L’ITALIA NON E’ UN PAESE PER GIOVANI

White clock with words Time for Change on its face

Da almeno quattro punti di vista l’Italia non è un paese amichevole per i giovani: il mercato del lavoro, il sistema pensionistico, il sistema sanitario, la formazione.

LAVORO. La disoccupazione giovanile è troppo alta fin dagli anni ’70, quando si cominciò a sperimentare il fenomeno dei laureati disoccupati. Negli anni Ottanta si fece strada, grazie al diffondersi del pensiero economico liberista, l’idea che questa anomalia fosse causata dalle eccessive tutele nel mercato del lavoro. I contratti erano considerati troppo rigidi e si diceva che i giovani non venivano assunti per timore di non poterli licenziare. Negli anni Novanta, e soprattutto con il pacchetto del Ministro Treu, concordato con i sindacati, furono introdotte nuove forme di lavoro che interpretavano la flessibilità in chiave di precarietà. L’effetto positivo ci fu, ma fu quello di far emergere in chiaro una larga parte di lavoro nero, anche di immigrati. Non si assistette a una significativa creazione di nuovi posti di lavoro. Si disse allora che tali forme di lavoro precario sarebbero state l’anticamera per questi lavoratori verso impieghi più stabili e meglio retribuiti. In realtà oltre metà dei lavoratori precari sono rimasti intrappolati in varie forme di lavoro prive di garanzie o in false libere professioni per le quali la Partita Iva nasconde un rapporto effettivo di dipendenza con un trasferimento del rischio di impresa dal datore di lavoro al lavoratore. Recenti ricerche hanno dimostrato come il ricorso alla svalutazione dei rapporti di lavoro abbia sostituito la svalutazione del cambio monetario, riducendo gravemente lo stimolo per le imprese a investire sulla innovazione di processo e di prodotto, che è la causa della stagnazione della produttività in Italia negli ultimi venti anni

Sul versante dei rapporti di lavoro una buona proposta era quella di Boeri e Garibaldi di sostituire tutta variegata serie di contratti di lavoro con un unico contratto a tutele crescenti. Nel Jobs Act, invece, il contratto a tutele crescenti, indebolito rispetto alla proposta orginaria, sostituisce solo il vecchio contratto a tempo indeterminato e si affida agli incentivi a pioggia (fino a 8 mila euro all’anno per 3 anni) per rosicchiare la quota maggioritaria dei contratti a tempo determinato che sono pur sempre contratti standard (cioè con ferie e malattia). I contratti non standard, tipici del lavoro precario, potevano essere eliminati tutti, tranne forse i voucher purché ristretti nell’uso. Quello di cui si sentirebbe più necessità è invece un sistema di assicurazione universale contro la povertà e la disoccupazione, sia pure condizionato alla disponibilità a lavorare dei beneficiari come in tutti i paesi europei, rivolto a tutte le figure di lavoro dipendente o indipendente che restano senza reddito. Il sistema deve essere affiancato da un apparato sia pubblico che privato in grado di attivare, tramite assistenza, orientamento e formazione, queste persone sul mercato del lavoro come si fa in Germania. Nei paesi dell’area Euro questo sistema di assicurazione sociale dovrebbe essere finanziato da un fondo comune alimentato da tutti i paesi euro. E’ evidente infatti che la moneta comune ha fortemente beneficato le aree economiche più forti a danno di quelle più deboli che non hanno più modo di svalutare. Una moneta unica priva di un impianto redistributivo tende ad esacerbare le differenze e ad alimentare tensioni e conflitti. L’Euro sopravvive ora grazie al Quantitive Easing di Draghi che però non potrà durare in eterno. Se non si cammina sulla strada della integrazione si intraprenderà quella della disintegrazione.

L’economia italiana, anche quando “drogata” con forti incentivi a pioggia, come successo lo scorso anno con il Jobs Act, in presenza di un declino di investimenti pubblici e privati, non produce nuovi posti di lavoro. L’idea che si potessero creare nuovi posti di lavoro con riforme legislative ed incentivi alle assunzioni per il momento si sta rivelando fallimentare e molto costosa.

PENSIONI. Il sistema pensionistico pubblico ha mosso i primi passi negli anni ’50 quando c’era un pensionato ogni quattro lavoratori. Oggi i lavoratori sono 23 milioni, i pensionati quasi 17 milioni e le prestazioni pensionistiche 22 milioni. Tra pochi anni ogni lavoratore avrà a carico un pensionato.

Il vecchio sistema riconosceva un trattamento del 2% dell’ultimo stipendio per ogni anno di lavoro fino ad un massimo di 40 anni. Uno schema che prescindeva dall’aspettativa di vita (infatti consentiva le cosiddette “pensioni baby”) e favoriva enormemente tutti coloro che riuscivano ad avere grandi progressioni di carriera negli ultimi anni di lavoro. Così dirigenti di ogni risma erano premiati a fine carriera a spese dell’INPS. A molte altre categorie, come artigiani e agricoltori venivano riconosciuti trattamenti molto superiori ai contributi versati. Una decisione forse socialmente giusta ma che avrebbe dovuto essere messa a carico della fiscalità generale anziché delle pensioni degli altri lavoratori. E lo stesso vale per ogni altra categoria, come le forze dell’ordine, per la quale è stato mantenuto un regime speciale, anche dopo la Riforma Fornero. Il sistema era divenuto insostenibile già negli anni ’90 quando il Governo Dini approvò la prima riforma verso un sistema di calcolo basato sui contributi effettivamente versati e l’aspettativa di vita futura. Questi nuovi criteri non furono introdotti per tutti a partire dal quel momento. Questo lo farà solo la Riforma Fornero a partire dal 2012. Nel 1995 fu invece deciso che chi aveva già maturato 18 anni di contributi restava nel vecchio sistema e chi non li aveva passava al nuovo. Una evidente ingiustizia per i non-vecchi. La Riforma Fornero provocò invece ai giovani un altro danno. I dati dimostrano che l’aumento improvviso dell’età minima per accedere alla pensione a 67 anni per tutti, costringendo molte persone, soprattutto donne, a rimanere al lavoro, ha accentuato la difficoltà dei giovani a trovare lavoro.

Negli ultimi mesi il presidente dell’INPS, Boeri, ha fatto i conti e ha lanciato proposte concrete su come utilizzare parte dei soldi che ora vengono erogati a pensioni sopra i 3 mila euro lordi, per la parte non coperta da contributi versati dal lavoratore. Possono servire a dare un aiuto ai 55eeni che, rimasti disoccupati, sono troppo vecchi per trovare lavoro e troppo giovani per andare in pensione. E servirebbero per far andare in pensione, con modeste penalizzazioni, i lavoratori anziani costretti al lavoro dalla Riforma Fornero. Si libererebbero posti e si aprirebbero le porte a personale più aperto alle innovazioni. Invece di rispondere che non spetta all’INPS fare proposte, sarebbe meglio discuterle nel merito.

Dulcis in fundo, l’attuale governo, guidato da un giovane che ha fatto grandi promesse ai giovani, ha fatto una serie di regali che in larga parte li vedono esclusi, come gli 80 euro in busta paga, di cui non beneficia nessuna delle forme contrattuali precarie diffuse tra i giovani, e la riduzione delle tasse sulla prima casa che di solito è di proprietà dei genitori, senza alcuna detrazione per chi paga l’affitto. Il capo del Governo ha ora accennato all’idea di dare 80 euro ai pensionati più poveri senza nemmeno distinguere (come già per gli 80 euro in busta paga) tra chi vive accudito in un contesto familiare e chi deve tirare la carretta da solo. Una ciliegina sulla torta è poi il parziale rimborso dei risparmiatori investiti dal fallimento delle piccole banche locali. Essi dovrebbero essere risarciti a spese di chi li ha truffati, individuando responsabilità civili e penali di chi ha agito in malafede o non ha vigilato. Il Governo invece prepara un provvedimento a carico del contribuente. Non si capisce perché questi sfortunati abbiano più diritto di risarcimento pubblico delle migliaia di sfortunati che a causa della crisi hanno perso il loro lavoro precario, o di coloro che, come artigiani o partite iva, quando sono costretti a chiudere non percepiscono nessun assegno di disoccupazione.  Ricordo di aver udito in televisione la storia di un anziano che si è tolto la vita per aver perso i suoi risparmi, pur avendo una casa di proprietà e una pensione più che dignitosa. Grande emozione per lui nel paese. E per le migliaia di giovani e meno giovani, lavoratori autonomi o parasubordinati che sono rimasti senza nulla e con l’affitto da pagare? Figli di un Dio minore? Si dice che la contrapposizione tra giovani e vecchi sarebbe falsa perché gli anziani aiutano i giovani. Ma chi non ha anziani che lo aiutano? O chi non vuole o non può chiedere aiuto?

SANITA’. Il sistema sanitario è per sua natura alimentato dai giovani, che ne beneficiano pochissimo, e utilizzato dagli anziani, che ne assorbono i ¾ delle risorse. La redistribuzione generazionale prevedrebbe che un domani i giovani che oggi pagano possano beneficiare del sistema che pagheranno i nuovi giovani di domani. Ma poiché la popolazione invecchia i giovani di oggi avranno a carico una popolazione molto larga di anziani. Basti pensare che oggi nascono poco più di mezzo milioni di bambini all’anno mentre cinquant’anni fa erano quasi un milione.  Oltre al debito pubblico già accumulato per finanziare il welfare degli anziani di oggi, si stanno sperimentando tecniche finanziare, come il project financing, che consente di occultare i debiti pubblici in bilanci privati, con costi fissi che peseranno per venti o trent’anni a venire, incidendo gravemente sui costi futuri della spesa sanitaria. Quindi tale pratica sarebbe assolutamente da evitare.

SCUOLA E UNIVERSITA’. Un paese che guarda al futuro può tagliare qualsiasi spesa, tranne gli investimenti in queste voci. Per la scuola l’attuale governo mostra qualche segno di interesse, sia pure non sempre apprezzato da tutti. Sempre il Governo spinge per avviare percorsi di educazione sempre più orientati all’impiego, sulla falsariga del sistema tedesco e in ottemperanza alle normative europee, che su questo sono miopi. C’è un rischio sociale nell’idea di immaginare una educazione come troppo strettamente finalizzata ad esigenze momentanee della produzione espresse da ristrette categorie. Ma comunque non si impone per legge un coordinamento e una visione del comune interesse senza promuovere un cambiamento delle condizioni del sistema di lavoro e di impresa che in Italia sono assai diverse da quelle della Germania.  Inoltre si vorrebbe fare tutto senza spendere niente. Negli ultimi dieci anni l’Università ha visto molti tagli: alle borse di studio, alle prospettive di carriera per i giovani ricercatori e agli investimenti per la didattica e la ricerca. Ogni tanto c’è qualche annuncio spot che fa notizia sui giornali ma non si vede una vera inversione di rotta. I nostri laureati trovano (pochi) lavori dequalificati in Italia (li sottraggono ai diplomati, e questo spiega la loro migliore perfomance nelle statistiche) e più qualificati all’estero. Esportiamo manodopera che si è qualificata  spese dello Stato Italiano. Questo testimonia il fatto che in mancanza di investimenti pubblici e privati, con una prevalenza di piccole imprese, è inutile formare generazioni di ingegneri o informatici.

La mancanza di politiche industriali non è dovuta alla mancanza di soldi pubblici. Gli 80 euro in busta paga costano 10 miliardi all’anno e gli incentivi a pioggia del Jobs Act costeranno una quindicina di miliardi nel triennio. La nuova esenzione delle tasse sulla casa almeno altri 2 miliardi all’anno. Questa mancanza è dovuta al deficit di coraggio e di idee di chi governa. E’ una grave lacuna nel Centro-Nord ma diventa drammatica al Sud che con la crisi ha visto ridursi gli investimenti e i trasferimenti dello Stato in misura più che proporzionale rispetto al Nord.

Una assicurazione base contro la povertà (che si chiami Reddito di Cittadinanza o in altro modo) si può attivare con 7 miliardi all’anno e sono soldi che alimenterebbero solo  i consumi e non il risparmio (a quello pensa la BCE) perciò sarebbero utili all’economia. Quello che resta dei 10 miliardi all’anno e i 15 miliardi di incentivi del  Jobs Act potrebbero essere utilizzati per politiche di incentivi mirati alle imprese che innovano, che si fondono, che fanno accordi per l’innovazione, o per la proiezione congiunta su nuovi mercati, o per assumere nuovo personale e magari per la formazione, insieme con gli enti educativi, di figure professionali particolari, maturate anche con soggiorni all’estero. Infine si possono attivare meccanismi di garanzia per finanziamenti agevolati alle start up dei giovani. E dobbiamo rilanciare la ricerca in settori nei quali abbiamo punti di forza.

Premesso che il Sud ha diritto a recuperare rispetto ai tagli alla spesa in educazione e sanità che lo hanno penalizzato più del Nord. Questo recupero dovrebbe essere condizionato ad una politica talebana di ripristino della legalità. Non si tratta solo di investire soldi nella repressione, ma di penalizzare le carriere e le persone che vengono a qualsiasi titolo giudicate complici di sprechi e malversazioni, commissariando gli enti di appartenenza, e introducendo meccanismi economicamente punitivi per ogni persona o ente che sia coinvolto in questi fatti. L’illegalità e la corruzione sono infatti il primo fattore di sottosviluppo del Mezzogiorno. Il problema è che tutto il paese, in misure diverse, è attanagliato dal problema della mancanza di rispetto delle leggi, della corruzione e dell’evasione fiscale. Una seria riforma della giustizia, non appaltata alla lobby degli avvocati come è stato fatto l’anno scorso, e soprattutto della giustizia civile, che sia capace di dare rapidità e certezza alla applicazione del diritto sarebbe un attrattore di investimenti esteri molto più efficace di dieci Jobs Act. Su questo tutti gli studi concordano. Ma bisogna trovare chi, in una classe dirigente pubblica e privata, finora selezionata con questi incentivi, abbia davvero la volontà e la forza di farla.

Nicola Giannelli

 

 

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