LA DURA VITA DEL FILOSOFO

  1. Carl_Spitzweg_The Poor PoetAbbiamo paura di non essere capaci e quindi spesso non ci misuriamo con i compiti più difficili, sostenendo, come la volpe con l’uva, che non sarebbero rilevanti. Può anche essere che tali problemi non siano centrali per il nostro lavoro di ricerca, ma può anche essere che sarebbe meglio capirne almeno qualcosa, per avere un’idea più chiara dei nessi con i nostri studi.
  2. Abbiamo paura della morte e perciò filosofie che affermano con forza, anche senza argomentarlo adeguatamente, che esisterebbe qualcosa di spirituale, di non riducibile, di troppo complesso, ci attirano e facilmente le abbracciamo.
  3. Abbiamo un grande desiderio di assoluto, di centri di gravità, di punti fermi, di fondamenti, e dunque filosofie che forniscono un ubi consistam, un punto archimedeo, un terreno solido da cui muovere hanno notevole successo.
  4. Siamo primati gregari e imitatori, per cui se una pratica argomentativa o un punto di vista, oppure una tesi vengono accettati da un certo gruppo di persone, in massa ci muoviamo nella stessa direzione, salvo cambiare idea dopo dieci anni quando si impone una nuova moda culturale.
  5. Spesso ci innamoriamo di una tesi per motivi personali, difendendola a oltranza con spericolate e improbabili argomentazioni, trascurando gli ovvi motivi per cui è poco probabile che sia corretta.

Queste sono cinque trappole in cui facilmente cadiamo noi filosofi. Riuscire a tenere a bada le inclinazioni emotive verso tali atteggiamenti è spesso doloroso e difficile. Eppure è essenziale per fare filosofia; altrimenti il nostro lavoro diventa perlopiù invenzione di favole consolatorie.

Faccio qualche esempio.

  1. Le logiche formali sono oggi uno strumento essenziale per fare filosofia in qualsiasi campo. Eppure tanti inventano argomenti per dimostrare che sono irrilevanti, quando spesso non vogliono fare lo sforzo di impararle. Lo stesso vale per tutte le scienze empiriche. Fare epistemologia o metafisica senza muovere dai modelli prodotti dalle scienze è un’attività vuota che spesso viene praticata per la pigrizia e la non-volontà di studiare psicologia, storia, fisica ecc.
  2. Da Platone a Edgar Morin non si contano gli anti-riduzionisti. Ma quali sono gli argomenti a loro favore? Quello centrale si può così formulare: esistono molte proprietà e relazioni di un intero che non sono spiegabili nei termini delle proprietà e relazioni delle sue parti. Ma se questo è un buon argomento per non essere riduzionisti, non è un buon argomento per essere anti-riduzionisti! Eppure tanti si gettano a capofitto a rivendicare proprietà e/o sostanze autodeterminantesi e autonome, che costituirebbero l’essenza dell’uomo.
  3. Epistemologie e metafisiche a priori sono l’illusione preferita dagli schiavi dell’incondizionato. La metafisica si occuperebbe dei mondi possibili a priori; poi la scienza empirica deciderebbe in quale viviamo. Peccato che la realtà sorprende quasi sempre i metafisici e si trova in un mondo di cui gli aprioristi non conoscevano neanche il linguaggio utile per parlarne. E gli epistemologi che a priori stabilirebbero le regole del buon conoscere sembrano quegli scolastici amici di Hegel che volevano apprendere a nuotare prima di entrare in acqua.
  4. Oggi nel mondo anglosassone va di gran moda fare ontologia a priori. Quando ho iniziato a studiare negli anni Ottanta quel modo di ragionare era ritenuto eretico e insensato. In Italia negli anni Settanta chi non aveva letto almeno cinque volte il Capitale di Marx era un ignorante patentato. Oggi quando parli di Marx a un intellettuale gli vengono in mente i fratelli comici!
  5. Nominalisti impenitenti, che butterebbero via il 90% del sapere pur di non accettare universali nella loro ontologia. Dualisti mente-corpo fanatici che anche di fronte alle evidenze più schiaccianti difendono la sostanzialità della mente. Platonici ingordi che sono convinti esistano anche quadrati-rotondi e ferri di legno. Gli innamorati di una tesi improbabile non si contano fra i filosofi.

E’ però interessante che alcuni dei comportamenti che per un filosofo sono deleteri, per lo scienziato spesso sono delle virtù. 1. Non misurarsi con compiti difficili e forse lontani dalla propria ricerca favorisce lo specialismo, che è molto utile per fare scienza. 3. Il buon scienziato deve dare per scontati i fondamenti della propria disciplina per un lungo periodo, al fine di lavorare concretamente sui problemi, quindi ha bisogno di credere in punti fermi. 4. Lo spirito di imitazione è spesso utile nelle scienze, che, per ottenere risultati, hanno talvolta bisogno di una notevole mole di persone che lavorano sullo stesso problema con gli stessi metodi. 5. Difendere a oltranza una tesi è a volte molto fecondo, poiché solo una lunga analisi, discussione e ricerca di conferme può portare all’affermarsi di una tesi che d’acchito sembra eretica e strana.

Questo non significa che scienza e filosofia siano attività diverse, ma solo che il filosofo accentua alcuni aspetti dell’impresa conoscitiva diversi da quelli seguiti dallo scienziato. Per il filosofo la visione di insieme è spesso più importante del dettaglio; per lo scienziato perlopiù vale il contrario. Per il filosofo gli aspetti normativi sono più significativi di quelli esplicativi; per lo scienziato di norma vale il contrario. Per il filosofo i fondamenti delle scienze vanno di continuo messi in discussione ed esaminati, mentre lo scienziato spesso deve accettare senza discutere molte premesse, per giungere a un buon risultato.

Tra filosofia e scienza l’impresa è la stessa, l’atteggiamento generale assai diverso.

VF

 

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