LEOPARDI E LA NATURA

recanati003Si parla sempre della concezione leopardiana della natura, ma raramente si descrive nel dettaglio la sua filosofia della natura. Leopardi è a pieno titolo un ‘filosofo naturale’, nell’accezione che rinvia al philosophe illuminista, ancora diffusa nel primo Ottocento, per le sue competenze scientifiche e per l’originalità della sua filosofia. E la sua formazione nelle scienze naturali, consona alla struttura di un corso di studi di tradizione gesuitica ed aristotelica, procede parallelamente a quella in ambito morale e religioso. I grandi e tragici interrogativi che Leopardi metterà in bocca al pastore errante dell’Asia – «Dimmi, o luna: a che vale | Al pastor la sua vita, | La vostra vita a voi? dimmi: ove tende | Questo vagar mio breve, | Il tuo corso immortale?» (Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, vv. 16-20) – ruotano intorno al tema della felicità impossibile per gli uomini e acquistano il loro significato con la chiara e netta comprensione dell’unica e complessa realtà naturale, fisica e umana, raggiunta da Leopardi già nei «sette anni di studio matto e disperatissimo» (1809-1816) (Lettera A Pietro Giordani, Recanati 2 Marzo 1818).
Se si ricostruisce la ‘filosofia naturale’ di Leopardi espressioni classiche per definire l’opera leopardiana, quali ‘poeta cosmico e lunare’, ‘stratonismo’, ‘visione paesaggistica e idillica’, vengono schiarite con una nuova luce, così come meglio vengono compresi concetti ed espressioni come ‘termini e parole’, ‘ragione analitica’, «li continui rivolgimenti della materia» (Frammento apocrifo di Stratone di Lampsaco). E assume il giusto rilievo la partecipazione di Leopardi ad alcuni grandi dibattiti filosofico-scientifici della modernità: pluralità dei mondi abitati, anima delle bestie, rapporto tra prisca sapientia e scienza moderna, teoria copernicana, nuova chimica di Lavoisier, storia naturale.
Faccio un esempio canonico: la discussione linguistica sul rapporto fra «termini» e «parole», variamente studiata. Sono stati riconosciuti i legami con le Ricerche intorno alla natura dello stile (1770) di Cesare Beccaria. In particolare Augusto Ponzio ha configurato il rapporto fra linguaggio scientifico e letterario come una relazione fra univocità e plurivocità del linguaggio e ha ritrovato una dialettica fra «termini» e «parole» nel farsi stesso della scienza, con un evidente richiamo alla teoria dei paradigmi di Thomas Kuhn: nei primi risiede l’organizzazione rigorosa di un determinato spazio di sapere scientifico, le seconde consentono le scoperte innovative che danno luogo alle rivoluzioni scientifiche.
Ma Beccaria a sua volta richiama discussioni filosofiche e scientifiche nate con Étienne Bonnot de Condillac e sviluppate con la ‘rivoluzione chimica’ di Antoine-Laurent Lavoisier. Fu la nuova chimica a fare da traccia ben marcata per definire il rapporto di Leopardi con il materialismo e per elaborare la sua teoria poetica della differenza fra ‘termini’ e ‘parole’. Leopardi interpretò in modo originale il ruolo culturale e filosofico attribuito alla chimica nel primo Ottocento, mostrando un interesse attestato fin dai primi studi giovanili, ma soprattutto ponendo alcuni tasselli di una filosofia chimico-fisica che confluirà nella più complessa e matura filosofia della natura e trasparirà fino alle ultime composizioni poetiche e letterarie.
La presenza della chimica nelle Dissertazioni filosofiche testimonia l’interesse del giovane Leopardi per la svolta teorica e terminologica promossa da Lavoisier, prontamente recepita nel suo rilievo linguistico e metodologico, ben evidente nella ricerca di un costante abbinamento tra presentazioni teoriche e descrizioni di esperimenti e di strumenti. Si tratta di indicatori di una maturazione di pensiero che sfocerà in una significativa riflessione linguistica e metodologica nella poetica e nella filosofia leopardiana, esemplificabile nella nota distinzione fra ‘termini’ (scientifici) e ‘parole’ (poetiche).
Proprio discutendo intorno al ruolo dei «termini», segni linguistici che esprimono una simbolizzazione analitica, Leopardi riconosce il necessario legame fra argomentazione razionale e scientifica, e precisione terminologica.
Si tratta del noto pensiero dell’aprile del 1820 (Zib 109-111, 30 aprile 1820) in cui viene operata la distinzione tra «termini» e «parole». La direzione analitica allontana dall’immaginazione e quindi dalla vita vissuta. «Le voci scientifiche presentano la nuda e circoscritta idea di quel tale oggetto, e perciò si chiamano termini perché determinano e definiscono la cosa da tutte le parti» – conduce a una visione esclusivamente analitica del linguaggio, talché la lingua francese, la più ricca di «termini» (e sullo sfondo si riconoscono quelli della nuova nomenclatura chimica), rischia di «diventar lingua al tutto matematica e scientifica, per troppa abbondanza di termini in ogni sorta di cose, e dimenticanza delle antiche parole».
È quindi a mio avviso necessario delineare con opportuni riferimenti storico-testuali la filosofia leopardiana della natura, ponendola da un lato al livello della cultura filosofico-scientifica del suo tempo e dall’altro in sintonia con la sua visione poetica e letteraria. In tale direzione va colto il legame profondo con l’illuminismo e con il materialismo, che passa – come ha ben dimostrato Paolo Casini – «attraverso l’architettura concettuale della fisica e della meccanica classica, che avevano avuto un ruolo tutt’altro che neutro e asettico nelle battaglie ideologiche settecentesche». Sondare con attenzione le fonti e le riflessioni di Leopardi intorno alla filosofia della natura favorisce anche un esito ricompositivo del suo pensiero e della sua opera. La filosofia della natura di Leopardi costituisce il trait-d’union tra filosofia speculativa e filosofia pratica, consente di pensare – nello Zibaldone – il problema irrisolvibile della felicità umana, collocando le «umane sorti» nel disegno arcano della natura madre-matrigna, di quella natura che «come un fanciullo» «si affatica a produrre, e a condurre il prodotto alla sua perfezione; ma non appena ve l’ha condotto, [ch’]ella pensa e comincia a distruggerlo, a travagliare alla sua dissoluzione.» (Zibaldone 4421-4422, Recanati, 2 dicembre 1828); e insieme fa germinare figure paesaggistiche e “idilliche” tra le più belle dei Canti e delle Operette.
È un percorso che necessita attraversare fino in fondo, aderendo a quella unitarietà del pensare e del poetare che rimane una cifra peculiare nella produzione leopardiana.
Attendo critiche e commenti per una discussione che voglia ripensare, senza preconcetti, a un Leopardi «sommo filologo, sommo poeta, sommo filosofo» (Pietro Giordani). E al problema della felicità umana in rapporto al mondo naturale.
Gaspare Polizzi

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *