LE DONNE DI EINSTEIN

chNel 1914 Einstein era ancora sposato alla sua prima moglie Mileva Maric, donna di origine serba, claudicante, “di non comune bruttezza”, che aveva studiato con lui al Politecnico di Zurigo, senza però riuscire mai a laurearsi. Con lei aveva due figli Hans Albert, che divenne un bravo ingegnere negli Stati Uniti, ed Eduard, che soffrì tutta la sua triste esistenza di depressione. Negli anni di studio era nata, sempre con Mileva, Lieserl, che però come figlia fuori dal matrimonio, venne abbandonata dai fidanzati Einstein, che probabilmente la diedero in affido in Serbia.

Sul web circola una presunta lettera di Einstein a Lieserl, in cui egli direbbe che la forza più importante e più incompresa dell’universo sarebbe l’amore, che non ha alcun fondamento documentario.

Mileva era stata con Einstein negli anni più creativi, quando egli mise a punto i suoi straordinari articoli sull’effetto fotoelettrico, il moto browniano, la relatività ristretta e il principio di equivalenza. Lui lavorava ancora all’ufficio brevetti a Berna e scriveva questi capolavori nei ritagli di tempo con lei che di sicuro lo aiutava quotidianamente. Ciò malgrado non abbiamo alcuna testimonianza che Mileva abbia contribuito alla creazione di tali idee rivoluzionarie.

Mileva era una donna intelligente, una delle prime a studiare fisica e matematica in Europa, anche se senza riuscire fino in fondo, coraggiosa, di sensibilità spiccata. Purtroppo era anche malinconica e divenne sempre più possessiva nei confronti di suo marito che dal 1910 in poi diventava sempre più famoso. Quell’equilibrio straordinario che li aveva uniti soprattutto dal 1897 al 1903 – vedi il bellissimo epistolario – si disgregò progressivamente di fronte al successo di Einstein e al passare sempre più in secondo piano di Miléva.

Einstein si innamorò della cugina Elsa Löwenthal, una donna completamente diversa, bella e vana, di cui ovviamente Mileva divenne gelosissima. Ma lei voleva restare con il suo Einstein e addirittura accettò le condizioni terribili che quest’ultimo le impose per mantenere, almeno apparentemente, la loro convivenza (Isaacson, p. 183):

Mileva, queste sono le mie condizioni:

  1. Ti assicurerai che:
  2. i miei vestiti e il mio bucato siano sempre tenuti in buon ordine.
  3. che riceverò i miei tre pasti regolarmente e nella mia stanza.
  4. che la mia stanza e il mio studio siano sempre puliti, e specialmente che il mio tavolo sia riservato al mio esclusivo utilizzo.
  5. Rinuncerai a tutte le relazioni personali con me, a meno che non siano strettamente necessarie per ragioni di etichetta e di vita sociale. In particolare ti asterrai:
  6. dal sederti accanto a me in casa;
  7. dall’uscire o viaggiare con me.
  8. Ti atterrai ai seguenti punti per regolare le relazioni personali con me:
  9. Non ti aspetterai alcuna intimità da me, e non mi rimprovererai in alcun modo per questa mancanza.
  10. Smetterai di parlare, se io ne farò richiesta;
  11. Lascerai immediatamente la mia stanza da letto o il mio studio, senza protestare, quando io ne farò richiesta.

Sono parole agghiaccianti, che testimoniano il grado di degenerazione a cui era arrivato il loro rapporto.

Ma le cose durarono poco e cominciò la separazione che portò al divorzio nel 1919.

Malgrado Einstein si vantasse di non considerare importanti i rapporti personali, fu colpito duramente dal naufragare del più grande amore della sua vita e dal distacco dai figli, con i quali non riuscì più ad avere un rapporto veramente sereno.

Interessante notare che nelle clausole del divorzio, Einstein stabilì che se avesse vinto il premio Nobel – una consistente somma di denaro in corone svedesi non svalutate come il marco a quei tempi – cosa che puntualmente avvenne due anni dopo, lo avrebbe ceduto a Mileva. Impegno che poi mantenne e alleviò le difficoltà della donna ormai rimasta sola e con uno dei figli malato. Questo forse anche a parziale riconoscimento del contributo quantomeno pratico della donna alla sua attività scientifica nei primi anni del Novecento.

Ma Einstein non rimase fedele neppure a Elsa: ebbe innumerevoli flirt piccoli e grandi, compreso uno con Helen Dukas, la sua inflessibile segretaria, che ne custodì l’eredità documentaria (scelta da Elsa stessa in un periodo in cui Albert era malato!).

In una splendida pièce teatrale – la “Sonata di Milena” – raccolta nel volume L’arca di Gödel – recentemente messa in scena al Teatro Sanzio di Urbino, per la regia di Gabriele Marchesini, Franco Pollini ci racconta la storia di Einstein e la Maric, mettendo in bocca a lei uno struggente monologo, dove amore, arte, scienza e dolore si mescolano in una meravigliosa sintesi.

Il nostro problema oggi non è tanto quello che la scienza riesca a comprendere l’arte, compito forse inane, ma viceversa che l’arte sappia capire la scienza e renderla parte sempre più integrante della nostra cultura. Pollini è riuscito proprio in questo difficile intento.

VF

 

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