LA DIMENSIONE SPIRITUALE DELLA SCIENZA

World-Dual-finalLa vasta e non omogenea letteratura epistemologica, prodotta nell’intero Novecento, ha cercato di fare emergere quella che i suoi padri fondatori, come Federigo Enriques e Moritz Schlick, hanno chiamato rispettivamente  «la filosofia implicita» nelle scienze e la loro «anima filosofica in virtù della quale esse sono propriamente scienze». Ma dato che la dimensione filosofica «abita nel profondo di tutte le scienze, ma non in tutte è ugualmente pronta a rivelarsi»[1], è stato ed è ancora oggi più che mai necessario un lavorio costante di riflessione critica che faccia emergere le diverse articolazioni di tale ‘anima’, da quella più propriamente teoretico-conoscitiva a quella storica. Pertanto, i vari filoni di indagine venuti a maturazione in più paesi, che hanno arricchito di diverse ottiche e di precisi orientamenti quel vasto capitolo che è la filosofia della scienza, hanno indagato e indagano a vario modo la struttura e la storia del pensiero scientifico; com’è noto, si sono sviluppate diverse tradizioni di ricerca, a volte alternative fra di loro, ma nel loro insieme hanno contribuito a creare quello che abbiamo chiamato, sulla scia di Pierre Duhem e Ludovico Geymonat, un vero e proprio «patrimonio epistemologico» o, per dirla con Dario Antiseri, un autentico e sui generis «arsenale epistemologico-ermeneutico»[2] in grado di offrirci tecniche e strumenti concettuali sempre più adeguati a comprendere in profondità le diverse ‘anime’ della conoscenza scientifica. Ma tutti questi grandi, accesi e a volte pure contraddittori dibattiti hanno avuto come conseguenza la definitiva e irreversibile presa d’atto dell’autentico ‘valore’, nel senso di Henri Poincaré, culturale della scienza e della necessità di un sapere specifico in grado di comprenderne l’importanza strategica per ogni teoria della conoscenza, come aveva sottolineato a più riprese lo stesso Schlick; nello stesso tempo la ricca e dinamica letteratura epistemologica che ne è scaturita, a partire dai Problemi della scienza del 1906 di Federigo Enriques, ha portato, grazie al pieno riconoscimento della dimensione insieme teoretica e storica, a considerare la scienza nel suo complesso pensiero tout court come è stato ben messo in evidenza in particolar modo dalla tradizione di ricerca  francese e soprattutto dai lavori di Gaston Bachelard. Non è poi pertanto un caso se l’abbondante letteratura sulla ‘crisi della scienza’ nelle sue diverse variabili a partire dalla ‘reazione idealistica contro la scienza’, che com’è noto si è sviluppata a fine Ottocento e che si è protratta per gran parte del Novecento, abbia proprio insistito sul suo non essere ‘pensiero’, aspetto questo che, come ha detto ultimamente Dominique Lecourt, è stato ed è ancora spesso «il grande dimenticato da parte sia dello scientismo che dell’antiscienza»[3], opzioni a vario modo sempre in agguato.

Uno dei compiti, pertanto, della filosofia della scienza anche grazie al rilevante peso epistemico apportato dalla costituzione della storia delle scienze come sapere  sviluppatosi e consolidatosi parallelamente con proprie e specifiche metodologie, sin dal momento della sua costituzione come sapere critico-riflessivo, è stato e continua ad essere proprio quello di salvaguardarne l’aspetto storico-veritativo come  ‘pensiero’ tout court, in quanto  le diverse  conoscenze scientifiche  sono strategie di ordine cognitivo messe in atto per indagare, come già diceva Leonardo Da Vinci, le «infinite ragioni» del reale che vengono continuamente «disegnate» e costruite  dalla mente dello «speculatore delle cose» ed in grado, pertanto, di andare sempre oltre il dato empirico immediato in quanto tali ‘ragioni’ «non furono mai in isperienza»[4].

Questa intrinseca  e specifica dimensione della scienza che si potrebbe chiamare lato sensu ‘spirituale’, anche se è data quasi per scontata, non ha comunque ricevuto una costante e adeguata attenzione critica nell’ampia letteratura con qualche eccezione da parte di alcune figure di area francese come Gaston Bachelard, Hélène Metzger e Albert Lautman, di Federigo Enriques in Italia; negli anni ‘30 questi autori, preceduti dalle profonde riflessioni di Pavel Florenskij, grazie alla loro ottica storico-epistemologica al di là delle posizioni positivistiche, hanno considerato la scienza, come dice più propriamente la Metzger, «la corazza dello spirito umano» da coltivare continuamente per non farle assumere «il ruolo del diavolo tentatore»[5]. Nello stesso tempo se, come hanno sostenuto e continuano a sostenere posizioni di impronta strumentalista e convenzionalista, si considerano marginali le questioni relative ai suoi rapporti col reale, se come diceva Lautman si tende a «sopprimere i legami fra il pensiero ed il reale col rifiutare anche di dare alla scienza il valore di una esperienza spirituale, si rischia di avere solo un’ombra della scienza e di rigettare lo spirito alla conquista del reale verso attitudini violente con cui la ragione non ha nulla da fare. La filosofia delle scienze non può accettare questo atto di dimissione»[6].  La ragione scientifica grazie ai suoi processi di ristrutturazione  si autorigenera  continuamente col riconquistare la sua appartenenza alle forze spirituali dell’uomo entrando in dialogo costante  con le altre dimensioni, col comprendere sempre di più di trovare la sua «matrice costruttiva nelle forme di organizzazione della vita umana», così come diceva negli anni ’70 Aldo Gargani[7].

Pertanto occorre lavorare per fare in modo che la filosofia della scienza con l’aiuto della storia delle scienze non ‘si dimetta’ da questo essenziale compito, di contribuire a spazzare via quella che Popper in varie occasioni ha chiamato ‘filosofia dubbia’ nei  suoi confronti incapace di sviscerane le varie ‘anime’ e di capirne l’aspetto di fondo; nello stesso tempo, vero e proprio supplemento d’anima della scienza tipico di ogni autentica riflessione che si confronta con i percorsi di verità messi in atto, deve essere in grado in primis di prendere definitivamente atto di quella che recentemente Mauro Ceruti ha chiamato «la fine dell’onniscienza»[8] per  i processi di autocomprensione antropologica messi in atto.

Mario Castellana

[1] F. Enriques, Scienza e razionalismo, (1912), Bologna, Zanichelli, 1990, p. 145 e M. Schlick, Teoria generale della conoscenza, (1918), trad. it., Milano, F. Angeli Ed., 1986, p. 11.

[2] Cfr. ns.  Alle origini della ‘nuova epistemologia’. Il Congrès Descartes del 1937, Lecce, Il Protagora, 1990 e G. Reale-D. Antiseri, Quale ragione?, Milano, R. Cortina Ed., 2001, p. 226.

[3] D. Lecourt, «La philosophie  dans les sciences», in Revue de synthèse,  t. 126, 2, 2005, pp. 451-454.

[4] Leonardo Da Vinci, L’uomo e la natura,  a cura di M. De Micheli, Milano, Feltrinelli, 1982, pp. 52-53.

[5] H. Metzger, La scienza, l’appello alla religione e la volontà, trad. it, Lecce-Brescia, Pensa Multimedia-Pensée des sciences, 2014, p. 20; cf. anche F. Enriques, L’anima religiosa della scienza, Roma, Castelvecchi, 2015.

[6] A. Lautman, «Mathématiques et réalité» (1935) in Les mathématiques, les idées et le réel physique, Paris, Vrin,p. 50.

[7] A. Gargani, Il sapere senza fondamenti, Torino, 1975, p. VIII.

[8] Cf. M. Ceruti, La fine dell’onniscienza, Roma, Studium, 2014.

3 commenti
  1. Pietro Bondanini
    Pietro Bondanini dice:

    Ma si tratta di filosofia delle scienze, o della filosofia delle anime della scienza? Si tratterebbe di una filosofia che è una filosofia delle filosofie delle scienze. A me pare più semplice distinguere le scienze umane dalle scienze naturali e considerarle entrambe come autonome. Che c’entra la legge della caduta dei gravi con il concerto per pianoforte in la minore di Schumann? Ci occupiamo della pressione delle dita sui tasti del pianoforte oppure della soavità del primo tempo allegro affettuoso? Qualcuno è capace di tracciarne delle interdipendenze? Che ci siano è indubbio ma è troppo sfumata la relazione e chiamarla anima sfugge al sapere scientifico.

    Rispondi
    • Leonardo. Colletti
      Leonardo. Colletti dice:

      Trovo molto apprezzabile, ricca e da meditare l’argomentazione – quasi un accorato appello – di Castellana; anche il commento di Bondanini, che in prima lettura (e anche in seconda, probabilmente, nelle intenzioni del suo stesso autore) appare critico quando non addirittura fuorviante, nasconde in realtà un nucleo di condivisione: definisce, infatti, indubbie le interdipendenze tra la fisica e il messaggio, ad esempio, di un pezzo musicale. Ci sono, in effetti, delle interdipendenze che sono tutt’altro che sfumate: l’intensità e l’altezza dei suoni, la loro durata, la loro successione, tutti aspetti cui la nostra mente attribuisce un significato (maestoso, timido, incerto ecc.) (e siamo nel campo delle scienze umane) dipendono ovviamente da caratteristiche fisiche del substrato materiale da cui sono tratti (lunghezza delle corde, frequenza e ampiezza di vibrazione, ecc.) (e siamo nel campo delle scienze galileiane). Più interessanti e queste sì, assai più incerte – e proprio per questo più di frontiera in campo speculativo – le relazioni di senso tra le due: la struttura di un pezzo musicale, così come quella di un romanzo, possono condividere alcune strutture mentali di fondo che sono molto generali, direi archetipiche. Ad esempio la relazione uno-tutti, che sottende tanto l’idea del concerto solista-orchestra quanto quella del sistema solare sole-pianeti. In questi schemi di organizzazione del pensiero, che vanno senz’altro saputi cogliere sia nelle loro potenzialità che nei loro limiti, le scienze umane e quelle galileiane possono trovare un affascinante terreno di condivisione, quando non addirittura di interfertilizzazione, che offre, in entrambi i casi, una panoramica sull’uomo. Anzi, sulla sua anima.

      Rispondi
  2. Fabio Ciracì
    Fabio Ciracì dice:

    L’intervento del Prof. Castellana – come al solito ricco e puntuale – mette il dito su una vecchia piaga della “filosofia italica” figlia di un certo neoidealismo, che si è trionfalmente (e tronfiamente) proclamato filosofia ufficiale, tracciando una linea di demarcazione netta fra filosofie e scienza. Di avviso e tradizione di pensiero opposti, Castellana richiama con autorevolezza scientifica l’attenzione alla “filosoficità” della scienza e alla necessità che la filosofia ha, come prescrizione deontologica ineludibile, di confrontarsi con le teorie, le scoperte e i contenuti scientifici e tecnologici. In questo, assieme ad altri studiosi della medesima scuola (Antonio Quarta, Gabriella Sava, il compianto Ubaldo Sanzo, anche il più giovane Daniele Chiffi e molti altri) Mario Castellana porta avanti con dignità la lezione di Bruno Widmar, triestino laureatosi a Torino, figura intellettuale di spicco del panorama filosofico italiano del dopoguerra e della seconda metà del Novecento, appartenente a quella schiera di pensatori impegnati, filosofo e partigiano, allievo di Antonio Banfi e collaboratore di Norberto Bobbio, fondatore, nel 1959, della rivista “Il Protagora”, a lungo strumento di divulgazione scientifica dell’Ateneo salentino (e ora diretta dal Fabio Minazzi, con sede presso l’Università dell’Insubria), intellettuale raffinato troppo presto dimenticato. Una lezione, quella di Widmar, che si lega alla migliore tradizione non-idealistica italiana, che dalla significativa figura Giovanni Vailati, Federigo Enriques, Ludovico Geymonat passa per Antonio Santucci, Uberto Scarpelli, Ferruccio Rossi-Landi, Paolo Rossi, Evandro Agazzi.
    Esiste quindi una nutrita e autorevolissima tradizione di pensiero (Federigo Enriques – matematico, scienziato e filosofo – fondò la Società Filosofica Italiana, tutt’oggi attiva ) che ha la fortuna di non essersi schierata ciecamente e pregiudizialmente con gli analitici di Oltralpe, ma che con rigore storico-filosofico ha fatto opera di chiarimento non solo concettuale ma anche teorico. Si pensi solo alla distinzione, tutta nel solco della tradizione italiana, fra l’epistemologia, la gnoseologia, le teorie scientifiche e la storia dei modelli o dei paradigmi epistemologici.
    Castellana fa bene a ricordarci le nostre radici, fa bene inoltre a non rinchiudere la tradizione italiana nell’idiotismo italico e a collegarla con la migliore tradizione europea, anche grazie ad un lavoro di approfondimento delle questioni teoretiche, come fa per Gaston Bachelard, o di recupero integrale di figure obliate nonostante gli incontestabili meriti, come nel caso di Hélène Metzger.
    Fa bene anche a mostrare come la filosofia della scienza e la storia della scienza siano figlie del dubbio – non dubbio iperbolico o derivato dal “pensiero debole” – ma dubbio scientifico cartesiano e galileiano, il quale rifiuta le verità preconfezionate e consolatorie di prestigiatori metafisici à la page, e si confronta con i modelli teorici della scienza e le sue innovazioni tecnologiche, con quel “supplemento d’anima” (mirabile dictu) che è proprio della riflessione filosofica.
    E di tutto questo al Prof. Castellana siamo davvero molto grati.

    Rispondi

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *