LA BIODIVERSITA’

images (1)Si è chiusa il 28 febbraio scorso a Kuala Lumpur la quarta Piattaforma intergovernativa per la biodiversità e i servizi ecosistemici (IPBES), il cui scopo è di stabilire periodicamente quale sia lo stato della biodiversità del pianeta e dei servizi ecosistemici che questa ci fornisce. In pratica, un migliaio di scienziati—principalmente biologi ed ecologi—mettono insieme il loro lavoro, le loro competenze, e i loro risultati al servizio dei cosiddetti decision maker, i quali, interagendo coi governi, stabiliscono quali politiche per la conservazione della biodiversità sia opportuno mettere in atto.“Biodiversità” è uno di quei termini che popola le pagine dei giornali e la nostra vita quotidiana. Se proviamo a farci caso, lo vedremo ovunque, tipicamente accompagnato da immagini di animali carismatici, come i panda o le balene, o foreste lussureggianti. Se proviamo a darne una caratterizzazione, però, ci troviamo in difficoltà: secondo molti, ‘biodiversità’ non è che un altro modo per dire natura. Mettere il vino vecchio in botti nuove per renderlo più appetibile. E in effetti, se guardiamo alla nascita del termine, lo scopo era chiaro. La parola, contrazione della consolidata espressione “diversità biologica”, oggetto di studio di generazioni di ecologi, viene coniata solo nel 1985, negli Stati Uniti, su esplicita richiesta e con uno scopo chiaro: attirare l’attenzione degli scienziati, dei governi, e degli erogatori di fondi sull’estinzione delle specie causata dalle nostre attività, il cui ordine di grandezza sarebbe tale, secondo molti, da farci parlare di una sesta estinzione di massa. L’operazione ha senza dubbio funzionato, come dimostrano le innumerevoli iniziative, tra le quali—per non citare che le più globali oltre all’IPBES—la Convenzione per la diversità biologica (CBD) e il Millennium Ecosystem Assessment. Perché? Probabilmente perché “biodiversity” è una parola evocatrice, proprio come “natura”: una valigia vuota, è stata definita, che piace perché ognuno ci mette dentro esattamente quello che ci vuole trovare. Intervistato, il suo inventore, Walter G. Rosen, ha dichiarato: “È stato facile, è bastato togliere ‘logico’ a ‘biologico’”. Eppure, come lo stesso Rosen si chiede, “togliere ‘logico’ da qualcosa che si suppone esser scientifico è una sorta di contraddizione in termini, non è vero?”.Ma è solo questo, la biodiversità? Un altro modo per dire natura, una valigia vuota, una parola che vuole far leva sui nostri sentimenti e le nostre emozioni? Se così fosse, ci sentiremmo probabilmente un po’ presi in giro. E forse un po’ lo siamo, ma la responsabilità è anche nostra, che guardiamo solo ai panda e ai kakapo esposti in vetrina, e alle foreste pluviali e non, per esempio, alla composizione dell’acronimo IPBES, dove l’espressione “servizi ecosistemici” ci indica perché la biodiversità è fondamentale per le nostre vite.

Prima vediamo perché togliere il ‘logico’ da ‘biologico’ non ne ha minato lo statuto di oggetto scientifico. La risposta è in quel che resta, e cioè la ‘diversità’. In generale, la diversità biologica è il risultato dell’evoluzione e riguarda i diversi livelli di organizzazione biologica e la loro interazione, considerati su diverse scale temporali. Studiare come la diversità si origini equivale a studiare i meccanismi stessi dell’evoluzione, organizzarla in categorie equivale a fare sistematica. Come vada conservata, significa entrare nell’etologia e più in generale nella biologia della conservazione; come funziona nell’interazione tra le sue componenti e il loro ambiente, cioè nell’ecologia. Cosa succede se una specie che occupa un ruolo importante nella catena trofica viene eliminata? Quando dobbiamo considerare a rischio una specie, tenendo conto del numero dei membri restanti e della loro dispersione geografica? Quale ruolo gioca la diversità microbica nella stabilità di un ecosistema? Se poi, dal funzionamento degli ecosistemi, passiamo a guardare le funzioni degli ecosistemi in relazione al benessere della nostra specie, abbiamo a che fare con i “servizi ecosistemici”, cioè cose che senza biodiversità non potremmo avere: acqua, cibo, regolazione del clima e dei cicli idrici, impollinazione e formazione del suolo.

Ben più che panda e kakapo, per quanto adorabili, la biodiversità diventa così un intricato complesso di entità—molte brutte, moltissime invisibili a occhio nudo; processi difficili da comprendere e da prevedere, che si tenta di modellare in scenari possibili; dove la nostra specie è un ingegnere ecologico accanto alle altre e dove, così, troviamo monocolture, parchi urbani, e dighe accanto alle foreste tropicali e alle barriere coralline.

  • Elena Casetta
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