, Milano, 2016 (ebook gratuito scaricabile qui)

Ceccanti, S., La paura del tiranno, Il Foglio,

Lijphart, A., Le democrazie contemporanee, Il Mulino, Bologna, 2001

Martines, T., Diritto Costituzionale, Giuffrè, Milano, 2003

Morelli, A. Notazioni sulle novità della riforma costituzionale riguardo alla decretazione d’urgenza, «federalismi.it», n. 11/2016, consultabile all’indirizzo web: www.federalismi.it/document/31052016135158.pdf

Pace, A., Le ragioni del no, Giuffrè, Milano, 2016 (ebook gratuito scaricabile qui)

Popper, K. R., Congetture e confutazioni, Il Mulino, Bologna, 1972

Sartori, G., Ingegneria costituzionale comparata, Il Mulino, Bologna, 2004

Tsebelis, G., Money, J., Bicameralism, Cambridge, Cambridge University Press, 1997

 

 

 

L’INVIDIA E IL BENESSERE

fish freedom concept

fish freedom concept

Uno degli effetti psicologici più sconcertanti messi in luce dalle ricerche sulla felicità è il cosiddetto “adattamento edonico”: l’influenza sulla nostra soddisfazione di un miglioramento delle condizioni di vita diminuisce fino quasi a scomparire con il passare del tempo. Per essere felici a lungo dunque occorrono sempre nuovi incrementi di reddito e risorse. Così ad esempio la variazione congiunturale del Pil di un Paese a tre mesi esercita di volta in volta un forte effetto di sfiducia o fiducia sui cittadini, che varia a seconda che il suo segno sia positivo o negativo, indipendentemente dai valori precedenti.

Almeno dagli anni ’70 ci si chiede se il PIL pro capite di una nazione sia una buona misura della soddisfazione delle persone. Richard Easterlin, in una serie di studi fondamentali, ha sostenuto di no: più importanti sarebbero le condizioni occupazionali e soprattutto il confronto fra la propria situazione economica e quella dei nostri pari. Se così stanno le cose, allora la nozione di disuguaglianza diventa centrale. Su di essa Thomas Piketty ha richiamato infatti la nostra attenzione.

Un nuovo studio empirico svolto in Kenia ha indagato a fondo tali fenomeni. I risultati sono notevoli e di estremo interesse, anche se temi di questo tipo richiedono decine di ricerche empiriche e un’accurata meditazione sui dati raccolti, prima di accettarne le conclusioni. Innanzitutto occorre distinguere fra felicità in senso affettivo e in senso cognitivo. La prima è un moto irriflesso dell’animo, mentre la seconda è anche frutto di una meditazione. La prima è più variabile e meno influenzata dalle condizioni economico-finanziarie rispetto alla seconda. Quindi concentriamoci su quest’ultima.

Nella ricerca svolta dagli studiosi di Princeton è risultato che la cosiddetta “life satisfaction” cresce significativamente con l’aumentare del reddito medio. Tuttavia l’esperimento è stato condotto in Kenia fra popolazioni abbastanza povere, per cui poco ci dice sull’effetto degli aumenti del reddito o del PIL pro capite nei paesi ricchi, dove le evidenze mostrano, invece, che la crescita del benessere diminuisce sempre più per uguali aumenti di reddito o di Pil pro capite, mano a mano che aumenta la ricchezza media del paese.

Colpisce però che nei villaggi beneficiati dall’arricchimento casuale di alcune famiglie, i non prescelti abbiano subito un incremento molto accentuato del loro malessere: “Your gain is my pain”, come recita efficacemente il titolo del lungo report dell’esperimento. Dunque l’invidia è un fattore determinante per il nostro benessere. Rawls suggeriva che dietro al velo di ignoranza, dove non sappiamo se siamo ricchi o poveri, sani o malati, occorrerebbe scegliere quella società in cui coloro che stanno peggio stiano meglio: il celebre principio del maximin. Sappiamo bene che un po’ di disuguaglianza favorisce la crescita, ma fino a che punto essa è accettabile? Fino a quando gli ultimi migliorano la loro condizione, risponde Rawls. Ma, attenzione, questo esperimento conferma che la situazione degli ultimi non è determinata solo dal loro reddito e dal loro patrimonio, ma anche dal confronto con i loro pari. Tale fenomeno è profondamente radicato nell’animo dei primati: la scimmia beneficiata con un cetriolo per lo stesso compito per cui la sua collega ha ricevuto una banana, lo rifiuta e se può impedisce alla compagna di prendere il premio migliore la volta successiva, anche se questo comportamento sembrerebbe irrazionale.

Dall’indagine emerge però anche un altro dato interessante. Ciò che conta per il nostro benessere non è tanto la misura della disuguaglianza all’interno del villaggio, che di solito viene valutata tramite il coefficiente di Gini. Esso vale 0 se tutti stanno esattamente nella stessa situazione e 1 se uno solo possiede tutto. Ciò che conta è, invece, lo stato economico-finanziario relativo. Ad esempio, in un paese dove il coefficiente di Gini valesse 1, non si sentirebbe tanto questo effetto, poiché quasi tutti – tranne uno – sarebbero nella stessa condizione. Cioè quello che conta per il benessere è il rapporto fra la ricchezza del singolo e la media, che non è misurato adeguatamente dal coefficiente di Gini.

Quando si riflette sul benessere e su come organizzare la società in modo da favorirlo, occorre sempre prendere le mosse dai dati empirici e non ancorarsi a punti di vista preconetti. E il benessere, a causa dell’adattamento edonico – confermato anche in questo esperimento – è necessariamente legato alla sensazione di crescita e miglioramento. Ma quale crescita e quale miglioramento? Le indagini empiriche devono aiutare a stabilire semplici parametri, che misurino adeguatamente l’incremento nella qualità della vita. E poi bisognerebbe ricondurre la nostra valutazione della situazione economica di un paese a tali misurazioni.

Vincenzo Fano

STORIA DI UNA COMETA

VAN, TURKEY - AUGUST 12: Perseid meteors streak across the sky during the annual Perseid meteor shower above Van Lake, in eastern Turkey, Van on August 12, 2016. (Photo by Sitki Yildiz/Anadolu Agency/Getty Images)

Quattro miliardi e seicento milioni di anni fa a circa cinque miliardi di chilometri dalla Terra cominciò a orbitare attorno al Sole una cometa costituita di ghiaccio, anidride carbonica e poco altro, il cui nucleo era di circa venti chilometri. L’orbita ellittica molto allungata la portava lontanissima dal Sole e poi più vicina con un periodo di 133 anni.

In quel tempo si stava formando il sistema solare, cioè il Sole, la Terra, gli altri pianeti e altri oggetti che ruotano attorno al Sole tutti più o meno sullo stesso piano, segno che probabilmente hanno un’origine comune.

Questa cometa, nel suo lunghissimo peregrinare attorno al Sole, lascia dietro di sé detriti distribuiti lungo la sua immensa orbita.

Tra il 10 e il 12 agosto la Terra attraversa il punto più ricco di materiali dell’orbita della cometa e i detriti, per alcuni giorni, di notte diventano visibili nella nostra atmosfera.

Già Plutarco ne conosceva l’esistenza, attribuendo queste fiammelle al corteo di Priapo, dio della fecondità. S. Lorenzo venne ucciso in quei giorni, si dice, nel 258 d. C. e ora quelle luci cadenti vengono associate dai cattolici alle lacrime per il suo martirio.

Una delle prime comete che l’uomo ha studiato con attenzione è quella di Halley. Quest’ultimo nel 1682 capì che essa diventava visibile sulla Terra ogni 76 anni e che sarebbe apparsa di nuovo nel 1758, come effettivamente avvenne. Secondo i calcoli di Halley essa passava molto vicino alla Terra. E si diffusero leggende che avrebbe colpito la Terra e l’avrebbe distrutta come castigo divino. Per questo Pierre Bayle scrisse i suoi famosi Pensieri sulla cometa, attaccando la visione idolatra secondo cui Dio punisce i cattivi su questa Terra. Punto di vista già sconfessato qualche secolo prima di Cristo dagli autori di Giobbe.

Ma torniamo alla storia della nostra cometa nata quattro miliardi e seicento milioni di anni or sono. Solo nel 1862 essa venne scoperta e identificata indipendentemente da 2 astronomi: Swift e Tuttle; per questo oggi si chiama appunto “cometa Swift-Tuttle”.

Pochi anni dopo, nel 1866, il grande astronomo e storico della scienza italiano Schiaparelli mise in connessione le lacrime di S. Lorenzo e la cometa di Swift-Tuttle, capendo che le prime erano causate dall’attraversamento dell’orbita della cometa da parte della Terra.

E quelle fiammelle non sono stelle, ma piccole particelle di polvere che viaggiando a velocità altissima nell’atmosfera si dissolvono emettendo un lampo di luce. Esse vengono chiamate “Perseidi”, perché a noi appaiono vicine alla costellazione di Perseo, con la quale, però, non hanno nulla a che fare.

E trent’anni dopo, Giovanni Pascoli scriveva, in memoria di suo padre assassinato il 10 agosto 1867: “San Lorenzo, io lo so perché tanto / di stelle per l’aria tranquilla / arde e cade, perché sì gran pianto / nel concavo cielo sfavilla”. Il naturalista Pascoli, allievo a Urbino di Serpieri, conosce bene la natura di quelle fiammelle, che descrive con efficacia nell’espressione “arde e cade”.

Nel 1992 la cometa di Swift-Tuttle arrivò al suo perielio, cioè al punto più vicino al Sole della sua orbita; abbastanza visibile dalla Terra anche se non a occhio nudo; tornerà a farci visita nel 2126. Io non ci sarò, ma qualcuno di sicuro la vedrà e forse anche a occhio nudo.

Un corpo simile a questa cometa circa 66 milioni di anni fa sconvolse la Terra accelerando probabilmente l’estinzione dei dinosauri. La probabilità che proprio lei venga a collidere con noi è però molto bassa.

Oggi conosciamo un poco questo immenso cielo che ci circonda e che incute in noi rispetto e venerazione. E capirlo sempre meglio, assieme a tutti gli esseri che lo vedono, promuove in noi un senso profondo di solidarietà.

VF

L’ECONOMIA DEGLI SCONNESSI

images (1)Come discutere di cosa è ridicolo oggi? In questi giorni almeno due sono le alternative al riguardo. Da una parte le polemiche scaturite dalle vignette infelici di qualche disegnatore satirico, dall’altra le affermazioni, consentitemi, spesso ridicole riportate dai giornali su temi estremamente seri.

Il dibattito sul primo argomento non mi appassiona, e lascio ai fustigatori professionisti, invero in buona parte ondivaghi nel tempo, le valutazioni in merito.

Invece il secondo tema, anzi metatema, è assolutamente insostenibile, a mio avviso. Da tempo chi opera con l’economia reale e l’analisi economica si rende conto di quanto tutto sia strumentalizzabile. Occupati ed inoccupati, PIL e frenate, risultati di interi settori bloccati dall’assenza di logica sistemica (vogliamo parlare del turismo in superdistretti cruciali come la Romagna?), su queste tematiche ogni argomento porta a pareri i più disparati pur partendo dalle stesse informazioni di base.

Pluralismo delle opinioni, certo. Cuore della democrazia. Del resto come farebbero gli Scanzi, i Travaglio, i Gasparri, i Salvini, i Carbone, ad avere spazio mediatico se ciò non fosse consentito?

Però c’è un limite, ed è quello delle complete assurdità. Dei nessi causa-effetto ribaltati o semplicemente sconnessi. Dell’informazione banalizzata, consciamente o (forse peggio ancora) inconsciamente.

Ecco un titolo dal Corriere della Sera di oggi: Storchi, Federmeccanica, “Giù le tasse per aumentare la produttività”.

Fermiamoci al titolo, come fanno il 70% dei lettori dei giornali.

Ohibò! Da quando in qua tasse e produttività sono collegate in maniera inversamente proporzionale?

Se usassimo il buon senso, diremmo che piuttosto dovrebbe essere vero il contrario. Ad un aumento di imposizione fiscale si dovrebbe reagire con un aumento di produttività per provare ad ottenere un miglior risultato dalla singola operazione economica e quindi aumentare, obtorto collo, il reddito post tasse, per mantenere il ROI netto ad un determinato livello.

In realtà, le due “variabili economiche” (una di politica economica – le tasse, una di economia politica – la “produttività”) non sono teoricamente  collegabili in alcun modo ragionevole. La produttività è frutto di un rapporto tra un output di prodotto/servizio/semilavorato in un periodo di tempo ed un input di risorse (che serve per originare quell’output) sulle quali misurare la produttività stessa. La produttività delle vendite per ora lavorata, per esempio, è data dal rapporto (valore vendite/ore totali lavorate), valido per unità operative specifiche; e così via.

Io non sono un teorico della produttività a tutti i costi. Preferisco indicatori come il reddito netto assoluto, oppure il throughput (valore del flusso di trasformazione al netto dei costi di realizzazione).

Mi spiego con un esempio di vita vissuta. Negli anni Novanta dirigevo la divisione più profittevole nel nostro settore d’attività a livello nazionale, ambito distribuzione alimentare. Non avevamo la migliore produttività per ora lavorata, ma il livello di servizio che fornivamo ai clienti portava a volumi e valori di vendite molto alti. Rispetto ai costi operativi globali, eravamo leader. Poi subentrò una corrente di pensiero che sosteneva la tesi della produttività delle ore lavorate a tutti i costi, e con quali scelte? Ridurre le ore lavorate. Risultato? La diminuzione del servizio, con conseguente diminuzione delle vendite, e riduzione del risultato rispetto ai costi operativi.

Inoltre Thomas Piketty nel suo monumentale lavoro sul Capitale del 21° secolo ci ha dimostrato come una diminuzione di tasse senza adeguate scelte di riferimento in termini di politica economica corre il rischio di portare solamente ad un aumento della rendita di capitale e di conseguenza produrre ulteriore diseguaglianza sociale.

Voglio assegnare al rappresentante di Federmeccanica la buona fede e segnalo la possibilità che il titolo dell’articolo non rappresenti il pensiero dello stesso. Però almeno il giornalista dovrebbe avere chiari i concetti base di questi argomenti, ed esprimersi per contribuire a fare chiarezza nei lettori.

Signori, il ridicolo impera, in un contesto di culture frantumate, ideologie dissolte, valori spezzati, leadership a volte imbarazzanti (gli USA potrebbero esserne esempio massimo tra poco). E di conseguenza, se non facciamo chiarezza tra significato e significante, ci capiremo sempre meno.

La torre di Babele non pare troppo lontana. La Leggenda potrebbe diventare Storia. Ma cos’è la Storia? E il pensiero non può che correre ad Hegel, rammentando che la Storia ci insegna che (purtroppo dico io) la Storia non insegna niente a nessuno.

Maurizio Morini

 

IL DILEMMA MORALE DELLO SCERIFFO DI CALLIPOLI

imagesAristo è un pericoloso killer giramondo, fissato con il numero cinque. In ogni città in cui si trova uccide cinque vittime innocenti in cinque giorni, seminando terrore e spavento. Aristo non è mai stato acciuffato da nessuno per via della sua grande furbizia e astuzia.

L’ultima città presa di mira da Aristo è la sicura Callipoli, alle cui porte viene affisso uno strano messaggio:

“Sono arrivato in città. Questa volta voglio essere buono: consegnatemi Lebèn, la ragazza più bella della città, e prometto di non uccidere più nessuno. Altrimenti, ucciderò cinque persone in cinque giorni e me ne andrò.

Avete tempo fino a domani.

Aristo”

Lo sceriffo di Callipoli, Plato, dopo aver letto il messaggio, convoca due saggi, Miller e Kantor, per chiedere la loro opinione sul da farsi.

Miller, che arriva per primo, è un consequenzialista: crede che la migliore azione tra quelle disponibili sia quella che produce le migliori conseguenze da un punto di vista impersonale. Miller non ha dubbi sulla decisione da prendere: bisogna consegnare Lebèn. La morte di una persona, infatti, è senz’altro migliore della morte di cinque – anche se quella persona è la ragazza più bella di Callipoli.

Kantor, invece, non è d’accordo: crede che ci siano dei limiti oggettivi e universali che possono impedire il raggiungimento delle migliori conseguenze di un’azione. A Miller dice di non aver capito che cosa significhi “da un punto di vista impersonale” e che si tratta di un’espressione molto ambigua. Come può, infatti, uno sceriffo infischiarsene di Lebèn, dei disperati parenti e dei suoi numerosi ammiratori?

Anche lui è molto sicuro sulla decisione da prendere: poiché uccidere degli uomini – a prescindere dal numero, dalla razza e dal sesso – rappresenta un limite insuperabile, non si deve consegnare la ragazza ma occorre aumentare la sicurezza e acciuffare Aristo.

Lo sceriffo Plato è insoddisfatto delle opinioni di entrambi i saggi: lo sceriffo concorda con Miller sul fatto che la migliore azione tra quelle possibili sia quella che produce le migliori conseguenze ma è anche convinto – questa volta con Kantor – che sia necessario tenere in considerazione l’opinione dei suoi concittadini.

Plato, però, è in disaccordo anche con Kantor su un punto: non crede che la sua soluzione sia intelligente. Nessuno, infatti, è mai riuscito ad acciuffare Aristo e potrebbe risultare controproducente – in nome di un presunto limite insuperabile – non consegnare la bella Lebèn con il rischio di perdere cinque concittadini.

Lo sceriffo, sconsolato, non sa che decisione prendere. Le teorie di Miller e di Kantor gli sembrano annullarsi. Si rimette, allora, all’opinione popolare con una grande votazione. L’esito è del tutto inaspettato: cinque fra gli ammiratori di Lebèn, non potendo sopportare il pensiero della sua morte, si offrono volontari per essere uccisi dal killer Aristo

Aristo intanto, presente in incognito alla votazione, è molto commosso dal coraggio dei cinque uomini e decide di lasciare intatta la città e di costituirsi.

Miller e Kantor, invece, vengono subito licenziati.

Meglio affidarsi ai cittadini che a due strambi filosofi, conclude felice lo sceriffo Plato.

Marino Varricchio