INSEGNARE FILOSOFIA NELLA SCUOLA DIGITALE

mehretu-bombing-babylon-detailNon bisogna dare nulla di scontato a scuola: l’insegnante e lo studente devono quotidianamente domandarsi il senso del loro lavoro.

Lo studente è in una posizione di vantaggio: lui sa o almeno intuisce il senso della sua attività: studia per imparare a fare cose che altrimenti non saprebbe fare. Anche nel caso in cui l’utilità di ciò che apprende gli resta  remota, è indubbio che andando a scuola ha imparato a leggere, scrivere, ha appreso la matematica, le scienze, le lingue straniere, anche alcuni elementi fondamentali della tradizione culturale del proprio paese, la storia, la storia dell’arte ecc.

Più complesso è il punto di vista del docente: che cosa devo insegnare? Che cosa ha senso che io insegni?

Facciamo un caso pratico: si ritiene in genere che saper leggere un articolo di un quotidiano sia una competenza indispensabile per essere un cittadino maturo, consapevole, attivo e si spera responsabile.

Per saper leggere non basta conoscere l’alfabeto e procedere senza inciampi nella lettura di un articolo di giornale: bisogna anche capirlo, saperlo utilizzare e giudicare. In tre momenti distinti.

Siccome ogni giorno vengono scritti migliaia di articoli su vari argomenti la cosa che si ritiene la scuola dovrebbe fare è fornire delle competenze di base indispensabili per la lettura, comprensione e giudizio di migliaia di articoli diversi: su contenuti diversi, con simboli diversi, in lingue diverse ecc. D’altronde anche osservare un quadro, ascoltare un brano musicale e vedere un film sono attività che richiedono competenze. Così come vedere un panorama, visitare una città, arredare una stanza ecc. Molte ricerche stanno lì a dimostrare che l’apprendimento non solo modella il nostro modo di pensare ma anche la nostra capacità di farlo. Apprendere sembra sia non solo una capacità della nostra mente, ma la sua funzione essenziale.

Se l’apprendimento è il fine, l’insegnamento sembra più che altro un mezzo. Come tutti i mezzi l’insegnante può essere migliorato, modificato, sostituito. In certe circostanze e sotto diversi aspetti un buon programma per computer può sostituire l’insegnante (e già lo fa laddove gli studenti abitano a decine di chilometri dalla scuola più vicina). Anche in rete sono disponibili ottimi corsi interattivi, con contenuti presentati in maniera accattivante, approfondita e con esercizi utili alla verifica e allo sviluppo delle competenze. In certi casi già nei nostri licei gli studenti si rivolgono a lezioni online per comprendere meglio contenuti che insegnanti impreparati o poco efficaci didatticamente (il che poi per gli studenti è la stessa cosa) hanno presentato in maniera insoddisfacente.

Ma questo potrebbe verificarsi anche in presenza di insegnanti molto preparati: la possibilità di studiare quando si vuole, dove si vuole, preparandosi per verifiche che si possono svolgere online, è destinato a diventare un sistema sempre più diffuso. Certo sulla rete si trova di tutto: ottimi corsi e pessimi riassunti, pieni di imprecisioni e lacune. Dipende dall’interesse e dalla serietà dello studente cercare e utilizzare i migliori. Come in classe dopotutto; la novità consiste nel fatto che tramite il web la libertà e la ricchezza di informazioni e strumenti dello studente sono enormemente più ampie.

Molti colleghi si indignano ad essere considerati degli strumenti: una tradizionale visione romantico-umanistico-idealistica della scuola e del rapporto insegnante-studente sostiene che il punto fondamentale dell’apprendimento sta nell’insostituibile presenza di un essere umano di fronte ad altri esseri umani.

Ma è possibile che questo non sia che un pregiudizio, a volte dettato da opportunismi ed egoismi (se arrivano i computer io che lavoro farò?) a volte da nobili sentimenti, nobili anche se sbagliati.

Dopotutto l’insegnamento ha senso solo se arrivato ad una certa età lo studente può iniziare a camminare sulle sue gambe e mettersi a studiare e imparare per conto proprio.

Nel resto della nostra vita dopo la scuola non smettiamo di imparare, anzi probabilmente impariamo molto di più di quanto non abbiamo fatto sui banchi di scuola.

Gli insegnanti sono avvisati. Le macchine presto farà molte cose che fino adesso hanno fatto gli insegnanti (quelli bravi) ad un costo drammaticamente inferiore, con risultati mediamente accettabili.

Non si tratta quindi della inconcludente diatriba tra chi sostiene l’importanza dell’uso del computer in classe e chi è contrario (le cosiddette classi digitali). Si tratta più radicalmente e semplicemente di eliminare le classi, i docenti, e mettere gli studenti di fronte a degli schermi. Punto.

Ciò non significa che i docenti spariranno del tutto. Lasciando da parte le questioni sociali, occupazionali, economiche e non da ultimo sindacali, il ruolo professionale della scuola sarà più rivolto all’apprendimento che all’insegnamento. La figura dell’insegnante si avvicinerà a quella che oggi identifichiamo più facilmente con quella del ricercatore, dello studioso. Questa figura avrà una funzione importante ma decentrata rispetto alla formazione culturale dello studente. In questa scuola del futuro un ruolo importante, oserei dire decisivo, sarà quello del docente di filosofia. Intesa come disciplina squisitamente interdisciplinare, in grado di scorrere tra la matematica, le scienze, la letteratura e la storia, la filosofia dovrebbe trasformarsi più che in una materia di studio, in una metodologia di ricerca e di organizzazione dell’apprendimento. Lasciati i contenuti disciplinari a banche dati sempre più ampie, accessibili sempre e ovunque, il docente di filosofia potrà lavorare sui contenuti già appresi, riformulandoli e organizzandoli secondo modelli logico-argomentativi, descrittivi, valutativi ecc. Un tale utilizzo della filosofia prescinderà dalla presentazione storica, non perché la storia non sia fondamentale, ma probabilmente perché non è così decisiva la storia della filosofia. Saper collocare i pensatori nello spazio e nel tempo è una questione eminentemente storica, ma sapere utilizzare un testo filosofia complesso come strumento per apprendere competenze di tipo interdisciplinare è una questione di tutt’altro genere.

Occorre certo comprendere bene il senso dell’interdisciplinarità: anche la storia è una scienza interdisciplinare: geografia, antropologia, sociologia, economia ecc. sono discipline che forniscono contributi indispensabili per lo studio della storia. Il filosofo viceversa utilizza i contenuti appresi non per fornire ulteriori conoscenze, men che meno di tipo filosofico, bensì per analizzare e produrre testi complessi, affrontare questioni trasversali, studiare la presenza di invarianze ecc.

E’ pertanto indispensabile, a mio avviso, che pur nella distinzione della formazione universitaria tra curricolo per insegnanti e curricolo per ricercatori, la laurea in filosofia si preoccupi  di fornire al curricolo riservato all’insegnamento quelle competenze essenziali per la costruzione dei fondamentali processi interdisciplinari. E siccome l’apprendimento di competenze avviene sulla base di contenuti disciplinari, un testo di filosofia classico o contemporaneo rappresenta a tutt’oggi un formidabile esempio di come questi elementi siano pressoché sempre presenti in maniera simultanea.

Francesco Armezzani

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