L’INSEGNAMENTO DELLA FILOSOFIA COME RICERCA

arcimboldoA un bambino si può dire tutto, tutto. Mi ha sempre sconcertato il pensiero di quanto poco i grandi conoscano i piccoli, persino padri e madri i loro figli. Ai bambini non bisogna nascondere niente col pretesto che sono piccoli e che per loro è troppo presto per sapere. Che idea triste e infelice! E come si rendono ben conto i bambini che i genitori li considerano troppo piccoli e non in grado di capire,mentre invece capiscono tutto. I grandi non sanno che un bambino può dare consigli estremamente importanti anche nelle questioni più difficili

(Fedor Dostoevskij“L’idiota”)

 Sono sempre stato attratto dalla forza ancestrale delle domande, che ci assalgono fin da bambini, che ci rendono diversi, che ci aiutano a dare un valore a ciò che facciamo, ma anche che ci mettono in difficoltà e rischiano di isolarci o di condurci in percorsi che non sappiamo fronteggiare. Tuttavia, in questo impulso primordiale e demoniaco, di cui spesso non sappiamo dare ragione e che controlliamo solo in parte, troviamo una delle ricerche più importanti della nostra vita: il senso del sé.

E’ nella vivacità della nostra curiosità e nel desiderio di capire, più che nella sicurezza chiusa e statica delle nostre risposte, che socraticamente troviamo l’elemento più vitale di quella grande e rivoluzionaria invenzione che è stata la filosofia. Proprio questa è la dimensione nella quale l’insegnamento della filosofia, a mio giudizio, trova il suo senso più profondo e autentico, quello cioè della “ricerca” e della rielaborazione personale, anche piccola e minimale, di ciò che si dice.

Platone riassume benissimo questo atteggiamento: «Così vive e con questi pensieri, chi ama la filosofia: e continua bensì a dedicarsi alle sue occupazioni, ma si mantiene in ogni cosa e sempre fedele alla filosofia e a quel modo di vita quotidiana che meglio d’ogni altro lo può rendere intelligente, di buona memoria, capace di ragionare in piena padronanza di se stesso: il modo di vita contrario a questo, egli lo odia. Quelli invece che non sono veri filosofi, ma hanno soltanto una verniciatura di formule, come la gente abbronzata dal sole, vedendo quante cose si devono imparare, quante fatiche bisogna sopportare, come si convenga, a seguire tale studio, la vita regolata d’ogni giorno, giudicano che sia una cosa difficile e impossibile per loro; sono quindi incapaci di continuare a esercitarsi, ed alcuni si convincono di conoscere sufficientemente il tutto, e di non avere più bisogno di affaticarsi».[1]

Ogni parola e discorso acquistano un senso se non ci lasciano indifferenti, se sono in grado di essere dei concetti-guida aperti, se mantengono in noi una certa tensione e ci conducono a delle domande.

Ernst Bloch[2] ha parlato di una “filosofia del non-ancora”, del viaggio che attraverso l’interpretazione delle “tracce” di verità si pongono sulla strada del senso.

In questo percorso solo la fantasia e la curiosità ci consentono di entrare in un vero rapporto con la realtà intesa non come semplice accettazione del presente, ma come apertura alla vita e alla ricerca di una radice delle cose in sé. La filosofia è allora assieme uno stile cognitivo e una pratica di vita.

Per Platone la filosofia, attraverso la dialettica, deve aiutarci a trovare la sapienza e la giustizia per cui la vita è nel suo aspetto più alto un esame verso ciò che ci capita e che ci circonda: il filosofo non ottiene la salvezza senza portarla alla società e senza un suo impegno personale.[3]

Aristotele struttura la sua Etica Nicomachea non per dirci cos’è il buono, ma per diventare buoni, per acquisire delle capacità: «se poi vi è un fine nelle nostre azioni che noi vogliamo per se stesso  […] questo dev’essere il bene e il bene supremo. E non è forse vero che per la vita la conoscenza del bene ha una grande importanza e che possedendola […] meglio possiamo scoprire ciò che si deve”. […] “.Il saggio è tale non solo per il fatto di sapere, ma anche per il fatto di saper mettere in pratica […] il temperante fugge i piaceri […] il saggio persegue una vita senza dolori […] non è possibile essere buoni […] senza saggezza».[4]

E’ questa la strada che si deve percorrere, ovvero quella d’intendere la Filosofia non come qualcosa di già dato e posseduto, ma come un percorso, un viaggio dove la prospettiva è data dalla consapevolezza della mancanza di sapere e insieme dal desiderio, che ontologicamente non potrà mai essere esaudito, di appagarlo.

Per questo motivo, dice Platone, amore è filosofo, in quanto è l’amante e non l’amato, cioè colui il quale non sa, ma anche non può sottrarsi dall’impulso di sapere essendoci in lui delle tracce di verità che non saranno mai del tutto svelate e scoperte.

 «Ma allora, dissi, che mai sarebbe Amore? un mortale? – Niente affatto. – E allora che cosa? – Come prima, rispose: qualcosa di mezzo fra il mortale e l’immortale. – E cioè, Diotima? – Un gran demone, o Socrate; infatti ogni natura demonica sta di mezzo fra il divino e il mortale. – […] Amore, generato durante le feste natalizie di Afrodite, è fin dalla nascita suo seguace e ministro, ed è insieme, di sua natura, innamorato del bello, bella essendo anche Afrodite. E come figlio d’Ingegno e di Povertà, […] è povero sempre, e tutt’altro che delicato e bello, come credono i più, ma anzi ruvido e ispido e scalzo e senza tetto […]: ritraendo in ciò dalla natura della madre, nella sua perpetua convivenza con la miseria. Per parte del padre, d’altronde, è ardente insidiatore del bello e del buono, […], desideroso di capire e ingegnoso, tutta la vita intento a filosofare, terribile […]. Anche tra sapienza ed ignoranza, egli sta in mezzo: e la ragione è questa. Nessuno degli dei filosofa, né aspira a diventar sapiente; lo è già, infatti; e se mai altri sia sapiente, non filosofa. D’altra parte, nemmeno gl’ignoranti filosofano, né desiderano diventar sapienti; ché proprio questo, anzi, l’ignoranza ha di grave, che chi non è né onesto né saggio si crede invece perfetto».[5]

Il cuore della filosofia è allora nella domanda e nella tensione “dionisiaca” verso i grandi temi che la vita stessa suscita nell’uomo e che investono il senso stesso dell’esistenza di ciascun individuo. Secondo Russell questi interrogativi costituiscono un repertorio dei problemi di cui tradizionalmente solo la filosofia si è occupata e continua ad occuparsi.

«Il mondo è diviso in spirito e materia, e, se lo è, che cos’è spirito e che cos’è materia? Lo spirito è soggetto alla materia o è investito di poteri indipendenti? L’universo ha un’unità di scopi? Sta evolvendo verso qualche meta? Vi sono realmente leggi di natura, o noi crediamo in esse soltanto per il nostro innato amore per l’ordine? L’uomo è ciò che appare all’astronomo, una minuscola massa di car­bone impuro e di acqua, che striscia impotente su un piccolo ed insignificante pianeta? Oppure è ciò che appare ad Amleto? Forse entrambe le cose insieme? Esiste un modo di vivere nobile ed un altro abbietto, o tutti i modi di vivere sono semplicemente futili? Se esiste un modo di vivere nobile, in che cosa consiste e come possiamo raggiungerlo? Il bene deve essere eterno per meritare che gli si dia un valore o vai la pena di cercarlo anche se l’universo cammina inesorabil­mente verso la morte? Esiste qualcosa come la saggezza, o quella che sembra tale è soltanto l’ultimo perfezionamento della follia? A tali domande non si può tro­vare risposta in laboratorio […]. Lo studio di questi problemi, se non la loro soluzione, è compito della filosofia»[6].

Si tratta di domande ricorrenti, ma “irrisolvibili”, problemi che inevitabilmente incontriamo e a cui non sappiamo dare una risposta definitiva o una dimostrazione indiscutibile[7]. Eppure, anche se irrisolvibili, sono, parafrasando Kant, importantissimi e fondamentali.

Possiamo dire che cogliere e formulare quel genere di problemi è già fare filosofia. Questo ci porta a definire la filosofia come una ricerca, ma non di tipo quantitativo o utilitaristica, ma, per così dire, esistenziale. Solo la filosofia ci fornisce un orizzonte di senso verso il quale siamo destinati e dà uno spessore unico alla nostra identità.

Pierluigi Pizzitola

[1]Platone. “Lettera VII”, 340d-342a.

[2] Cfr. Ernst Bloch, “Tracce”, Milano, Garzanti, 1995.

[3] Platone, “Repubblica”, Libri I-II, Bari, Laterza, 1983.

[4] Aristotele, “Etica Nicomachea”, I (A) 2, Bari, Laterza, 1979, p.4; qui inoltre potrebbe aprirsi un importante capitolo sulla filosofia come pratica di vita analizzata nei libri P. Hadot. (Cfr.P. Hadot, “Esercizi spirituali e filosofia antica”, Torino, Einaudi, 2005.)

[5]Platone, “Simposio”, 202d-204c.

“Ma allora, o Diotima, domandai, chi è che filosofa, […]– Chiaro anche per un bambino questo, ormai: son quelli che stanno in mezzo tra gli uni e gli altri, e tra cui è anche Amore. […] tu hai creduto, per quanto mi sembra di poter congetturare dalle tue parole, che Amore fosse l’amato, non l’amante”.

[6] Bertrand Russell, “Storia della filosofia occidentale”,Milano,TEA, 2010, pp. 13-14.

[7]Cfr. Salvatore Veca, “Questioni di vita e conversazioni filoso­fiche”, Milano Rizzoli, 1991.

1 commento
  1. Marco de Angelis
    Marco de Angelis dice:

    Condivido pienamente l’impostazione dell’articolo sul senso pratico oltre che teoretico della filosofia, come anche sul richiamo ai classici della filosofia come Platone, Aristotele, Kant. Non condivido invece affatto l’idea che la filosofia sia ricerca senza pervenire a dei risultati, il che non è sostenibile per due ordine di ragioni:

    1. Chi sostiene ciò dovrebbe dimostrarlo, argomentarlo ossia condurrebbe comunque ad un risultato, il che sconfesserebbe il fatto che la filosofia non pervenga a risultati. Anche la dimostrazione logica dell’impossibilità di pervenire a delle risposte alle domande esistenziali sarebbe una risposta e quindi annullerebbe se stessa. Ergo la tesi *la filosofia non può portare a delle riposte* è falsa, essa annulla se stessa

    2. I classici sono tali proprio perché hanno insegnato delle risposte, altrimenti che senso avrebbero le filosofie posteriori rispetto alle precedenti, solo una migliore formulazione di domande che comunque mai avrebbero delle risposte? Ciò sarebbe schizofrenico.

    Vero è invece che la filosofia ha condotto a delle risposte chiarissime, che si trovano appunto nei classici, per chi le sa leggere e trovare, ma che ovviamente non hanno ancora esaurito il bisogno umano di conoscere il vero dell’esistenza, come del resto neanche la fisica o la chimica o la biologia hanno ancora esaurito l’intero bisogno umano di conoscenze nei relativi campi del sapere, ma nessuno si sognerebbe di sostenere che i fisici i biologi ecc formulino solo domande e non diano risposte.

    Il fatto che una persona non sia in grado di trovare le risposte nei testi dei filosofi non giustifica la frase di carattere universale che in tali testi non si trovano delle risposte ai quesiti esistenziali. Ci sono, eccome! Ma bisogna saperle trovare!

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