L’EPISTEMOLOGIA COME DISINFETTANTE

square-snakes_thumbNon accade spesso in questi ultimi tempi che il rapporto docente/studente porti ad un dialogo costruttivo per entrambi, dialogo che a volte può rivelarsi foriero di ulteriori ottiche con cui guardare criticamente un certo argomento  o un certo sapere; ciò conferma ancora una volta il punto di vista consegnatoci da alcune figure del mondo classico come Socrate, Seneca e Plutarco  che insistevano sul fatto che il vero insegnamento non consiste nel riempire un sacco,  ma nell’’accendere una fiamma e nell’ispirare’. Infatti, una  normale tesi di laurea in Epistemologia delle Scienze Sociali ha innescato, una volta ben metabolizzati i diversi aspetti e filoni di tale disciplina, un piccola scintilla  e ha ‘ispirato’ un umile interscambio; nello stesso tempo questo è anche indice della ricchezza problematica di una disciplina qual è l’epistemologia o la filosofia della scienza che, sorta, com’è noto, per chiarire il senso della conoscenza scientifica nelle sue diverse articolazioni storico-concettuali, si sta rivelando sempre di più uno strumento culturale ad ampio spettro indispensabile per comprendere meglio situazioni che riguardano anche la vita quotidiana e non solo questioni di natura teorica. Dall’utilizzo euristico di alcuni punti nodali sollevati da quel vasto capitolo che è l’epistemologia della complessità applicato allo studio di un caso concreto di medicina sociale, quello dei rapporti fra disoccupazione e salute[1], sono scaturite alcune considerazioni sulla natura e la funzione della stessa epistemologia, oltre naturalmente a quelle sulla particolare struttura epistemica della medicina come scienza.

È stato quasi ‘spontaneo’, proprio nel senso avanzato da Gaston Bachelard che non caso parlava di filosofia germinale implicita nel lavoro scientifico, il sorgere dell’idea di ‘epistemologia  come disinfettante’, cioè in grado anche, fra le altre cose, di aiutare le scienze a liberarsi dalle visioni ideologiche che  vengono loro appiccicate per  motivazioni contingenti; ma a volte sono gli stessi operatori scientifici,  proprio per la carenza di una adeguata autocomprensione dei risultati conseguiti, a tramutare semplici ipotesi in dogmi e a creare le condizioni per un ‘pensiero tendenzioso’ e per una ‘filosofia dubbia’ nel senso indicatoci prima da Pavel Florenskij e poi dallo stesso Popper, che non a caso hanno dedicato parte delle loro importanti riflessioni alle deviazioni a cui porta  quella che attualmente da più parti viene chiamata ‘cattiva scienza’[2]. Quelle che Georges Canguilhem ha chiamato ‘ideologie scientifiche’[3] di cui a volte gli stessi scienziati sono i principali attori, sorte per suffragare immagini della scienza ormai superate dal reale avanzamento delle ricerche, possono essere smascherate attraverso un percorso di approfondimento storico-epistemologico che le ‘disinfetti’ da fattori interni ed esterni; questo si rende necessario anche perché, come diceva Karl Jaspers sulla scia del criticismo kantiano, non bisogna mai dimenticare che anche le scienze sono il frutto di quella continua tensione tra sapere ed esistenza, che una ‘sana’ filosofia, non dubbia o tendenziosa, deve cercare di capire, diventando profonda comprensione dei percorsi di verità per evitare  che una parziale determinazione del fenomeno possa divenire totalizzante[4] con esiti devastanti per l’umanità com’è avvenuto nel primo Novecento.

Una ‘sana’ epistemologia a sua volta, operante come un necessario disinfettante, ha soprattutto l’obiettivo ed il merito di farci comprendere un altro fatto non secondario: dato che le scienze, pur con tutti i processi di autodelimitazione che mettono in atto nei loro non lineari percorsi, hanno il preciso compito di indagare quelle che Leonardo Da Vinci chiamava  le ‘infinite ragioni’ del reale, hanno una propria storia conoscitiva che le rende pensiero tout court, come hanno dimostrato più di altri Federigo Enriques e Gaston Bachelard nei rispettivi lavori di filosofia della scienza, pensiero scientifico che non a caso, come ha detto recentemente Dominique Lecourt, è il ‘grande dimenticato’ sia dell’antiscienza che dello stesso scientismo[5]. Per questo motivo la riflessione epistemologica è così mal tollerata. Il vero scienziato oggi è quello consapevole dei limiti della sua disciplina e vede in essa un disinfettante necessario indispensabile per i suoi strumenti, i suoi ambienti, i suoi metodi e soprattutto per le sue ferite: le delusioni nascoste dietro ogni angolo della ricerca e della vita. Lo scienziato immaturo, ‘bambino’, meno consapevole della sua utilità, teme l’approfondimento epistemologico semplicemente perché ‘brucia’ come l’alcool su una ferita e quindi lo evita giudicandolo non rilevante; e questo atteggiamento rinunciatario, dimissionario, può rivelarsi, a volte, come l’anticamera di diverse posizioni ideologiche che, oltre a ricondurre le conoscenze scientifiche a livello della razionalità strumentale anche grazie alla complicità di certe note filosofie di successo, producono in campo sociale processi di deresponsabilizzazione che possono rivelarsi deleteri per la condizione umana.

 

Mario Castellana e Paolo Zizzi

[1] Cfr. Paolo Zizzi, Disoccupazione e salute, Fasano, Lampi di Stampa, 2013.

[2] Cfr. A. Giuliani- J.P. Zbilut, L’ordine della complessità, Milano, 2009 e anche il numero 13 della rivista Riflessioni sistemiche, 2015 dal significato titolo Scienza, ‘ Società e pensiero critico’.

[3] Cfr. Georges Canguilhem, Ideologia e razionalità nella storia delle scienze della vita, trad. it., Firenze, 1992, cap. I.

[4] Cfr. Karl Jaspers, Filosofia, trad. it, Torino, 1978.

[5] Dominique Lecourt,«La philosophie des sciences», in Revue de synhtèse, 2, 2005, pp. 451-454.

1 commento
  1. Fabio Ciracì
    Fabio Ciracì dice:

    Mai come oggi è necessario ricorrere all’epistemologia come “disinfettante”, come farmaco contro i “crampi mentali”, e recuperare il grande insegnamento di sani filosofi della scienza, come Gaston Bachelard oppure come Federigo Enriques – quest’ultimo non a caso fondatore della Società Filosofica Italiana. Se si intende l’epistemologia come esercizio critico e analitico (e non come mero alveo disciplinare), allora essa è sicuramente utile strumento galileiano contro il dogmatismo, che rischia di trovare spazio anche nella scienza con mille infingimenti ideologici.

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