IL TRANSUMANO E L’EVOLUZIONE

exploringtraLo spirito del contemporaneo quasi si identifica con lo sviluppo tecnologico e con l’inclusione del Virtuale e del Cibernetico nella nostra cultura e costituzione psicofisica. Il Transumanismo riguarda in particolare l’uomo, prevedendo l’Evoluzione Postbiologica, cioè il momento nella nostra storia in cui le mutazioni genetiche non saranno più causate e trasmesse da sé, ma da unità artificiali o ibride come le nanomacchine, sequenze sintetiche di DNA o programmazioni per controllare interazioni genetiche specifiche. Il movimento promuove l’enhancement, aumento o potenziamento dell’uomo tramite diversi innesti cibernetici al fine di diventare un transumano. Trascendere l’umano qui vuol dire essenzialmente due cose: la prima è che verranno semplicemente aumentate le normali capacità fisico-cognitive per permettere un raggio d’azione più ampio; la seconda è che tutte le capacità umane saranno esperite e interagiranno ad ogni livello in modi armonici, e risultanti in una nuova transpercezione che permette un’esperienza totalizzante, inclusiva degli aspetti sensoriali già esistenti.

Per la prima parte abbiamo per esempio gli esoscheletri, traduttori in tempo reale che possono essere inseriti nell’orecchio senza collegamenti esterni, oppure gli occhiali per la Realtà Aumentata. Tutte tecnologie che incrementano le capacità umane agendo direttamente sull’uomo senza tuttavia interferire con la sua natura. Una volta esaurito il loro compito, possono essere messe da parte. Per la seconda invece abbiamo innesti che vengono impiantati direttamente nel corpo, come sonde o chip sottocutanei, fino ad arrivare allo stentrode, un convertitore di segnali neurali che viene inserito in un vaso sanguigno del cervello e che può convertire gli impulsi cerebrali in segnali per comunicare con diverse macchine, oppure permettere ai paralitici di camminare di nuovo. Qui entriamo già nel cibernetico, e abbiamo un’interfaccia che non può essere separata dal corpo e diventa parte integrante della persona.

Pensiamo a Neil Harbisson, un artista impossibilitato a vedere i colori fin dalla nascita, che per risolvere il suo daltonismo ha impiantato nel suo cervello un Eyeborg, un’antenna che riesce a convertire le frequenze sonore in colori. Neil può letteralmente vedere i suoni, diversamente da ciò che avviene nella sinestesia, per cui ogni percezione è immediatamente associata all’altra tale che entrambe si attivano all’unisono. Dopo un po’ di tempo l’artista ha anche iniziato a sentire i colori, quando il suo cervello si è adattato al nuovo innesto. Questa percezione particolare, che Neil ha definito sonocromatismo, è propria di ciò che ci si aspetterebbe da un transumano, ossia l’uso delle funzioni cognitive che risultano in una totalità sensoriale che è più della somma delle parti. Ormai il musicista stesso si definisce un cyborg a tutti gli effetti, e così è stato riconosciuto dal governo britannico.

La cibernetizzazione per ora è già attuata nel campo prostetico per ragioni mediche, dove grazie alla stampa 3D e alla tecnologia neurale è possibile collegare una protesi in maniera non invasiva, programmando l’arto bionico a rispondere a determinati stimoli nervosi registrati dall’impulso neurale dell’individuo. Occasionalmente si può dotare queste protesi di ulteriori interfacce, come nel caso di James Young, che ha ricevuto un nuovo braccio completo di drone, torcia e altre funzioni direttamente dal mondo videoludico.

Il legame tra organico e cibernetico, la modifica genetica per rallentare e potenzialmente impedire l’invecchiamento, la programmazione digitale di cellule organiche, tra cui i neuroni, anche se sono progetti meno praticati o ancora in fase di sviluppo, offrono un piccolo sguardo a ciò che si sta preparando per essere parte dell’essenza dell’uomo e andare ancora oltre il bodyhacking che vediamo adesso. Tutto questo ci porta a chiederci perché si sente la spinta a unire organico e macchina, e perché sempre più persone ne sono così affascinati da volersi modificare pure senza apparente bisogno. Qual è la natura del cibernetico e dove siamo diretti noi come specie? Uno dei motivi principali è l’evoluzione.

Ian Tattersall nel suo libro Becoming Humans spiega che dal Sapiens in poi non ci saranno nuove specie di Homo. Il primo motivo è che siamo la specie dominante sul pianeta, nel 2050 saremo 9 miliardi, e dato che ci siamo sempre più separati dalla dinamica degli ecosistemi naturali, e non abbiamo di che temere da nessun’altra creatura, anzi è vero il contrario, non abbiamo più modo di ricevere gli stimoli necessari a promuovere nuove modificazioni e speciazioni. Il secondo motivo è che la nostra società globalizzata non permette più popolazioni isolate geologicamente, non offre quindi le condizioni ideali per lo sviluppo di una modificazione interspecie. Anche in futuro nell’ambiente spaziale Tattersall non vede occasioni; impossibile isolare totalmente colonie su altri corpi celesti, dove la sopravvivenza sarà dettata proprio dai collegamenti interplanetari. Si potrà forse parlare di adattamenti, sebbene lo spazio non sia l’ambiente ideale per il nostro corpo a causa dell’assenza di gravità e della quantità di radiazioni a cui si è esposti, ma non di evoluzione. Anche la manipolazione genetica per Tattersall non sortirà effetto, a meno che non si voglia isolare una popolazione umana apposta per permettere alla mutazione di attecchire naturalmente, cosa improbabile. Per il nostro organismo quindi ormai possiamo vivere così come siamo. Siamo in stasi.

Se l’evoluzione sembra essere il nostro limite organico, la Tecnologia e l’uomo stanno già mostrando di poter andare oltre, al punto da poter considerare come evolutiva proprio la nascita del transumano. Due scienziati dell’Università di Adelaide, Maciej Henneberg e Arthur Saniotis, hanno scritto nella loro opera The Dynamic Human che è possibile considerare come prossimo gradino evolutivo la sintesi cibernetica dell’uomo. Ciò che è particolarmente ben accetto è che quest’opera non parla solo del nostro possibile aumento tecnologico, ma ricorda il bisogno di recuperare e integrare un approccio intuitivo alla conoscenza tramite un approfondimento delle esperienze interiori che i due definiscono “sciamaniche”, e degli stati della coscienza, che in altre parole si rifanno all’inconscio e alla Natura. Se da un lato ci uniamo alla macchina, è bene accompagnare questa tecnologizzazione con una comprensione e integrazione del nostro elemento naturale e inconscio nel suo aspetto più primigenio, per ricordarsi che rendersi transumani non significa non essere più umani, e che in fondo, almeno per ora, nessuna tecnologia dona la saggezza di chi ha attraversato il deserto e ne è uscito più individuato.

Dato che per ora gli esseri umani nascono ancora completamente organici, ogni sintesi non medica equivale ad una operazione intrusiva che in fin dei conti resta un aumento convenzionale, almeno finché si vive sulla Terra, dettato più dalla fascinazione che dal bisogno. Quando i nostri ovuli formeranno feti cibernetici, potremo dire di aver raggiunto una piena transumanità; fino ad allora procediamo con calma, e ricordiamoci di conoscere meglio noi stessi prima di modificarci in qualche modo. Così saremmo sicuramente più preparati ad affrontare qualsiasi transpercezione e ampliamento della nostra consapevolezza derivanti dalla cibernetizzazione.

Alessandro Mazzi

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *