INDIVIDUALISMO

r1016640_11492485Uno dei più frequenti e, forse, seppure involontariamente, dannosi fraintendimenti nascosti nella ricchissima “cassetta degli attrezzi” del nostro linguaggio, come lo chiamava Ludwig Wittgenstein, è quello legato all’uso di una parola ormai di uso comunissimo: “Individualismo”. Il centroavanti, senza alcun alibi, si è comportato da vero individualista nell’area di rigore avversaria, oppure la Chiesa anche oggi è tornata a spron battuto sulle conseguenze esiziali dell’individualismo economico, o addirittura: mai essere troppo individualisti nella vita sessuale, et similia…

Il dizionario Hoepli che il quotidiano on line Repubblica.it mette a disposizione dei web searcher offre due definizioni di “Individualismo”, di cui la seconda è assolutamente corretta, mentre la prima sembra risentire nell’estensione semantica della genesi di questo fraintendimento: Individualismo: 1 Tendenza a mettere in primo piano i diritti, gli interessi, le esigenze del singolo individuo a scapito di quelli comuni. Estens. Egoismo. 2 FILOS. Dottrina che difende e privilegia l’autonomia e l’irriducibilità dei valori di cui l’individuo è portatore, rispetto a quelli della comunità cui appartiene.

Non c’è dubbio che il primo significato indicato da questo, come da altri dizionari (cartacei o digitali) sia quello maggiormente invalso, ma è ancor più certa la circostanza che l’estensione indicata dal vocabolario in oggetto sia quella che la mente della maggior parte dei parlanti la lingua italiana condivida di più e soprattutto al livello del senso comune della quotidianità.

Il filosofo analitico B. Williams una volta scrisse: «Ci avviciniamo al pensiero antindividualista con l’idea che, se gli effetti sono considerati su una scala sufficientemente ampia, gli individui non fanno differenza. Non è che non abbiano alcun impatto, ma non lo hanno in quanto singoli, e se un determinato agente non fosse mai esistito o non avesse agito in quel modo, qualcun altro avrebbe fatto qualcosa con effetti simili. Gli individui, in questa prospettiva, sono fungibili»[1].

Logica vorrebbe, dunque, se Williams avesse colto nel segno, che la posizione individualista possa essere definita così: anche se considerassimo la storia e la società su una scala molto ampia di campioni, fenomeni di massa, correlazioni causali tra agenzie collettive, classificazioni fattoriali di gruppi molto numerosi, gli individui continuerebbero a fare – eccome – la loro “differenza che fa la differenza”, conservandosi perfettamente capaci di un proprio impatto causale sulla storia, e in grado di compiere anche delle “cose straordinarie”. Per cui, ciascun individuo non potrebbe mai essere, e in alcun modo, fungibile da un altro proprio simile, stante l’unicità essenziale di ogni individuo; vieppiù di una specie altamente evoluta e complessa come la nostra.

Se questa è la definizione “filosofica” (come la chiamano i nostri dizionari) più evoluta, allora cosa c’entrano comportamenti e forme di insensibilità o “peccati capitali” come l’egoismo (ovvero l’avidità e i suoi derivati tomistici e danteschi) con l’individualismo? E’ chiaro che ogni egoista, avido, arrampicatore sociale, è, in gran misura un individualista. Ma non è sempre vero il contrario, non è sempre vero, cioè che un individualista, definito in base alla nostra ipotesi, derivata dall’analisi di Williams, debba ipso facto essere una persona o un ideologo deciso a far valere la legittimità di comportamenti esecrabili e dannosi come quelli dell’avidità, dell’avarizia, della taccagneria, dell’arrivismo senza scrupoli. Eppure il pregiudizio semantico resiste, ed è davvero complicato averne ragione. Ancora: si potrebbe obiettare al nostro pregiudizio che senza sentimenti individuali di compassione, pietà, comprensione, solidarietà, generosità, la lotta (importantissima per il nostro progresso morale e civile) contro i “vizi capitali” che funestano il mondo, soprattutto la parte più povera del mondo, come il desiderio smodato di ricchezza, non solo non potrebbe essere portata avanti, ma non potrebbe neppure cominciare.

L’individualismo può essere di tanti tipi, ma senza di esso alcuni aspetti fondamentali nonché dei veri e propri fondamenti delle democrazie liberali non potrebbero esistere o essere neppure concepibili, e qui la filosofia, anche la più raffinata sul piano dell’analisi concettuale, deve lasciare spazio alla storia. I nostri diritti, i diritti riconosciuti da tutte le costituzioni democratiche, sono innanzitutto (anche se non esclusivamente) diritti individuali, sia che si tratti di diritti umani, di diritti civili, di diritti politici, di diritti sociali ed economici, e così è da quando John Locke, nella II metà del XVII secolo, opponendosi alla filosofia di Hobbes, proclamò il primato dei diritti naturali della persona. Biecamente antindividualistici sono stati tutti i regimi, i movimenti e le ideologie totalitarie del secolo scorso, dal fascismo allo stalinismo passando per il nazionalsocialismo e tutti i comunismi di derivazione leninista, e ovviamente anche i regimi “anticomunisti” della Guerra Fredda hanno calpestato il primato dell’individuo e della sua essenziale “differenza che fa la differenza”, quando dall’Argentina al Cile, dalla Grecia all’Indonesia hanno massacrato e torturato al pari di Pol Pot e di Ceausescu, ogni volta che l’habeas corpus, la presunzione di innocenza e il diritto alla vita sono stati calpestati e spazzati via da personaggi come Pinochet, Videla, Sukarto.

Oggi difendere l’individualismo sociale e politico significa mettersi da “una certa parte della storia”, quella parte che gli ideologi della Restaurazione, Edmund Burke, Barruel, Joseph De Maistre, R. De Chateaubriand, condannarono come innaturale, antistorica, “perversamente razionalistica”, perché contrario alle ragioni storiche della “Tradizione”, della “Comunità”, della Fede, dei valori affondanti le loro radici nella saggezza storica, ovvero nello storicismo tradizionalista. Significa, pertanto, nella fattispecie di alcuni dibattiti bioetici, affermare il primato dei diritti individuali rispetto alla salvaguardia della composizione “tradizionale” di strutture sociali come la “famiglia”, e prendere quindi posizione critica nei confronti di ideologie confessionali e conservatrici.

Cionondimeno l’individualismo contemporaneo si è lasciato mitigare e “riformare” da molte conquiste storiche di indubbio valore: la presa di coscienza dell’esistenza di una “responsabilità sociale” delle Corporation, delle imprese industriali o economiche nei confronti degli individui che lavorano per esse o che vivono nei pressi dell’ambiente naturale occupato da dette imprese ha sicuramente contribuito a permettere l’evoluzione di quell'”Individualismo proprietario” che fu il grande propulsore ideologico delle rivoluzioni industriali del XIX secolo, il “secolo borghese”, verso un individualismo più responsabile, anche se, da questo punto di vista, la strada da fare è ancora molto, molto lunga. Questa è, per esempio, la lezione che i padri costituenti della nostra Carta Costituzionale hanno saputo prendere nello scrivere diversi articoli della stessa.

In definitiva: oggi per essere degli individualisti (metodologici nelle scienze sociali, etici nella filosofia morale o nella bioetica) non serve condividere l’assurda e banalizzante affermazione di Margareth Thatcher (in realtà ripresa da delle posizioni ben documentate di Karl Popper e F. A. Von Hayek) per cui “La società non esiste; esistono solo individui e famiglie”. La società esiste, eccome, ma nella misura in cui esistono, vivono, lavorano, lottano, si uniscono tra loro, condividono tra loro tanti individui essenzialmente diversi, ma dotati degli stessi, eguali, diritti.

Stefano Vaselli

[1]Williams, B., «Formal and Substantial Individualism», in Proceedings of Aristotelian Society, 85, 1984 – 85; tr. it. di Valeria Ottonelli, in «Individualismo formale e sostanziale » in Comprendere l’umanità, Bologna, Il Mulino, 2006, pp. 83 – 98.

1 commento
  1. marzio draghi
    marzio draghi dice:

    Nel nostro blog (Capoverso New Leader) stiamo riflettendo sul concetto di individuo, di etica e di giustizia. Abbiamo letto il suo articolo intitolato “L’individualismo” che abbiamo trovato molto interessante e stimolante e vorremmo porle alcune riflessioni. Ci scusi anzitutto se banalizzeremo le nostre domande. Non siamo filosofi.
    1. Concordiamo sul fatto che la società esiste perché “al suo interno vivono, lavorano, lottano, si uniscono tra loro individui essenzialmente diversi, ma dotati degli stessi, eguali, diritti.” Ma è sufficiente questa affermazione? L’individuo, se lo consideriamo essere sociale – e, in questo caso potremmo chiamarlo, forse meglio, “persona”, intendendolo come portatore di valori di tipo logico, morale, axiologico – deve essere, in qualche modo, subordinato al bene comune (questo in contrasto con le varie forme di liberismo) e non può essere scollegato dall’obiettivo di giustizia, visto che bene comune e giustizia, dovrebbero essere i criteri che orientano qualsiasi azione sociale. Cosa ne pensa?
    2. Il nostro pensiero è che purtroppo questo non accade nel nostro mondo. Questi principi non vengono condivisi. Infatti, la ricchezza mondiale cresce in termini assoluti, ma in zone del mondo sempre più ampie aumenta la differenza tra poveri e ricchi, l’emarginazione, la disoccupazione, la povertà e l’uomo è considerato un bene di consumo “che si può usare e gettare”, come dice il Papa.
    3. D’altra parte, vediamo dovunque nascere pensatori che riflettono sulla necessità di una trasformazione della società (da egocentrata a ecocentrata, da “io” a “noi”, come sostiene Otto Sharmer, che noi seguiamo da vicino) o che riconoscono nell’altruismo un principio fondamentale ma anche vantaggioso; mentre nelle aziende cresce la sensibilità verso il tema della “responsabilità sociale” (come giustamente sostiene anche lei). Eppure, perché ancora non si vede alcun cambiamento all’orizzonte? (Assistiamo quotidianamente a casi di corruzione, disonestà, ecc.). Possiamo fare qualcosa nelle aziende, nelle scuole, perché la situazione cambi? E soprattutto perché certi principi possano essere finalmente condivisi da tutti? Oppure dobbiamo rassegnarci

    Se ci autorizza pubblicheremo volentieri le sue risposte sul nostro sito.
    Grazie, in ogni caso, per la collaborazione.
    MDraghi

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