L’INVIDIA E IL BENESSERE

fish freedom concept

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Uno degli effetti psicologici più sconcertanti messi in luce dalle ricerche sulla felicità è il cosiddetto “adattamento edonico”: l’influenza sulla nostra soddisfazione di un miglioramento delle condizioni di vita diminuisce fino quasi a scomparire con il passare del tempo. Per essere felici a lungo dunque occorrono sempre nuovi incrementi di reddito e risorse. Così ad esempio la variazione congiunturale del Pil di un Paese a tre mesi esercita di volta in volta un forte effetto di sfiducia o fiducia sui cittadini, che varia a seconda che il suo segno sia positivo o negativo, indipendentemente dai valori precedenti.

Almeno dagli anni ’70 ci si chiede se il PIL pro capite di una nazione sia una buona misura della soddisfazione delle persone. Richard Easterlin, in una serie di studi fondamentali, ha sostenuto di no: più importanti sarebbero le condizioni occupazionali e soprattutto il confronto fra la propria situazione economica e quella dei nostri pari. Se così stanno le cose, allora la nozione di disuguaglianza diventa centrale. Su di essa Thomas Piketty ha richiamato infatti la nostra attenzione.

Un nuovo studio empirico svolto in Kenia ha indagato a fondo tali fenomeni. I risultati sono notevoli e di estremo interesse, anche se temi di questo tipo richiedono decine di ricerche empiriche e un’accurata meditazione sui dati raccolti, prima di accettarne le conclusioni. Innanzitutto occorre distinguere fra felicità in senso affettivo e in senso cognitivo. La prima è un moto irriflesso dell’animo, mentre la seconda è anche frutto di una meditazione. La prima è più variabile e meno influenzata dalle condizioni economico-finanziarie rispetto alla seconda. Quindi concentriamoci su quest’ultima.

Nella ricerca svolta dagli studiosi di Princeton è risultato che la cosiddetta “life satisfaction” cresce significativamente con l’aumentare del reddito medio. Tuttavia l’esperimento è stato condotto in Kenia fra popolazioni abbastanza povere, per cui poco ci dice sull’effetto degli aumenti del reddito o del PIL pro capite nei paesi ricchi, dove le evidenze mostrano, invece, che la crescita del benessere diminuisce sempre più per uguali aumenti di reddito o di Pil pro capite, mano a mano che aumenta la ricchezza media del paese.

Colpisce però che nei villaggi beneficiati dall’arricchimento casuale di alcune famiglie, i non prescelti abbiano subito un incremento molto accentuato del loro malessere: “Your gain is my pain”, come recita efficacemente il titolo del lungo report dell’esperimento. Dunque l’invidia è un fattore determinante per il nostro benessere. Rawls suggeriva che dietro al velo di ignoranza, dove non sappiamo se siamo ricchi o poveri, sani o malati, occorrerebbe scegliere quella società in cui coloro che stanno peggio stiano meglio: il celebre principio del maximin. Sappiamo bene che un po’ di disuguaglianza favorisce la crescita, ma fino a che punto essa è accettabile? Fino a quando gli ultimi migliorano la loro condizione, risponde Rawls. Ma, attenzione, questo esperimento conferma che la situazione degli ultimi non è determinata solo dal loro reddito e dal loro patrimonio, ma anche dal confronto con i loro pari. Tale fenomeno è profondamente radicato nell’animo dei primati: la scimmia beneficiata con un cetriolo per lo stesso compito per cui la sua collega ha ricevuto una banana, lo rifiuta e se può impedisce alla compagna di prendere il premio migliore la volta successiva, anche se questo comportamento sembrerebbe irrazionale.

Dall’indagine emerge però anche un altro dato interessante. Ciò che conta per il nostro benessere non è tanto la misura della disuguaglianza all’interno del villaggio, che di solito viene valutata tramite il coefficiente di Gini. Esso vale 0 se tutti stanno esattamente nella stessa situazione e 1 se uno solo possiede tutto. Ciò che conta è, invece, lo stato economico-finanziario relativo. Ad esempio, in un paese dove il coefficiente di Gini valesse 1, non si sentirebbe tanto questo effetto, poiché quasi tutti – tranne uno – sarebbero nella stessa condizione. Cioè quello che conta per il benessere è il rapporto fra la ricchezza del singolo e la media, che non è misurato adeguatamente dal coefficiente di Gini.

Quando si riflette sul benessere e su come organizzare la società in modo da favorirlo, occorre sempre prendere le mosse dai dati empirici e non ancorarsi a punti di vista preconetti. E il benessere, a causa dell’adattamento edonico – confermato anche in questo esperimento – è necessariamente legato alla sensazione di crescita e miglioramento. Ma quale crescita e quale miglioramento? Le indagini empiriche devono aiutare a stabilire semplici parametri, che misurino adeguatamente l’incremento nella qualità della vita. E poi bisognerebbe ricondurre la nostra valutazione della situazione economica di un paese a tali misurazioni.

Vincenzo Fano

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