LA SCIENZA NON E’ DEMOCRATICA

27essa2-650Leggo parecchi pareri contrastanti sulla discussa affermazione di Roberto Burioni, medico del San Raffaele che si è schierato contro le numerose bufale sul web sul presunto rapporto tra vaccini e autismo, affermando in calce ad un commento che “la scienza non è democratica”.

Mi sembra un’espressione forte ma assolutamente ragionevole. Il concetto di democrazia, da solo, è debolmente correlato a nozioni come diritto di voto, libertà di espressione, o con la stessa libertà di contribuire o meno al progresso scientifico. Etimologicamente il concetto di democrazia rimanda al potere (krátos) del popolo (démos). Attribuire tutto il potere al popolo è un fatto abbastanza problematico: dalla scarsa partecipazione alle assemblee di istituto delle sQuole superiori alla furente dialettica nelle assemblee di condominio, fino al tragico epilogo della conchiglia ne “Il Signore delle Mosche” di Golding le difficoltà si fanno subito evidenti. Si parla di democrazia diretta, quando il parere su una decisione viene chiesto al popolo, come nel caso del referendum. Nonostante i deliri distopici di chi pensa che si possa chiedere il parere di tutti i cittadini prima di prendere qualsiasi decisione, magari semplicemente cliccando sul SI o sul NO sullo schermo del cellulare, nel mondo reale il parere del popolo viene più o meno ragionevolmente chiesto in casi particolari, principalmente su temi etici e di interesse per l’intera nazione. Del resto, come diceva Gaber, “il referendum è una pratica di democrazia diretta… non tanto pratica”. Il voto viene però principalmente utilizzato dai cittadini per eleggere i propri rappresentanti, ai quali sono delegati gli oneri di prendere le decisioni per tutti, per un periodo di tempo limitato. Si parla, in questo caso, di democrazia rappresentativa. Il voto è quindi un elemento centrale nella vita di ogni paese democratico, ed è comunemente il primo pensiero che associamo al concetto di democrazia.

Eppure il mondo conosce ed ha conosciuto stati con regole democratiche molto diverse dalle nostre, a partire dallo stesso diritto di voto. La polis greca di Atene, idealmente citata come la prima democrazia compiuta, non prevedeva il diritto di voto per le donne, gli stranieri e gli schiavi. Per il suffragio universale il mondo ha dovuto attendere il 1893, in Nuova Zelanda, e solo il 1946 in Italia. Inoltre, come faceva spesso notare Bobbio, esistono stati democratici che non sono liberali. Paesi in cui si vota, ma al contempo non sono completamente garantiti diritti come la libertà di parola, di espressione, e quella di manifestare liberamente le proprie idee politiche. Si parla in questo caso anche di “democrazie imperfette”, e c’è chi annovera tra queste anche la nostra. Non è quindi sufficiente evocare il potere del popolo per reclamare il diritto di prendere parte ad una comunità scientifica, e forse non è neppure necessario.

La scienza, intesa come sistema di leggi, teorie, modelli e metodi di ricerca fondati sull’osservazione empirica (diretta o indiretta) dei fenomeni non è certamente democratica. In senso letterale. Non attribuisce potere al popolo in quanto tale. Non è neppure oligarchica, perché non attribuisce poteri a particolari minoranze. Potrebbe essere aristocratica, laddove àristos significa “migliore”, non tanto in senso classista o di censo, quanto ad intendere un’attitudine all’autocritica ed all’analisi di dati oggettivi attraverso un metodo condiviso. Chi legge una notizia su Internet (o peggio ancora solo il suo titolo+immagine di preview su un social) e la prende immediatamente per vera senza verificare le fonti non ha di certo quest’attitudine, e rientra a pieni (de)meriti tra i peggiori.

La verità scientifica non si vota, né in maniera diretta, né indiretta. Questo era il senso dell’espressione del professor Burioni. Tutti possono prendere parte alla sua lenta ed affascinante scoperta, ma non tutti allo stesso modo, non al grido di “uno vale uno”. Non si vota chi debba essere il suo rappresentante come alle elezioni politiche; né tantomeno ci può essere permesso di stabilire la verità delle sue asserzioni tramite una maggioranza di pareri, come nei referendum. Ci pensa già la natura, a modo suo, nel fornirci (quasi) tutte le informazioni di cui abbiamo bisogno, sta poi alla nostra pazienza ed al nostro alacre studio analizzarle ed elaborarle per fornire risposte. In questo va riconosciuta la giusta autorità di chi ha adoperato questa pazienza attraverso anni di lavoro e confronto, impossibile da equiparare ingenuamente ad una pletora di yes-man e no-man.

Questo Platone l’aveva già capito, evidenziando i limiti della democrazia, e con essa anche alcune delle sue degenerazioni contemporanee. Se la scienza fosse democratica, finirebbe per mutare rapidamente in una tirannide: troppo forte è infatti la nostra paura del suo stesso fallibilismo, specie in ambito medico, per non farci cadere nelle mani del primo demagogo già pronto a prometterci, e magari anche venderci, la tanto desiderata salute.

Luca Montini

p.s. Ho scritto troppo. Devo chiudere. Corro a votare per l’abrogazione della relatività generaleh!!1!

 E S T R A N E I T A’

7760Del tutto inaspettato, a volte affiora in noi un sentimento incomprensibile di estraneità, a cui si accompagna poi un senso di smarrimento.  Ci sembra di aver perduto la percezione, viva, immediata, di quei riferimenti familiari, che ci appaiono essenziali nel nostro procedere quotidiano. Riferimenti a persone soprattutto, ma anche a certezze e valori che, più o meno consciamente, costituiscono presenze rassicuranti nel nostro cammino.

Paradossalmente accade che questo disagio ci sorprende, più di frequente, quando ci troviamo in compagnia, e giunge quindi più imprevedibile. Ci interroghiamo se possa essere proprio il trovarsi in compagnia, che sospinge ad avvertire questa percezione, unita a un vissuto di solitudine.

Si intuisce allora che un’estraneità, in qualche forma, ci abita dentro, e non è da noi riconosciuta. E’ un’estraneità da noi rifuggita, uno straniero che da sempre dimora dentro di noi.

Siamo soliti lamentarci, e non senza ragioni, di vivere non di rado relazioni umane precarie, in cui non si percepisce reciproca condivisione, partecipazione, ascolto.  Non è raro infatti, sperimentare incontri in cui si rivela carenza di dialogo, in cui non ci si sente persone che realmente ricercano di comunicare per comprendersi.  Alla fine si è un po’ come abitanti di mondi lontani, rassegnati a rimanere prigionieri ciascuno della propria solitudine, dolorosamente indifferenti l’uno all’altro.

Certamente siamo immersi in un contesto umano estremamente frammentato, suddiviso in molteplici settori, dove sembra di muoversi in una miriade di interessi e competenze diverse, come abitanti di tessere di un mosaico, non partecipi del disegno complessivo.  Si reagisce spesso cercando contaminazioni senza reale comunicazione, senza un linguaggio di intesa.  E forse viviamo troppo passivamente questi confini, diventando succubi cittadini di habitat chiusi e circoscritti. Se da un lato questo ci rassicura, dall’altro ci imprigiona, e contribuisce ad alimentare relazioni difficili e deludenti, insinuando un senso di estraneità nei nostri incontri.

Per di più, è sentire comune di temere la solitudine materiale. L’assenza di persone intorno, nell’affrontare una giornata, viene vissuta come una sorta di handicap a cui rimediare al più presto. Per attenuare questo disagio, è naturale, cerchiamo contatti con i familiari, con le nostre usuali amicizie, e in genere con i nostri affetti più prossimi con cui condividere pensieri e consuetudini, convinti che se siamo collegati con persone conosciute non ci sentiremo soli.

Ma ragioniamo stando ai fatti più immediati, senza vivere tuttavia una reale convinzione. Infatti, così facendo, rischiamo di assecondare altri confini, tra le persone familiari, amiche e conosciute, e le altre sconosciute, tra le nostre convinzioni rassicuranti e quelle che appartengono agli altri, tra lo stare soli e lo stare in compagnia. Rischiamo di incorniciare diversi mondi di vita, per garantire un nostro habitat familiare, da cui resta fuori un mondo che ci è estraneo.

Conviene ricordare che la scienza, in particolare nei primi decenni del Novecento, ha vissuto l’urgenza di stabilire dei confini chiari e definiti,  per circoscrivere ciò che è scientifico da ciò che non lo è. Tracciando una recinzione che garantisse la sua purezza, si pensava  di immunizzarla da ciò che le è estraneo e che avrebbe potuto infiltrarsi. Ma grandissimi scienziati, come ad esempio i fisici Einstein e Planck, hanno avversato duramente questa concezione, giudicandola mortificante e illusoria. Una scienza chiusa e circoscritta, che si ritiene autosufficiente, sarebbe una realtà statica e senza vita. La scienza all’opposto, in quanto attività dinamica in continua crescita, vive a confini aperti, comunicando con tutta la realtà culturale dell’uomo, dialogando con la storia dell’uomo.

Forse non molto dissimile sembra quanto accade in una relazione tra persone. Se si cerca di circoscrivere un habitat familiare evitando la fatica di confrontarsi con gli sconosciuti, si generano   relazioni che appassiscono e deludono, relazioni che non riconoscono che anche dentro di noi, inevitabile, c’è l’esistenza dello straniero: “L’uomo, scopritore di tanti misteri della natura, deve essere incessantemente riscoperto” (Karol Wojtyla).

Non è la solitudine materiale che ci fa percepire isolati, né la sola compagnia di persone familiari è sufficiente a farci percepire uniti agli altri. Non sono sufficienti i soli affetti, anche i più preziosi, ad aprirci la strada, occorre un atteggiamento di ricerca della prossimità con l’uomo, ovunque esso sia, per dialogare con lo straniero che è dentro di noi, e superare la percezione di isolamento.

Isolamento allora, è non sapere aprirsi a un incontro senza confini, è non cercare l’incontro con l’uomo che sta nell’altro, intorno a noi, lontano da noi, dentro di noi, nel mondo. E lontano e vicino allora si confondono indistinguibili.

Ogni relazione autentica è un cammino che si muove tra conosciuto e sconosciuto, in cui parole e silenzio, solitudine e compagnia, incontro con l’altro e incontro con se stessi, sono inestricabilmente legati.

Anche la nostra religiosità può rischiare di adagiarsi in confini definiti, statici, in pratiche astratte e senza vita che la rassicurano. Può rischiare di non sapere interrogarsi e dialogare con se stessa, di non sapere cercare l’incontro con chi non ci è familiare, con coloro che non sono dei “nostri”. Può essere una religiosità ristretta che non sa aprirsi alla prossimità con l’uomo ovunque esso si trovi.

Il vero incontro ci mette in relazione con l’uomo, e ci chiama ovunque.

Quell’uomo che attende sempre oltre i nostri confini.

 

Paolo Campogalliani

 

 

QUELLO CHE CONTA È INSEGNARE BENE

Il 6 dicembre scorso è stato pubblicato il rapporto PISA 2015, un importante strumento maggiesmithminervamcgranittstatistico per valutare comparativamente i sistemi educativi nel mondo. Sono stati sottoposti a test di scienze, matematica e lettura più di 500mila ragazzi di 15 anni, un campione che dovrebbe essere rappresentativo di quasi 30 milioni di studenti. I risultati sono senz’altro discutibili, come quelli di ogni indagine empirica, ma la base di dati è talmente ampia che non possono non essere presi in considerazione da chi riflette sulla scuola e la formazione.

Il paese con i risultati migliori del mondo è Singapore, mentre la Finlandia, l’Estonia e il Canada sono fra i primi. C’è un gruppo intermedio, che comprende alcuni paesi asiatici, Germania, Inghilterra e Olanda e poi intorno al 30esimo posto arriva l’Italia, assieme a Israele, Croazia e Ungheria.

In generale la situazione resta abbastanza simile a quella rilevata nel 2006.

Un dato molto importante riguarda le differenze di genere, dove risulta che la distanza media fra ragazzi e ragazze in scienze e matematica si accorcia, anche se al livello top i ragazzi continuano a superare le ragazze, tranne che in Finlandia. Le ragazze, invece, fanno meglio dei ragazzi nella lettura, ma anche qui la distanza diminuisce. Il report conclude significativamente che le differenze di genere negli esiti sono con ogni probabilità dovute all’educazione e non iscritte nei geni.

Risultati migliori dipendono dal numero di ore regolari spese nella formazione regolare e nella qualità dell’insegnamento, cioè nella capacità di adattare la presentazione delle idee scientifiche al tipo di studenti. Non sembra invece particolarmente significativa la qualità dei laboratori, la qualificazione dei docenti e le ore spese nel doposcuola. A parità di provenienza economica della famiglia, gli studenti nelle scuole private hanno risultati peggiori che nelle scuole pubbliche. Più tardi negli anni i ragazzi vengono indirizzati verso scuole specifiche e più la formazione è equa. Le classi con meno studenti consentono un insegnamento che si adatta meglio alle esigenze dei singoli.

In generale spendere più di 50mila dollari per formare uno studente dai 6 ai 15 anni non migliora ulteriormente la loro preparazione. L’Italia destina già 87.000 dollari. Tuttavia allocare più risorse per le scuole frequentate da studenti socio-economicamente svantaggiati migliora notevolmente il loro livello. Il decentramento delle responsabilità nella scuola favorisce la qualità della formazione.

L’Italia raggiunge un livello sotto la media OCSE (il gruppo dei paesi più sviluppati del mondo) sia nelle scienze che nella lettura; ha invece quasi uguagliato la media OCSE in matematica, con un miglioramento costante dal 2003 a oggi. Il divario di genere in Italia è particolarmente accentuato, mentre l’effetto degli svantaggi socio-economici risulta più attenuato che in altri paesi. La differenza fra il Nord e il Sud è molto pronunciata: Bolzano ha punteggi al livello di Regno Unito e Germania, mentre la Campania è come Cipro, Albania e Grecia.

L’Italia spende come nella media OCSE, ma negli ultimi anni ha diminuito (in termini reali) il budget per la formazione dell’11%, mentre in media nell’OCSE la spesa è aumentata del 19%.

Infine in Italia gli studenti passerebbero in media 29 ore a scuola più 21 ore facendo i compiti, per un totale di 50 ore. La Finlandia (36 ore), la Germania (36 ore) ottengono però risultati molto migliori!

VF

UNA VISIONE DISTORTA DELLA REALTA’

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Tutti i grandi razionalisti, a partire almeno da Platone, attribuiscono scarso valore cognitivo alla percezione. Ad esempio Descartes è esplicito nell’affermare che i sensi dicono che cosa è utile e che cosa è nocivo, ma non come stanno effettivamente le cose. Del resto Kant distingue nettamente fra il mondo percepito, di cui si occupano le scienze empiriche e la realtà in sé, che può solo essere pensata dalla ragione. Ed è impossibile risalire al noumeno tramite lo studio dei fenomeni, poiché essi sono inquadrati dalle intuizioni a priori, dalle categorie e dagli schemi del soggetto conoscente. Nell’idealismo critico di fatto noi ci limitiamo a ritrovare nei fenomeni le strutture che noi stessi abbiamo loro imposto. Questo ha portato alla cosiddetta teoria della percezione come “segno”, proposta dal grande scienziato e filosofo Helmholtz. Secondo questo punto di vista non sussiste alcuna forma di somiglianza fra il mondo come è e il mondo come lo percepiamo. Quest’ultimo è cioè solo un segno del primo.

Tale impostazione si concilia bene con quella che oggi è la teoria più ragionevole e più accettata della percezione, cioè il rappresentazionalismo. Secondo questa prospettiva, infatti, benché sussista un’interazione causale fra lo stimolo fisico e la rappresentazione dello stimolo che il nostro corpo produce, noi non abbiamo una percezione diretta del mondo esterno, bensì solo un’attività intenzionale di rappresentazione dello stimolo.

Tuttavia la tesi secondo cui non sussiste alcuna somiglianza fra lo stimolo fisico e la sua rappresentazione è seriamente messa in discussione, da un lato, dal nesso causale che lega il primo alla seconda, dall’altro da un comune argomento di natura evoluzionistica. Quest’ultimo può essere formulato grosso modo così: le strutture che non sono state in grado di rappresentarsi in modo almeno in parte veritiero la realtà esterna hanno in media una fitness minore di quelle che invece lo sanno fare; perciò l’uomo, che si trova al termine di una selezione che dura da più di 4 miliardi di anni, non solo è in nesso causale tramite la percezione con il mondo esterno, ma le rappresentazioni che produce di quest’ultimo sono almeno in parte veridiche.

In una prospettiva fortemente razionalista, che ha spesso informato di sé la filosofia, e che anche oggi è molto diffusa, il problema della veridicità delle percezioni è abbastanza secondario. La conoscenza umana non sarebbe legata in modo particolare all’affidabilità delle percezioni, che svolgerebbero un ruolo secondario nella conoscenza, sia metafisica che scientifica. Per contro, per chi è almeno in parte affidabilista, cioè per colui che ritiene che la nozione di conoscenza non possa essere definita in sede normativa se non tenendo conto, almeno in parte, degli effettivi processi affidabili che psicologicamente accadono alle persone, l’argomento evoluzionistico è importante, cioè è un tassello per costruire una ragionevole epistemologia empirista.

Recentemente un brillante scienziato cognitivo americano che lavora al MIT, Donald Hoffman, ha prodotto interessanti argomenti contro la tesi secondo cui l’evoluzione favorirebbe una rappresentazione almeno in parte veridica della realtà. Egli mostra, infatti, che fra diverse strategie percettive, tendenzialmente quelle più veridiche sono perdenti dal punto di vista della teoria dei giochi, rispetto a quelle più utili per la fitness. Secondo Hoffman la percezione umana è una sorta di “interfaccia”, come l’icona di un file sul nostro desktop, che indica un certo file, senza darci informazioni veridiche su di esso, poiché la sua posizione sul desktop e il suo colore hanno poco a che fare con il file stesso.

Le ragioni per cui le strategie percettive veridiche sarebbero perdenti sono molteplici. In primo luogo, esse producono nella rappresentazione un maggior numero di informazioni sul mondo e per questo sono più costose dal punto di vista della fitness, poiché le energie impiegate per raccogliere le informazioni supplementari potrebbero essere usate per compiti più utili dal punto di vista della fitness. In secondo luogo, non è vincente la rappresentazione della realtà, ma l’informazione sulla fitness di un certo stimolo. Facciamo un esempio. Per un pescecane affamato è meglio incontrare un piccolo tonno che un grande squalo. Immaginiamo una funzione che misura in modo oggettivo la quantità di cibo di un certo territorio. Essa ha però solo 3 valori legati a due soglie di quantità del cibo: diciamo valore 1 per quantità di cibo compresa fra 0 e A, valore 2 per quantità di cibo maggiore di A, ma minore o uguale a B (con B maggiore di A) e valore 3 per quantità di cibo maggiore di B. A questa funzione associamo una certa strategia percettiva, cioè un dato modo di percepire il mondo. Chiamiamo tale strategia “semplice”, poiché essa riporta in modo veridico solo una parte delle relazioni reali. È facile capire che la strategia semplice ha più fitness della strategia “vera”, cioè quella che informerebbe in modo preciso quanto cibo si trova, poiché la strategia vera rallenta i movimenti di un essere vivente che la utilizzasse e sprecherebbe molte energie nel raccogliere informazioni inutilmente dettagliate. Tuttavia il risultato sconvolgente di Hoffman è che la strategia semplice “perde” rispetto alla strategia “interfaccia”, cioè quella che si disinteressa di come sia fatta la realtà, associando a ogni situazione solo la sua utilità per la fitness. Ad esempio, piuttosto che usare 3 valori in scala, come fa la strategia semplice, sarebbe meglio distribuirli su 2 valori: uno corrispondente a poco o troppo cibo e uno corrispondente a una quantità ragionevole di cibo. La rappresentazione interfaccia con soli 2 valori, cioè scarsa utilità e(alta utilità coglie meglio l’utilità della quantità di cibo, non rappresentando di fatto il suo valore oggettivo.

A questo punto la domanda epistemologicamente interessante è: possiamo considerare decisivo l’argomento di Hoffman, che porta acqua al mulino sempre verde dei razionalisti?

Direi che la risposta è “no”! Il modello proposto da Hoffman del rapporto fra percezione, decisione e azione è neurologicamente sbagliato, poiché non prende in considerazione il fatto che la nostra rappresentazione sensoriale della realtà tiene conto intrinsecamente di come possiamo agire per modificare quest’ultima. Ovvero la nostra fitness non dipende solo dall’utilità di una singola situazione effettiva, ma anche dal fatto che dobbiamo rappresentarci adeguatamente quella realtà in modo da muoverci per ottenere la risorsa che aumenta la nostra fitness. La veridicità della nostra rappresentazione non dipende tanto dall’utilità delle singole risorse che troviamo nel nostro ambiente, quanto dal fatto che dobbiamo muoverci in quell’ambiente per ottenerle. E la nostra rappresentazione del mondo “lo sa”, poiché essa si è evoluta non solo per darci informazioni sulla nocività e utilità di ciò che sta nell’ambiente, ma anche per ragguagliarci sulla sua configurazione spaziale e morfologica al fine di rendere possibili spostamenti in esso.

Occorrerebbe rifare i conti di Hoffman e inserire nel gioco fra le diverse strategie oltre al costo del raccogliere informazioni e all’utilità per la fitness della risorsa che si trova nell’ambiente, anche l’utilità di una rappresentazione spaziale e morfologica adeguata, utile per raggiungere la risorsa in questione. E allora, probabilmente, anche se la strategia vera probabilmente continuerebbe a perdere rispetto a quella semplice, quest’ultima probabilmente vincerebbe su quella interfaccia.

 

Riferimenti

D. Hoffman, C Prakash, “Objects of Consciousness”, Frontiers in Psychology, 5 (2014) 1-22.

D. Hoffman, M. Singh, “Computational evolutionary perception”, Perception, 41 (2012) 1073-1091.

T. Mark, B. B. Marion, D. D. Hoffman, “Natural selection and veridical perceptions”, Journal of Theoretical Biology, 266 (2010) 504-515.

Singh, D. D. Hoffman, “Natural selection and shape perception” in Dickinson S., Pizlo Z. (eds.), Shape perception in Human and Computer Vision: An Interdisciplinary Perspective, Springer, New York, 2013, pp….

 

Vincenzo Fano

IL PUZZLE E I FILOSOFI

23463315-frustrazione-umano-3d-e-un-pezzo-di-puzzle-mancante-archivio-fotograficoGigi è un bimbo sfortunato. Suo padre Carlo è un filosofo analitico e sua madre Marina è una filosofa continentale. A Gigi piacciono i puzzle. Gigi ha 6 anni e a scuola sa già completare in pochi minuti un puzzle raffigurante Ironman di 100 pezzi in pochi minuti. Tra pochi giorni è il compleanno di Gigi.

“Papà mi compri un puzzle come regalo di compleanno?”

“No figliolo, non posso.”

“Ma perché, papà, ti prego.”

“Perché è impossibile completare un puzzle.”

“Ma dai, come impossibile? Ieri ho finito Ironman da 100 pezzi in 15 minuti!”

“Ci sei riuscito, ma non esiste un buon metodo per farlo.”

“Come, io sono il più bravo della classe: il mio metodo è il migliore.”

Carlo si atteggia con calma e cerca di spiegare con pazienza paterna al figlio.

“Vedi Gigi: come fai? Per primo quale pezzo del puzzle scegli?”

“Ne prendo due che sono vicini secondo la figura.”

“Ma con ogni probabilità non si incastrano.”

“Cerco uno dell’orlo di quella zona, così è più semplice.”

“Va bene, ma poi, come fai ad andare avanti? Non hai un metodo chiaro, non sai da dove partire, quale è il fondamento e la giustificazione dei tuoi procedimenti?”

Gigi vede che suo padre si sta spazientendo. Quasi piangendo, dice:

“Ma papà non so bene, però io ci riesco.”

Nel frattempo Carlo si è ricomposto e assume nuovamente la posa della sua saggezza paterna.

“Senti, se non abbiamo un metodo chiaro per fare il puzzle, non possiamo comprarlo, è diseducativo. Quindi scegliamo un altro regalo. Per esempio Il paroliere, che è più istruttivo.”

Gigi resta con le lacrime agli occhi. In quel momento entra Marina con piglio un po’ polemico. Aveva seguito il dialogo fra padre e figlio.

“Sei il solito Carlo. Non capisci come funziona la vita! Nostro figlio ha un’intuizione speciale per fare i puzzle, che lo rende il migliore della classe. Lui non ha bisogno di metodi analitici per farli. Segue la sua intuizione, il suo sguardo di insieme. In un certo senso ha un insight, una visione gestaltica. Il metodo è olistico e non atomistico.”

Gigi si rende conto che sta per esplodere un ennesimo litigio fra i genitori ed è molto spaventato. Non gli piace quando discutono. E allora dice:

“Sentite, è molto semplice, per fare i puzzle non ci vuole né il metodo del babbo, né l’intuizione della mamma. È molto più facile: basta iniziare, farsi un’idea, provare e poi cambiarla a seconda dei risultati che si ottengono. Comunque mi avete stufato e il puzzle me lo compro con i miei soldi!”.

VF

L’EPISTEMOLOGIA COME DISINFETTANTE

square-snakes_thumbNon accade spesso in questi ultimi tempi che il rapporto docente/studente porti ad un dialogo costruttivo per entrambi, dialogo che a volte può rivelarsi foriero di ulteriori ottiche con cui guardare criticamente un certo argomento  o un certo sapere; ciò conferma ancora una volta il punto di vista consegnatoci da alcune figure del mondo classico come Socrate, Seneca e Plutarco  che insistevano sul fatto che il vero insegnamento non consiste nel riempire un sacco,  ma nell’’accendere una fiamma e nell’ispirare’. Infatti, una  normale tesi di laurea in Epistemologia delle Scienze Sociali ha innescato, una volta ben metabolizzati i diversi aspetti e filoni di tale disciplina, un piccola scintilla  e ha ‘ispirato’ un umile interscambio; nello stesso tempo questo è anche indice della ricchezza problematica di una disciplina qual è l’epistemologia o la filosofia della scienza che, sorta, com’è noto, per chiarire il senso della conoscenza scientifica nelle sue diverse articolazioni storico-concettuali, si sta rivelando sempre di più uno strumento culturale ad ampio spettro indispensabile per comprendere meglio situazioni che riguardano anche la vita quotidiana e non solo questioni di natura teorica. Dall’utilizzo euristico di alcuni punti nodali sollevati da quel vasto capitolo che è l’epistemologia della complessità applicato allo studio di un caso concreto di medicina sociale, quello dei rapporti fra disoccupazione e salute[1], sono scaturite alcune considerazioni sulla natura e la funzione della stessa epistemologia, oltre naturalmente a quelle sulla particolare struttura epistemica della medicina come scienza.

È stato quasi ‘spontaneo’, proprio nel senso avanzato da Gaston Bachelard che non caso parlava di filosofia germinale implicita nel lavoro scientifico, il sorgere dell’idea di ‘epistemologia  come disinfettante’, cioè in grado anche, fra le altre cose, di aiutare le scienze a liberarsi dalle visioni ideologiche che  vengono loro appiccicate per  motivazioni contingenti; ma a volte sono gli stessi operatori scientifici,  proprio per la carenza di una adeguata autocomprensione dei risultati conseguiti, a tramutare semplici ipotesi in dogmi e a creare le condizioni per un ‘pensiero tendenzioso’ e per una ‘filosofia dubbia’ nel senso indicatoci prima da Pavel Florenskij e poi dallo stesso Popper, che non a caso hanno dedicato parte delle loro importanti riflessioni alle deviazioni a cui porta  quella che attualmente da più parti viene chiamata ‘cattiva scienza’[2]. Quelle che Georges Canguilhem ha chiamato ‘ideologie scientifiche’[3] di cui a volte gli stessi scienziati sono i principali attori, sorte per suffragare immagini della scienza ormai superate dal reale avanzamento delle ricerche, possono essere smascherate attraverso un percorso di approfondimento storico-epistemologico che le ‘disinfetti’ da fattori interni ed esterni; questo si rende necessario anche perché, come diceva Karl Jaspers sulla scia del criticismo kantiano, non bisogna mai dimenticare che anche le scienze sono il frutto di quella continua tensione tra sapere ed esistenza, che una ‘sana’ filosofia, non dubbia o tendenziosa, deve cercare di capire, diventando profonda comprensione dei percorsi di verità per evitare  che una parziale determinazione del fenomeno possa divenire totalizzante[4] con esiti devastanti per l’umanità com’è avvenuto nel primo Novecento.

Una ‘sana’ epistemologia a sua volta, operante come un necessario disinfettante, ha soprattutto l’obiettivo ed il merito di farci comprendere un altro fatto non secondario: dato che le scienze, pur con tutti i processi di autodelimitazione che mettono in atto nei loro non lineari percorsi, hanno il preciso compito di indagare quelle che Leonardo Da Vinci chiamava  le ‘infinite ragioni’ del reale, hanno una propria storia conoscitiva che le rende pensiero tout court, come hanno dimostrato più di altri Federigo Enriques e Gaston Bachelard nei rispettivi lavori di filosofia della scienza, pensiero scientifico che non a caso, come ha detto recentemente Dominique Lecourt, è il ‘grande dimenticato’ sia dell’antiscienza che dello stesso scientismo[5]. Per questo motivo la riflessione epistemologica è così mal tollerata. Il vero scienziato oggi è quello consapevole dei limiti della sua disciplina e vede in essa un disinfettante necessario indispensabile per i suoi strumenti, i suoi ambienti, i suoi metodi e soprattutto per le sue ferite: le delusioni nascoste dietro ogni angolo della ricerca e della vita. Lo scienziato immaturo, ‘bambino’, meno consapevole della sua utilità, teme l’approfondimento epistemologico semplicemente perché ‘brucia’ come l’alcool su una ferita e quindi lo evita giudicandolo non rilevante; e questo atteggiamento rinunciatario, dimissionario, può rivelarsi, a volte, come l’anticamera di diverse posizioni ideologiche che, oltre a ricondurre le conoscenze scientifiche a livello della razionalità strumentale anche grazie alla complicità di certe note filosofie di successo, producono in campo sociale processi di deresponsabilizzazione che possono rivelarsi deleteri per la condizione umana.

 

Mario Castellana e Paolo Zizzi

[1] Cfr. Paolo Zizzi, Disoccupazione e salute, Fasano, Lampi di Stampa, 2013.

[2] Cfr. A. Giuliani- J.P. Zbilut, L’ordine della complessità, Milano, 2009 e anche il numero 13 della rivista Riflessioni sistemiche, 2015 dal significato titolo Scienza, ‘ Società e pensiero critico’.

[3] Cfr. Georges Canguilhem, Ideologia e razionalità nella storia delle scienze della vita, trad. it., Firenze, 1992, cap. I.

[4] Cfr. Karl Jaspers, Filosofia, trad. it, Torino, 1978.

[5] Dominique Lecourt,«La philosophie des sciences», in Revue de synhtèse, 2, 2005, pp. 451-454.

EPISTEMOLOGIA DEI TERREMOTI

photo_17131_landscape_650x433Vivere l’esperienza di un terremoto segna la vita di una persona. Ricordo bene nel maggio del 1976, avevo 16 anni, ero a Bologna, il terremoto del Friuli che scosse con forza anche il palazzo dove abitavo al sesto piano. Panico, agitazione, senso di insicurezza. Tutti che correvano, mio padre con mia sorella piccola in braccio. E poi per strada si familiarizzava e solidarizzava fra vicini come mai era successo prima. Per fortuna fu solo un po’ di paura, ma poi per mesi a ogni indizio guardavo il lampadario per vedere se dondolasse.

Anche in letteratura il terremoto ha un suo posto. Splendida ad esempio la breve novella di von Kleist, “Terremoto in Cile”, che esprime con chiarezza la contingenza delle faccende umane.

Anche la peste ha colpito per millenni gli uomini, uccidendoli e rendendo tragica la loro vita. Ma oggi per fortuna conosciamo le cause di questa malattia e sappiamo come curarla, per cui nella maggior parte dei paesi del mondo è solo un ricordo del passato. Si pensi alle drammatiche e splendide pagine di Manzoni sulla peste a Milano a metà del Seicento.

Il terremoto, invece, colpisce ancora. Ne conosciamo più o meno le cause, sappiamo più o meno dove è più facile che capiti, ma non possiamo prevedere quando. L’apparizione di un terremoto è un fenomeno caotico, esattamente come il diffondersi di un’epidemia. Che cosa significa? Vuol dire che bastano piccoli e non facilmente osservabili cambiamenti e il fenomeno accade o non accade. Sono le cosiddette “biforcazioni”, o anche esempi del celebre “effetto farfalla”.

Il mondo è pieno di persone che dicono di essere in grado di prevedere anche quando si verificherà un terremoto. Sono dei ciarlatani. La sensazione che essi abbiano ragione deriva da una nostra inclinazione a cercare conferme invece che provare a falsificare. Pincopallo ha detto cento volte che domani ci sarà il terremoto, oppure cento Pincopalli affermano che in un certo giorno ci sarà il terremoto. Facile che almeno uno volta ci prenda. E allora tutti gridano “avete visto; lui è più bravo degli scienziati! Di lui dobbiamo fidarci!”. E ci siamo dimenticati delle altre novantanove volte che aveva sbagliato, oppure degli altri novantanove che avevano fatto previsioni errate.

Tuttavia il fatto che i terremoti non si possano prevedere nel tempo, non significa che non si possa neanche anticiparli nello spazio. Infatti l’Italia si è dotata di una carta della pericolosità sismica che ci dice quale è la probabilità che nel luogo dove abitiamo nell’arco di 50 anni ci sia o meno un terremoto.

L’Italia da questo punto di vista è ben attrezzata. Già Guglielmo Marconi come presidente del CNR istituì nel 1936 l’Istituto nazionale di Geofisica, una delle prime imprese di big science della storia, i cui archivi, per quel che ne so, sono ancora da studiare adeguatamente.

Se ci pensiamo, che cosa ci ha permesso di domare la peste? Soprattutto la prevenzione. E nel caso dei terremoti è esattamente la stessa cosa. Anche se non possiamo prevedere quando ci sarà il terremoto, siccome sappiamo più o meno dove avrà luogo, possiamo attrezzarci in modo che in quei posti le case siano costruite a regola d’arte.

In questo settore purtroppo noi italiani siamo deboli. Case costruite male e senza i necessari controlli. Ma è questa la direzione in cui dobbiamo lavorare.

VF

LA FILOSOFIA NON OFFRE OPPORTUNITA’ LAVORATIVE?

newton-williamblakeMa che cosa ci fai con una laurea in Filosofia? Quali sono le opportunità lavorative che offre questo corso di studi? Che sbocchi professionali puoi avere quando ti laurei? Sono domande che ognuno si pone al momento di iscriversi a una laurea triennale o magistrale.

Dai dati di Almalaurea si vede che la risposta a queste domande non è facile. In Italia ci sono circa 1200 laureati magistrali in Filosofia all’anno e dopo 5 anni solo il 60% lavora, mentre, ad esempio, ci sono circa 900 laureati in Ingegneria elettronica magistrale all’anno e  dopo 5 anni l’87% lavora.

Verrebbe da dire: “Ti sei iscritto a Filosofia o perché non hai voglia di lavorare, oppure perché sei ricco di famiglia!”

Spostiamo la domanda. Che cosa è la filosofia? Sembrerà strano, ma la risposta è semplice: la filosofia è “amore della conoscenza”, come dice la parola stessa. Il filosofo è colui che si alza la mattina e mentre si lava i denti si interroga su come fa il dentifricio a produrre la schiuma in bocca senza avvelenarci, accende lo smartphone e si chiede di che materiale sia lo schermo che non si riga anche se sfrega dappertutto, che mentre aspetta il bus si domanda come funzionano l’algoritmo e l’apparato di comunicazione che producono il numero di minuti di attesa sul cartello elettronico, che sul bus sente parlare una lingua straniera dell’Est e cerca di capire se è rumeno o russo, che salendo le scale dell’edificio che ospita l’università prova a stabilire dallo stile della costruzione in che periodo è stato eretto, che quando vede nell’atrio il busto di Gigi Pincopallo si chiede chi fosse e perché gli hanno dedicato quel monumento. Insomma, avete capito, il filosofo arde di sete di conoscenze, cioè vuole capire.

Bene, stabilito questo, domandiamoci se la sete di conoscenza e l’ampliamento della consapevolezza produce sbocchi lavorativi. La risposta sembra ovviamente affermativa. Oggi qualsiasi lavoro di responsabilità e qualitativamente valido necessita elasticità mentale, padronanza dei diversi linguaggi e saperi, creatività e capacità di apprendere nuove tecniche. Ma come? direbbe lo scettico, io voglio fare il contabile e imparo la contabilità all’università, così ho appreso le competenze specifiche di cui ho bisogno per fare il contabile. Tu filosofo hai imparato di tutto un po’ e quindi non sai fare nulla. Non è così. Il mondo del lavoro oggi cambia rapidmente e quello che hai appreso all’università diventa molto in fretta obsoleto: ovvero sembra inutile inseguire nel processo di formazione le tecniche professionali che poi in pochi mesi acquisirai, invece, sul posto di lavoro.

Ma scusa, incalza lo scettico, stiamo ai dati empirici. Se fosse come dici tu non dovrebbe essere che dopo 5 anni solo il 60% di filosofi lavora mentre ben l’87% degli ingegneri elettronici è occupato! I fatti caro mio ti danno torto.

La risposta è semplice. Studiare filosofia non significa solo leggere i grandi autori del passato, come molti pensano e fanno. Certo, quella è un’ottima palestra, ma il filosofo vive nel presente e deve confrontarsi con le domande di oggi. Per questo egli deve studiare anche a fondo come funziona l’odierna società della tecnica e della comunicazione.; capire cioè come lavora un calcolatore e quali sono le logiche dietro agli algoritmi di google, sapere che cosa è l’informazione e conoscere gli aspetti tecnici della civiltà che ci circonda. Purtroppo spesso viene proposta l’immagine del filosofo come di colui che si lamenta di tutto, della tecnica che dominerebbe l’uomo, dei social che lo rimbambirebbero, delle biotecnologie che lo snaturerebbero, ecc. ecc. In realtà tutte queste cose hanno cambiato e stanno cambiando la nostra vita nel profondo e non ha senso denigrarle per partito preso. Esse ci aiutano in innumerevoli situazioni ed è per questo che sono state sviluppate e si sono diffuse. Il nostro compito è invece quello di comprenderle e di dialogare con loro nella costruzione di senso di un mondo profondamente diverso di generazione in generazione.

La consapevolezza filosofica gioca oggi un ruolo decisivo nelle scelte di policy, nell’organizzazione del lavoro, nella promozione di contenuti culturali e sociali sul web, per citare solo alcuni ambiti. Certo, per formare filosofi che possano giungere a questi sbocchi professionali, occorre che nel loro percorso di studi acquisiscano le competenze giuste: logica, teoria dell’informazione, teoria delle reti, economia comportamentale, teoria delle decisioni, teoria dei giochi ecc.

La filosofia, dunque, non ha solo un grande passato, ma anche un grande futuro davanti a sé.

VF

I LIMITI DEL RELATIVISMO MORALE AD HOMINEM

moral-relativismEsistono molti tipi di relativismo morale. Io mi riferirò ad una delle sue forme più ingenue e problematiche ma anche più diffuse e, secondo molti, intuitive.

Questo tipo di relativismo morale è la tesi per cui la verità e la giustificazione dei giudizi morali non sono assolute, ma relative ad un certo standard stabilito da una persona o da un gruppo di persone.

Secondo questa tesi, quindi, non si può dire in maniera sensata “X è buono in assoluto”. Dirlo, infatti, risulterebbe incomprensibile, perché, secondo i relativisti morali, non si capirebbe a cosa “in assoluto” si riferisce. Si deve aggiungere, per rendere l’enunciato intellegibile: “X è buono secondo questa società X/questa persona X”.

Il relativismo morale è motivato da due fatti empirici:

  • Ogni società ha credenze morali di riferimento. Ad esempio, nella nostra società, l’uomo e la donna hanno dignità morali uguali. Ma questa posizione, naturalmente, sostengono i relativisti, è solo una delle tante. Altre società, ad esempio, potrebbero non condividere questa credenza morale e quindi ritenere l’uomo moralmente più degno della donna o viceversa.
  • Capita che le credenze morali delle diverse società si escludano le une con le altre. Riprendiamo l’esempio di prima. In molte società, l’uomo e la donna sono ritenuti moralmente uguali. Tuttavia, in altre società, questo non avviene. Per esempio, la donna viene considerata moralmente inferiore rispetto all’uomo. Quando due credenze morali sono opposte si verifica un conflitto morale. I conflitti morali come questo, secondo i relativisti, sono razionalmente insolubili a favore dell’una o dell’altra posizione perché è impossibile darne una valutazione assoluta, cioè esterna a certi standard morali di riferimento.

Dunque, siccome non è possibile stabilire la moralità assoluta di alcune tesi che confliggono, è sufficiente sostenere che ognuna di queste tesi è giusta secondo gli standard di chi la sostiene.

Applicando la strategia relativista al problema dello status morale della donna, i relativisti concludono che la parità dell’uomo e della donna è giusta in base ad un certo gruppo sociale e l’inferiorità della donna rispetto all’uomo è giusta in base ad un certo altro gruppo sociale.

Tuttavia, questo relativismo morale ha dei seri problemi ed è una posizione secondo me insostenibile per tre motivi:

  • Secondo il relativismo, non è possibile essere in disaccordo con la società a cui si appartiene. Se le credenze morali di una società sono giuste secondo quella società, i membri di quella società non potranno avere credenze diverse da quelle di riferimento, che per definizione sono giuste.
  • Tutti noi apparteniamo a tantissimi gruppi sociali. Siccome ogni gruppo sociale ha le sue credenze morali di riferimento e tutte sono giuste in base agli standard del gruppo sociale in questione, come facciamo a decidere quali standard morali assumere come giusti? Sarebbe comico rispondere che dobbiamo adeguare le nostre credenze morali al gruppo di cui facciamo parte. Avremmo, direbbe forse Kant, una “moralità variopinta”.
  • Dal fatto che – secondo i relativisti – non si danno giudizi morali impersonali i relativisti concludono che non si possono dare giudizi morali impersonali. Alcuni concludono addirittura che non si devono dare giudizi morali impersonali. Il passaggio indebito da sfera descrittiva a sfera prescrittiva è un grave errore logico. Dal fatto che non parlo sei lingue è impensabile concludere che non posso parlare sei lingue.

 

Bibliografia di riferimento

Boghossian, P., 2011, “Three Kinds of Relativism,” in S.D. Hales (ed.), A Companion to Relativism, Malden, MA: Wiley-Blackwell, 53–69.

Cooper, D., 1978, “Moral Relativism,” Midwest Studies in Philosophy, 3: 97–108.

Gowans, Chris, “Moral Relativism”, The Stanford Encyclopedia of Philosophy (Winter 2016 Edition), Edward N. Zalta (ed.).

Marino Varricchio

Foot, P., 2002 (1979), “Moral Relativism,” in Foot, Moral Dilemmas and Other Topics in Moral Philosophy, Oxford: Clarendon Press, 20–36.

Kölbel, M., 2004, “Faultless Disagreement,” Proceedings of the Aristotelian Society, 104: 53–73.

Smith, M., 1991, “Realism,” in P. Singer (ed.) A Companion to Ethics, Oxford: Basil Blackwell. 399–410.

Wellman, C., 1975, “Ethical Disagreement and Objective Truth,” American Philosophical Quarterly, 12: 211–21.

 

 

DIMOSTRAZIONE PER ASSURDO E INTUIZIONISMO

2016-03-27_13-49-55La dimostrazione per assurdo è un tipo di ragionamento in cui si assume come vera una certa ipotesi e da essa si deduce una contraddizione che porta ad affermare, per conseguenza logica, come vero il contrario dell’ipotesi iniziale.

In un sistema logico formale la dimostrazione per assurdo si svolge in questo modo: volendo dimostrare A, assumiamo come ipotesi ¬A, nello svolgimento del calcolo giungiamo ad una contraddizione e otteniamo ¬¬A, dunque A.

Questo tipo di ragionamento si basa sull’accettazione del principio del terzo escluso (che esclude l’indeterminatezza del valore di verità di un enunciato), secondo cui “A o non A” è un teorema del sistema; dunque dal punto di vista semantico un enunciato che non è vero, deve essere falso e viceversa, non essendovi una terza possibilità.

La dimostrazione per assurdo è una possibile forma di dimostrazione matematica. Ci sono autori secondo cui il principio del terzo escluso è applicabile: Euclide, ad esempio, lo utilizzò per dimostrare l’infinità dei numeri primi.

Il ragionamento di Euclide è molto noto e semplice: egli suppone per assurdo che i numeri primi siano finiti: esiste dunque un numero Pn che sarà il più grande dei numeri primi (P=1,2,3,5,7… Pn).

Prima di procedere alla dimostrazione di questo teorema, Euclide utilizza un teorema “strumentale” che possiamo spiegare in questo modo: se fattorizziamo un numero (ad esempio 42=2x3x7) ed aggiungiamo 1 a questo numero (42+1=43), deduciamo che, dividendo quest’ultimo numero per ciascuno dei suoi fattori, otteniamo una divisione con resto sempre pari ad 1.

Tornando alla serie P=1,2,3,5,7… Pn se consideriamo il prodotto di tutti i numeri primi e aggiungiamo 1 ad esso otteniamo un certo numero Q.

Secondo il teorema fondamentale dell’aritmetica ci sono due casi: o Q è un numero primo (caso n°1) oppure è ottenuto dal prodotto di numeri primi (caso n°2):

  • Caso n°1. Se Q fosse un numero primo allora, essendo Q > Pn, Pn non sarebbe il più grande dei numeri primi (es. Pn = 7. Allora: 2x3x5x7+1 = 211. 211 è un numero primo, dunque 7 non è il più grande tra i numeri primi);
  • Caso n°2. Se Q non fosse primo avrebbe fattori primi maggiori di Pn. Infatti, come abbiamo precedentemente dimostrato, se dividiamo Q per ciascuno dei suoi fattori otteniamo sempre un risultato con resto 1. Deve esistere, dunque, almeno un altro numero primo che sia maggiore di Pn, ragion per cui di nuovo quest’ultimo non sarebbe il più grande dei numeri primi (es. Pn = 13. Allora 2x3x5x7x11x13+1=30031. Se dividiamo 30031 per ciascuno dei suoi fattori otteniamo di volta in volta una divisione con resto 1. 30031 è dunque fattorizzabile in 59×509 che sono due numeri primi maggiori di 13, percià 13 non è il maggiore tra i numeri primi).

In ogni caso non può esistere un Pn che sia il più grande dei numeri primi, dunque i numeri primi sono infiniti.

Tuttavia, bisogna tener conto dell’esistenza di logiche che non accettano il principio di bivalenza (la versione semantica del terzo escluso), per cui la categorizzazione in vero e falso non avrebbe senso.

Questo avviene in quasi tutti i contesti che non siano strettamente matematici.

Ma non basta. Vi sono infatti alcuni logici matematici, detti intuizionisti, che respingono l’uso della dimostrazione per assurdo, in quanto non accettano come valido universalmente il principio del terzo escluso.

La dimostrazione per assurdo infatti costituisce una delle possibilità di dimostrazione matematica, ma non l’unica. Diversi sono i procedimenti di tipo costruttivo. Secondo tali autori provare l’assurdità della non esistenza di un determinato teorema non è condizione sufficiente per giungere all’affermazione della sua esistenza: bisogna invece arrivare alla costruzione di un esempio effettivo di tale oggetto.

Per gli intuizionisti il principio del terzo escluso non è applicabile quando l’alternativa A V ¬A è affermata relativamente a proposizioni A e ¬A la cui validità non sia deducibile attraverso un procedimento finito, appunto costruibile. E se non vale il terzo escluso non è possibile dedurre a da ¬¬A.

Per gli intuizionisti, infatti, il rifiuto di riconoscere alle entità matematiche la possibilità di un’esistenza fuori dalla nostra mente fa emergere la nozione di costruzione. Poiché non si può evitare completamente il termine “esistere”, quando esso viene impiegato non può avere altro che il senso di “essere costruito dalla ragione”. È chiaro che non utilizzare la dimostrazione per assurdo è una scelta molto limitante. Tuttavia la matematica intuizionista non ha come obiettivo quello di distruggere la matematica classica, bensì di darle delle fondamenta più solide.

Mariangela Del Prete.