IL GIARDINO: ANTROPIZZARE RICONCILIANDO

Bosch-delights-detail-1Passeggiando nel giardino del Mies van der Rohe Haus a Berlino è difficile non avvertire un senso di riconciliazione con la natura: dopo aver visitato i tre ambienti dell’edificio, i quali anch’essi invitano alla calma e alla riflessione, ci si sente di nuovo immersi nella natura, quasi nella sua immediatezza.

Ma tutto lo spazio che declina verso l’accesso al lago Ober, pur presentandosi come “naturale”, ha già organizzato la natura, disponendola come libera: una disposizione possibile proprio nel riconoscimento della natura in quanto libera. Questa disposizione implica che l’idea di libertà non risieda nella immediatezza della natura, bensì si realizzi attraverso il lavoro (cioè sia mediata) del logos, che la organizza e, appunto, la dispone. In altre parole, la sensazione di serenità e di immersione nella natura non avviene nella natura in sé: si tratta del risultato di un processo complesso e articolato, di un insieme di mediazioni. Ma di mediazioni fra cosa?

In prima battuta, ci viene da rispondere: fra l’uomo e la natura. Ed è così; solo che l’esempio di un giardino equilibrato come quello del Mies van der Rohe Haus, nel quale, apparentemente, la natura si presenta “così com’è”, ci ha già mostrato come questa mediazione, come questo insieme continuo di relazioni, sia assolutamente presente, persino dove è più inappariscente fino a sembrare assente.

Di fronte al giardino rinascimentale e barocco, quello moderno, con il suo minimalismo, potrebbe dare l’impressione di aver ristabilito un rapporto originario con la natura. Ma in ogni giardino si presenta il rapporto storicamente determinato fra uomo e natura, che a sua volta si rispecchia nel rapporto storicamente determinato che l’uomo instaura con gli altri uomini, divisi in gruppi.

Perciò, anche il rapporto espresso nel giardino moderno, con il suo disporre nella libertà la natura, è storicamente determinato, non assoluto, e anche la libertà che vi è riconosciuta e posta è il risultato di un processo storico di cui è momento, eminente, ma pur sempre momento.

Se è proiettato verso il futuro della conciliazione dell’uomo con la natura (non della riconciliazione, perché un tempo del conciliato non si è mai dato), il giardino è anche, se non piuttosto in origine, immagine archetipica: il giardino dell’Eden, il cui significato e i cui elementi si presentano e vengono declinati secondo diverse sensibilità storiche (inclusi i processi di secolarizzazione) nel movimento storico dell’Occidente (e non solo)[1].

Ma se l’Eden è l’origine, esso è anche promessa e prefigurazione dell’avvenire, ritorno al tempo del conciliato: storicamente, però, non è ritorno, riconciliazione, bensì immagine u-topica di un tempo “redento”, liberato dal dominio (dell’uomo sulla natura e dell’uomo sull’uomo).

Questa liberazione dal dominio, liberazione che è processo storico, si manifesta nella storia dei giardini come storia dell’emancipazione dalla natura immediata: non è storia astratta, bensì concreta dei determinati rapporti storici e sociali, è una storia del conflitto.

Si pensi alla differenza interna del Giardino, che può essere hortus di un’abbazia e sfarzo di Versailles: a sua volta quell’hortus si determina a partire da un luogo messo al sicuro dall’ordine/disordine temporale (e perciò stesso storico) e si costituisce in base a questa differenza (quindi si costituisce storicamente); mentre a sua volta lo sfarzo di Versailles è sì il trionfo dell’aristocrazia e del suo dominio che riesce a produrre lusso, ma il carattere razionale e ordinato dei suoi giardini sarà lo stesso principio che ne prepara il rovesciamento.

A partire da questo conflitto che si sviluppa in una lunga provenienza storica, conflitto che inizialmente è sopravvivenza in un ambiente spesso ostile e in cui il pericolo è onnipresente, il giardino è quello spazio naturale chiuso, conosciuto, controllato, in cui il pericolo, la minaccia, sono stati ridotti al minimo. La natura, nell’hortus, dà i suoi frutti grazie al lavoro, allo studio, alla programmazione di un piano che cerca di sottrarre il meccanismo di garanzia di sopravvivenza alla causalità e alla casualità naturali: è l’impulso al controllo e all’organizzazione, la spinta alla fuoriuscita dalla natura come instabilità e ostilità, è il mantenimento e lo sviluppo all’ennesima potenza della natura come vita e, esteticamente, come bellezza e grazia.

Più si emancipa realmente dal bisogno, più il giardino diviene espressione di una coscienza estetica che cerca non di rappresentare un modello irraggiungibile di armonia che sulla terra può essere solo sperato e pensato (quest’ultimo è però, certo, un primo essenziale passo per pensare il superamento dello status quo), ma di pensare un’utopia che non deve rimanere tale, bensì deve volere il suo tramonto come u-topia, deve volere il suo divenire reale.

Ma il conflitto uomo/natura, di cui il Giardino è riflesso storico-concreto, non è, a ben guardare, espressione di una relazione fra grandezze assolutamente differenti, come prese ognuna per sé. È invece conflitto immanente di differenze interne a un’unità: infatti l’uomo è un animale, e cioè è nella natura in quanto natura. Ma in quanto animale razionale è espressione del logos, che a sua volta è nella natura. Tuttavia uomo e natura non sono elementi di un’identità semplice (non coincidono) bensì complessa (tanto che, in quanto differenti, confliggono).

La loro ricomposizione, di cui ci dice il giardino del Mies van der Rohe Haus, non è armonia originaria (che non è se non inconsapevolezza immediata e irriflessa) bensì composizione, come risultato, in un’unità differenziata. Nel Giardino che annuncia il tempo del conciliato (come speranza, come pensiero, come tensione storico-concreta) l’uomo si avverte come differente dalla natura e al contempo non-assolutamente-altro-da-essa.

Giorgio Grimaldi

[1] Sul giardino dell’Eden cfr. F. Cardini – M. Miglio, Nostalgia del paradiso. Il giardino medievale, Roma-Bari, Laterza 2002.

 

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