L’EDUCAZIONE COME APERTURA AL POSSIBILE

wordle-3Su che cosa voglia dire “educare” non vi è mai stata concordanza di vedute, e oggi meno che mai. E tuttavia, vi è una tentazione costante e pericolosa nella tradizione filosofica: pensare l’educazione e la formazione come la messa in forma di un essere altrimenti informe. Questo oggi accade in forme nuove, ma riproducendo un filosofema vecchio. Così, è spesso presente il tentativo di coniugare neuroscienze cognitive e culturalismo (o psicologia culturale). Sotto il linguaggio nuove e allettante una vecchia metafora guida l’intero orientamento: educare significa plasmare. Le neuroscienze cognitive ci offrirebbero, infatti, l’immagine di un cervello plastico, per cui educare significherebbe plasmare la vita e la mente dell’uomo. Educazione consisterebbe allora nel costruire un essere a partire dalla propria immagine di come deve essere, un pensiero che neanche nei peggiori sistemi totalitari si è mai potuto affermare. Infatti, in questa prospettiva la persona non è altro che il modo in cui un cervello è stato plasmato dalla società, e dunque dall’educazione. Il compito di quest’ultima sarebbe allora creare, modellare esseri moralmente buoni, integrati nel sistema sociale, buoni cittadini, capaci di svolgere un lavoro, di negoziare il significato ecc. L’educazione consisterebbe nel modellare la mente delle nuove generazioni a partire dai valori della precedente generazioni.

A questa idea bisognerebbe forse iniziare a contrapporne un’altra: il processo educativo deve essere inteso come il movimento che apre un soggetto alle proprie possibilità, a quelle date dal mondo e dal tempo a cui è consegnato, e questi sono un mondo e un tempo diversi da quelli delle generazioni precedenti, poiché ogni generazione si trova di fronte a un orizzonte di nuove possibilità, ed è rispetto a queste che deve definire chi vuole essere e come intende abitare la storia. Non si tratta, dunque, di educare esseri buoni, ma di aprire l’essere umano alla sua libertà, ponendolo di fronte al bene e al male, senza sostituirsi a lui e senza togliergli la scelta. Si tratta, dunque, di fare apparire il significato, non di crearlo, di porre la persona davanti alle possibilità che appartengono al suo mondo e che gli sono destinate, perché essa si cerchi in esso, invece di plasmarla sottraendogli la scelta, la decisione e, dunque, il suo essere personale. Permettere all’essere personale di emergere significa porlo davanti al suo tempo, al tempo che egli è, poiché è l’apparire del tempo a costituire l’essere personale, cioè l’esistenza: il futuro invita il soggetto a definire chi vuole essere, chi desidera essere, quale uso vuole fare di quel tempo che egli è. Solo per un essere che ha una comprensione del tempo e che si rapporta al futuro come al proprio poter-essere si pone infatti il problema relativo di definire la propria identità personale, ponendosi come responsabile delle proprie scelte e dovendone rispondere.

Educare la persona significherà, allora, aprirla al proprio essere, cioè al tempo, al mondo, che rappresenta l’orizzonte delle possibilità che possiede, e agli altri, cioè permettere il maturare di un’esperienza dell’altro in cui questo possa apparire come uno che è come me, cioè una persona che ha vissuti, pensieri, che abita un mondo, ma che non è me, perché non pensa come me, non sente come me e non desidera quello che desidero io, e per questo è altra da me.

Queste tre dimensioni (mondo, tempo e alterità) rappresentano, d’altra parte, le tre coordinate che definiscono un concetto non biologico e non culturale di natura umana. Esse non sono relative ad una cultura, poiché appartengono all’esistenza in quanto tale, sono caratteristiche di un essere che, vivendo, è apertura e comprensione nel fondo del suo essere. Non sono culturali perché solo un essere originariamente aperto a queste tre dimensioni può essere ricettivo nei confronti di una cultura. Sono il modo originario di essere al mondo dell’uomo, il movimento stesso dell’esistenza, e quando si oscura una di esse, per esempio in certi disturbi psichici, è l’esistenza stessa a frantumarsi e a disperdersi.

Non si tratta, dunque, di dire che l’essere umano non è solo natura, perché è plasmabile. Anche in questo caso si costruirebbe una macchina, un replicante, assemblato non nei laboratori, ma nelle scuole, o almeno si tenterebbe di costruirlo, come si è già tentato e come si tenta e come si cercherà sempre di fare. Ma questa è una esperienza difettiva dell’educazione, a cui non la natura biologica, ma la struttura ontologica dell’esistenza si oppone, come accade in Blade Runner, in cui è l’esperienza del proprio essere temporale e della propria mortalità a rendere incontrollabili, cioè umani, i replicanti, contro ogni plasmabilità, ogni determinismo, ogni progettazione e persino ogni “programmazione”, mentre è il progettista a divenire una macchina, perché ha perso quella motilità che inquieta l’esistenza e la rende umana, cioè imprevedibile, aperta all’evento del nuovo e all’a-venire.

L’ontologia che si oppone (poi anche socialmente, come opposizione a volte sorda, a volte esplicita, persino violenta) a questa riduzione si radica, dunque, nell’apertura al tempo, ed ogni pedagogia che non abbia al centro della propria azione l’apertura del soggetto alla propria temporalità e al proprio domandare è difettiva: non mira ad aprire l’esistenza ai suoi possibili, ma diviene un modo per occultare l’esistenza a se stessa, per nascondere all’uomo il proprio essere. Dove si sottrae all’uomo il possibile e non lo si apre al domandare non vi è pertanto educazione, ma esercizio del dominio, riduzione dell’alterità del giovane all’identità dell’educatore, che non vuole accompagnare l’altro, ma replicare se stesso. Qui la parola diventa violenta perché riduce l’altro al medesimo invece di condurlo verso il futuro. Per questo, non si tratta di plasmare il cervello, ma di aprire le persone alle proprie possibilità, fare emergere come, vivendo, debba definire chi vuole essere.

Vincenzo Costa

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