L’EREDITA’ E’ UN FURTO?

Inheritance-tax_2476151bMolti degli errori filosofici sono mezze verità, il loro limite sta nel cogliere solo una parte del problema e assolutizzarla a scapito dell’altra. Lo stesso vale talora per le dottrine politiche, sociali od economiche. Prendiamo i due sistemi socio-economici che hanno caratterizzato il mondo occidentale moderno e contemporaneo: il liberalismo capitalistico e il socialismo collettivistico. Il primo riconosce che la libertà economica fondata sulla proprietà provata è (a) un diritto naturale dell’essere umano in quanto dotato di libero arbitrio, e dunque non solo (b) una condizione necessaria per una vita felice, ma anche (c) di fatto consente un’organizzazione economica più efficiente. La storia recente ha chiaramente dimostrato (c), e questo, anche se non bastassero altre considerazioni, sarebbe già un valido motivo per ipotizzare (a) e (b). Purtroppo il liberalismo capitalistico comporta gravi ed ingiustificate diseguaglianze: molti lo riconoscono, ma ritengono che questo sia un prezzo che val la pena pagare a fronte di (a), (b) e (c), e al più si possano mitigare tali ingiustizie con i palliativi dello stato sociale.

Il socialismo collettivistico riconosce che per un motivo di basilare giustizia ogni essere umano ha uguale diritto (a parità di impegno nel lavoro) di godere delle risorse del pianeta. Purtroppo per assicurare questo uguale diritto elimina la proprietà privata, perdendo così la libertà e l’efficienza della vita economica (e di fatto minando anche le libertà civili e politiche, dato che l’economia fa da base agli altri aspetti della società). Oltre a tutto il collettivismo non realizza nemmeno una giusta distribuzione, perché rendendo la proprietà comune attribuisce i medesimi diritti a chi si impegna molto e a chi s’impegna poco o nulla.

Ma un sistema che unisca i pregi di entrambi e ne escluda entrambi i difetti sarebbe possibile, e consisterebbe semplicemente nel liberalismo capitalistico senza il meccanismo dell’eredità individuale: un’economia di mercato con collettivizzazione dell’eredità. Le differenze che si creano alla nascita per il fatto che l’uno eredita una fortuna e l’altro non eredita nulla sono immorali (perché non c’è nessun merito o demerito che le possa giustificare), e non servono all’efficienza del sistema perché nulla assicura che chi eredita molto sia il più adatto a far fruttare i capitali ereditati, e chi eredita poco o nulla sia meno adatto. Anzi sappiamo che spesso avviene il contrario. Inoltre, dato che l’utilità marginale decresce con l’aumentare delle ricchezze, distribuirle in modo più uguale assicurerebbe che tutti ne avessero e ne traessero una maggior utilità marginale, massimizzando così l’utilità marginale a livello sociale. Giustizia ed efficienza sarebbero dunque assicurate facendo sì che ogni membro di ciascuna nuova generazione erediti in parte uguale quanto viene complessivamente lasciato dalla generazione successiva.

In questo modo tutti partirebbero alla pari, potendo godere delle medesime opportunità. Questa eguaglianza non porrebbe però alcun limite alla libertà di azione economica di ciascuno, perché salvo per questo aspetto il sistema resterebbe quello della libera economia di mercato. Nel corso della vita si creerebbero certe differenze di ricchezza e posizione sociale tra le persone. Ma intanto sarebbero molto minori di quelle che caratterizzano il sistema capitalistico; e poi sarebbero moralmente più giustificate, essendo frutto del diverso apporto fornito da ciascuno alla società col proprio lavoro. Inoltre tali differenze sarebbero funzionali all’efficienza del sistema: infatti a lungo andare si troverebbero ad esser provvisti di maggiori risorse proprio coloro che sanno farle meglio fruttare.

Si potrebbe obiettare che questo sistema nuocerebbe all’efficienza, in quanto normalmente la prospettiva di poter lasciare le proprie fortune ai figli è un incentivo alla produttività. Credo però che ciò sia assai più apparente che reale: chi lavora con impegno e passione lo fa soprattutto per la soddisfazione che trova nel lavoro. Lo scopo di migliorare le condizioni future dei propri figli (o dei dipendenti della propria azienda, o del paese, o di lasciare ampia fama di sé, ecc.) sono certo dei moventi nobili, ma psicologicamente parlando sono soprattutto dei piccoli alibi, come gli obiettivi di prestazione che si pone che fa corsa o ciclismo, i quali non hanno valore in sé, ma solo come motivazioni per l’attività sportiva in quanto tale. Ci sono alcuni che veramente si sobbarcano enormi fatiche esclusivamente in favore dei propri figli, ma sono quelli talmente poveri che altrimenti non potrebbero assicurare loro il minimo di sopravvivenza, e dunque non avrebbero comunque nulla da lasciar loro in eredità. Se poi la psicologia sociale dovesse dimostrare il contrario, che cioè anche per i benestanti la possibilità di far ereditare i propri figli è un incentivo reale, si potrebbe risolvere il problema consentendo di ereditare una parte piccola ma in percentuale della fortuna dei genitori (ad esempio, il 3%). Così, più ci si arricchirebbe più si potrebbe lasciare ai figli, e nel contempo sarebbe assicurata una sostanziale eguaglianza di partenza alla prossima generazione.

L’applicazione concreta di questa idea può presentare certo alcuni problemi pratici, ma probabilmente non più della realizzazione di qualunque altro sistema di distribuzione della ricchezza. In compenso semplificherebbe di molto il sistema fiscale attuale, in quanto una tassa di successione del 97% permetterebbe di eliminare ogni altra forma di tassazione diretta e indiretta, nonché ogni contributo previdenziale e assistenziale. Inoltre, come già osservato, in tal modo si sostituirebbe una tassa moralmente giustificata (in quanto colpisce una ricchezza del tutto immeritata) a imposizioni assai meno giustificate (in quanto colpiscono ricchezze che sono frutto del proprio lavoro). Naturalmente, per chi eredita poco o nulla, la tassa diventerebbe negativa.

In concreto, l’Istituto Centrale di Statistica dovrebbe calcolare qual è in ogni momento il livello di ricchezza media pro-capite del Paese, tassare quanto nell’eredità ricevuta da ciascuno eccede quel livello (salvo eventualmente il 3% di cui si è detto), e col ricavato (a) provvedere agli apparati statali, pubbliche amministrazioni, assistenza e previdenza e (b) portare al livello medio di ricchezza anche chi dai propri ascendenti eredita una somma inferiore. Naturalmente, ad evitare un facile aggiramento della tassa di successione, nell’eredità da tassare si dovrebbero computare anche i doni precedentemente ricevuti al di sopra di un certo valore: quelli cioè che non siano il normale dono di Natale o di compleanno, ma case, terreni, imprese, capitali, beni di lusso, ecc. Questa potrebbe esser la condizione tecnicamente più complessa da realizzare, ma non più di quanto lo sia oggi stabilire l’effettivo reddito da tassare per chi non percepisce un reddito fisso, o assicurare che l’IVA sia debitamente pagata su ogni transazione.

Forse si potrebbe pensare che il meccanismo dell’eredità privata è necessario a accumulare, generazione dopo generazione, quei grandi capitali che stanno alla base delle maggiori imprese di oggi. Ma è facile capire che esse potrebbero sostenersi ugualmente bene (o forse meglio) su un meccanismo di azionariato diffuso, che una sostanziale uguaglianza di partenza tra tutti i soggetti renderebbe possibile. Come ciliegina sulla torta, osserviamo che il nostro sistema potrebbe massimizzare i vantaggi del liberalismo e minimizzare gli svantaggi del collettivismo riducendo l’intromissione dello stato e degli enti locali nell’economia: scuola, cultura, sanità, previdenza, poste, trasporti, dovrebbero esser assicurati a tutti tramite un sistema di buoni, e non per gestione diretta da parte del pubblico.

Mario Alai

1 commento
  1. Pietro Bondanini
    Pietro Bondanini dice:

    Penso che il tema debba essere svolto sotto i diversi profili che la società assume. La proprietà riguarda il terreno e la sua fungibilità in senso minerario, agricolo, immobiliare; riguarda titoli rappresentativi immobiliari e mobiliari; riguarda diritti come quelli d’autore e i brevetti; riguarda valori come i metalli nobili, opere artistiche oreficeria ecc. Non basta. Occorre anche scegliere quale sia l’orientamento politico scelto tra il liberalismo e il collettivismo, entrambi privilegiando o la persona, o la famiglia o lo stato.
    Premesso quanto sopra ritengo che il fatto ereditario non assuma altra importanza di quello della necessità di introdurre la tassa di successione. Infatti, secondo il mio modesto parere, il proprietario ha il dovere di impiegare i suoi beni per ricavarne il massimo dell’utilità, ovviamente senza violare la natura, il ben dell’intelletto e le leggi.
    Non mi sembra giusto attendere la morte del proprietario per confiscare fattori di produzione male utilizzati. Perché ci sono ancora i latifondi? Perché, in periferia, i terreni sono lasciati incolti in attesa di cambio di destinazione? Perché capolavori d’arte giacciono in caveau a Panama?
    Sul fatto del liberalismo o del collettivismo osservo che solo il primo funziona perché l’efficienza si realizza quando l’agente sia in pieno possesso (non necessariamente proprietà) dei fattori di produzione e lo scambio dei beni avvenga sul mercato libero.
    Questi concetti sono chiaramente desumibili dalla lettura del Trattato Di Roma. A Maastricht avvenne un terremoto.

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