I REFERAGGI E IL LATO OSCURO DELLA FILOSOFIA ITALIANA

May_20,_2012_eclipse_-_Lenexa,_KansasRiuscirà il lato oscuro della filosofia de noantri a sottrarsi per sempre al referaggio anonimo?

Spero di no. Sottrarsi è inaccettabile e sospetto che alcuni di coloro che lo fanno siano in malafede. Al lato oscuro arriviamo fra poco. Intanto: cos’è il referaggio anonimo? Ecco una descrizione di “scholarly peer review” da Wiki, traduzione mia:

 

“Lo scholarly peer review (noto anche come referaggio) è il processo di sottoporre il lavoro di studio, la ricerca, o le idee di un autore allo scrutinio di altri che sono esperti nello stesso campo, prima che un manoscritto che descrive questo lavoro venga pubblicato in un giornale o come libro. Il peer review aiuta chi pubblica (ossia, l’editore in capo o il comitato editoriale) a decidere se il lavoro dovrebbe essere accettato, considerato accettabile con revisioni, o rifiutato. Il peer review richiede una comunità di esperti in un dato campo (spesso strettamente definito), che siano qualificati e capaci di compiere una valutazione ragionevolmente imparziale. Una valutazione imparziale potrebbe essere difficile da ottenere, specialmente per lavori in ambiti meno strettamente definiti o interdisciplinari, e l’importanza (nel bene o nel male) di un’idea potrebbe non essere mai ampiamente apprezzata fra i suoi contemporanei. Il peer review è generalmente considerato necessario per la qualità accademica ed è usato nella più parte dei giornali scientifici, ma non rende certo impossibile la pubblicazione di qualsiasi ricerca invalida. Tradizionalmente i peer reviewers sono stati anonimi, ma vi è al momento una quantità significativa di peer review aperto, in cui i commenti sono visibili ai lettori, in generale con anche le identità dei peer reviewers disvelate.”

 

Perché uno studioso che voglia dedicarsi alla seria ricerca filosofica, e magari esser pagato dall’accademia per farlo, potrebbe opporsi all’idea di referaggio anonimo? (Notate che il “peer review aperto” menzionato può essere anonimo nell’altra direzione, ossia: l’identità dell’autore è ignota ai referee.)

Un’obiezione sentita in giro è che, nell’epoca della rete, tutto dovrebbe essere pubblicato on line e accessibile a tutti, sicché non c’è motivo di affidarsi a riviste o editori che selezionino e scartino usando referaggi.

Chi la avanza è confuso: scambia selezione qualitativa e accessibilità. Secondo me la filosofia pubblicata da Mind dovrebbe essere liberamente accessibile (ci torniamo qui sotto) – accessibile quanto quella pubblicata dal blog fatto in casa. Ma la filosofia che possiamo umanamente conoscere è una frazione infinitesimale di quella accessibile in rete. E se è assai più facile produrre cattiva filosofia che produrne di buona (“Qualsiasi blogger può moltiplicare ipotesi più velocemente di quanto un serio indagatore possa valutarle” – Williamson, Modal Logic as Metaphysics, OUP, 2013, p. 5), non possiamo permetterci di vagare andando a occhio, perché buttare il nostro tempo a leggere cattiva filosofia sarebbe il nostro destino quasi certo. Né possiamo affidarci a un blog o a un sito di filosofia per il solo fatto che è popolare, se accettiamo che la correlazione fra popolarità e qualità sia troppo casuale perché la prima cosa attesti la seconda. Dobbiamo dirigerci dove abbiamo ragionevole evidenza che troveremo buona filosofia. Nelle circostanze, sapere che un saggio filosofico è stato valutato e selezionato anonimamente da alcuni dei migliori studiosi dell’argomento, sulla base degli standard internazionali della disciplina, è avere evidenza rilevante. Il saggio dovrebbe anche essere liberamente accessibile, almeno quanto lo sono le fantasie del blogger fai-da-te. Ma questo, naturalmente, è un altro problema.

E se gli standard internazionali fossero sbagliati? “Una valutazione imparziale potrebbe essere difficile da ottenere […] e l’importanza (nel bene o nel male) di un’idea potrebbe non essere mai ampiamente apprezzata fra i suoi contemporanei”, ci ha detto la nostra amica Wiki. Un’obiezione contro il referaggio anonimo è che questo sarebbe intrinsecamente conservatore. I filosofi se ne intendono: si potrebbe avere un’idea più o meno kuhniana dello sviluppo della scienza, e ritenere che il referaggio non vada bene per la ricerca rivoluzionaria, che verrebbe scartata dalle riviste. Studiosi che lavorano all’interno di paradigmi teorici dominanti tenderanno a scartare lavori fortemente innovativi, o che sfidano questi paradigmi dall’esterno. Così la grande originalità viene ostacolata, o bandita.

Ora che la filosofia funzioni in modo sufficientemente simile alla scienza che Kuhn aveva in mente; che la scienza si evolva nel modo sostenuto da Kuhn; e che il referaggio scientifico scarti in generale le innovazioni radicali, sono tesi controverse. Anche se la loro congiunzione, che è controversa almeno quanto il più controverso dei congiunti, fosse vera, resterebbe da spiegare cosa c’è che non va nel referaggio interno alla ricerca ordinaria, che è quella condotta dai professionisti della ricerca, innanzitutto e perlopiù. In particolare, chi crede di potersi sottrarre al referaggio anonimo perché il proprio lavoro sarebbe troppo innovativo, o semplicemente “fuori dagli schemi”, per essere apprezzato dalla comunità internazionale degli studiosi, ha ottime probabilità di stimarsi un po’ troppo. Dimentica che la ricerca straordinaria è, beh, straordinaria. In qualsiasi modello vagamente simile a quello kuhniano, avviene in periodi peculiari, ed è portata avanti da uno sparuto numero d’individui intellettualmente eccezionali. Chi guarda agli esempi di rivoluzione più spesso addotti noterà che si tratta di situazioni come il passaggio dal paradigma fisico aristotelico a quello galileiano, da questo a quello relativistico o quantistico. A volte si aggiungono eventi come quello della rivoluzione logica dell’inizio del Ventesimo secolo, o l’emergere del darwinismo. Queste rivoluzioni sono state prodotte da un ridotto numero di geni che rispondono ai nomi di Darwin, Frege, Gödel, Turing, Tarski, Galilei, Einstein, Bohr. E gli scritti fondamentali di alcuni di questi signori non sono stati davvero referati (il caso degli articoli di Einstein è noto; consiglio a tutti la lettura di questo.

Non è semplicemente possibile prevedere quale studio rivoluzionario cambierà il corso della ricerca a venire. E a volte occorre aspettare molti anni dopo la morte dell’autore. Il caso di Frege è paradigmatico: se avessi puntato contro Frege intorno al 1900, avrei perso clamorosamente, come sappiamo oggi. Ma la probabilità che uno di noi abbia diritto a sottrarsi al referaggio anonimo perché è il nuovo Frege, o il nuovo Darwin, è virtualmente nulla. Viceversa, è altissima la probabilità che abbia un’idea un po’ ottimistica di sé.

O forse, che sia in malafede. La malafede potrebbe essere quel che è veramente in gioco nell’opposizione di certa filosofia accademica italiana alle pubblicazioni internazionali con referaggi anonimi. Pubblicare sul Journal of Philosophy, su Philosophy and Phenomenological Research, su British Journal for the History of Philosophy, è difficile. Lo sarebbe anche se il referaggio fosse purificato da certi difetti (ne parliamo fra poco), così da non essere ingiustamente difficile, ad esempio, per chi è donna, o madrelingua portoghese, o con un PhD ottenuto a Vercelli anziché ad Oxford. Molte di queste riviste scartano intorno al 95% degli articoli sottomessi (Phil Review potrebbe essere più selettiva di Nature, sicché lavori molto buoni spesso non ce la fanno. Anche pubblicare articoli in riviste che funzionano per conoscenze e raccomandazioni, o libri per editori che, come accade perlopiù in Italia, non praticano referaggi sistematici, è difficile. Ma è un tipo di difficoltà diverso. Richiede spesso che si sia dotati in attività quali: farsi amici influenti; praticare l’anilingus alla gerontocrazia filosofica italiana – cosa che si ottiene anche muovendo finte obiezioni: fa parte del teatrino e, intanto, consente di mettersi in dialogo col potente e, magari, noto filosofo di turno; farsi segnalare dai suddetti potenti a questo o quell’editore che non pratica referaggi; o scrivere libri propagandistici che vendano bene, cosicché l’editore poi pubblicherà volentieri, per far soldi, qualsiasi nuova sciocchezza uno gli presenti. Naturalmente, cavarsela bene in queste cose non ha molto a che fare con la ricerca, e neppure con la decenza.

Ora supponete di essere un filosofo de noantri che scrive soltanto nella lingua natia, magari sempre o perlopiù per riviste che non praticano referaggi rigorosi. Uno che, se facesse domanda in un dipartimento o centro di ricerca in giro per il mondo, non soltanto non entrerebbe nella short list, ma farebbe indignare la commissione. Supponete però di non essere così ingenui da non rendervi conto che siete provinciali e che, nel mondo della ricerca là fuori, non avreste speranze. Potreste tentare una mossa a cui si applica la vecchia etichetta: “buttarla in politica”. Potreste sventolare il bandierone, mischiando ricerca filosofica e orgoglio nazionalistico. Potreste far notare, in primo luogo, che ci sono ottimi filosofi che scrivono nella lingua di padre Dante, ma che verrebbero etichettati come provinciali secondo la mia storia; e, in secondo luogo, che l’Italia vanta una grande tradizione di editoria scientifica e culturale – mica vorremo buttare Einaudi o Laterza?

La prima osservazione, però, ha il difetto metodologico di tante obiezioni a idee sociologiche (e quel che sto presentando qui è un po’ di sociologia spicciola di certa retrograda filosofia italiana): poiché al massimo tali idee valgono perlopiù, non le puoi confutare citando controesempi come si confuta una congettura matematica. Non è in questione l’esistenza di bravi filosofi indigeni che scrivono o hanno scritto solo in italiano e localmente – ne conosco parecchi, e di solito hanno una certa età. È un problema il fatto che siano emersi nonostante un sistema accademico affetto da clientele e raccomandazioni, a cui il rifiuto del peer review internazionale, e le pubblicazioni tramite conoscenze e segnalazioni, sono essenziali per la protezione dei feudi baronali. L’eccezione può sempre accadere, naturalmente; ma non scusa il sistema.

La seconda osservazione è giusta, ma parziale. Tutti pensiamo che Einaudi o Laterza siano editori prestigiosi e dall’ottima reputazione.  Lo sono perché sono stati diretti per decenni da persone intelligenti, capaci, e colte. I grandi editori accademici internazionali che praticano referaggi sistematici (e, di norma, anonimi almeno in una direzione), come Oxford University Press o MIT Press, si affidano anche, a loro volta, a persone del genere. Niente di ciò può contare contro il referaggio anonimo. Conta, invece, come evidenza del fatto che non vi è sostituto per la sensibilità e competenza del responsabile editoriale.

Un’altra cosa che potreste tentare, se foste il suddetto filosofo, è far passare vari difetti del referaggio come di fatto è praticato per argomenti contro il referaggio in quanto tale. Il sistema ha una quantità di problemi. Denunciarli è il primo passo per affrontarli, quindi è cosa buona. Altro è cercare di screditare il sistema in quanto tale. È a carico di chi ci prova spiegare che sistema alternativo avrebbe in mente. Ed è meglio che produca una storia molto, molto dettagliata, visto che la controparte consiste in sistemi reali, quindi massimamente dettagliati (paragonate la differenza fra queste due cose: (a) criticare questo o quel regime democratico, (b) proporre di sostituire la democrazia con un altro tipo di regime – oligarchia, dittatura illuminata, o altro ancora).

Ecco qualche problema che viene in mente a me.

C’è un problema quando il referaggio non è davvero anonimo. Ad esempio, un referee non dovrebbe cercare informazioni che consentano di identificare l’autore. Ma alcuni lo fanno, ed è spesso (troppo) facile trovarle, con un giretto in rete e sapendo come eseguire una ricerca. Oppure, il lavoro di uno studioso può essere semplicemente troppo riconoscibile perché preparare un manoscritto rendendolo anonimo sia sufficiente.

È un problema che i referee producano tanti cattivi referaggi: frettolosi, imprecisi, metodologicamente sbagliati. Un esempio di errore che ho visto spesso: quello compiuto in pareri dominati dalle obiezioni sostanziali mosse all’articolo. Chi valuta un articolo su X cerca di rispondere alla domanda: è quest’articolo di qualità sufficientemente buona, rispetto agli standard internazionali della comunità dei ricercatori che lavora su X? Un articolo può essere sufficientemente buono anche se avanza tesi assai controverse o che il referee, in tutta sincerità, non condivide; cercare di mostrare che non funzionano è compito per un altro articolo, scritto in risposta a un articolo sufficientemente buono e pubblicato; non è compito di un referaggio. Un altro errore è attribuire troppa importanza a questione di dettaglio o di stile, come fa chi leggendo in fretta dà più importanza alla sensazione generale di familiarità, che all’effettiva argomentazione.

È un problema, soprattutto quando non guadagniamo molto (ai ricercatori succede), che il referaggio degli articoli venga svolto come servizio alla professione e gratuitamente. Lo facciamo perché ci aspettiamo che altri valutino allo stesso modo i nostri scritti. Dobbiamo farlo con imparzialità, al meglio delle nostre capacità professionali, perché ci aspettiamo di esser valutati a nostra volta allo stesso modo. È quindi un problema se, sgobbando noi a tempo pieno per fare altre cose, ci si trova nella spiacevole alternativa fra non valutare mai o quasi, e valutare nei ritagli di tempo, di notte, il sabato sera, con il conseguente detrimento per i rapporti che scriveremo. Sarebbe meglio se, a guidare i nostri intenti, qualcosa venisse in aiuto all’imperativo morale: essere pagati per il tempo e il lavoro che dedichiamo a scrivere i nostri rapporti, ad esempio.

È un problema, dunque, che grandi editori scientifici come Springer, Elsevier, ecc., spesso sfruttino gli accademici che lavorano come referee ed editori per le loro riviste, senza pagarli o pagandoli in modo inadeguato. Così facendo si appropriano di lavoro gratuito, svolto in aggiunta ai compiti pagati, dagli accademici. O, se volete vederla in quest’altro modo: scaricano sulle università che mantengono gli accademici il costo effettivo di questo lavoro, da cui traggono enormi benefici.

È un problema che molte delle migliori riviste che praticano seri referaggi sistematici siano nascoste dietro paywalls. Così Springer, Elsevier, o chi per loro, sfruttano la ricerca universitaria una prima volta usando i suoi accademici, una seconda volta facendo pagare il costo degli abbonamenti alle riviste alle università e, più in generale, a noi tutti.

È un problema che le riviste internazionali che praticano sistematici referaggi anonimi siano, consapevolmente o meno, discriminatorie: è più facile pubblicare su Mind o Phil Review se si è maschi, anglosassoni, tenured, formati nella Ivy League. La vita è più dura là fuori nel mondo del peer-review, se sei latino, donna, giovane post-doc, o hai il PhD da Salerno (ecco una lettura interessante). Queste sono le discriminazioni che il referaggio, e il suo anonimato, mirano a minimizzare. Nella misura in cui non sono limitate, il referaggio nella sua forma attuale fallisce il proprio obiettivo.

Questi problemi sono difficili da affrontare, e io non ho davvero idea di come farlo. Ma nessuno è risolvibile aggirando il referaggio anonimo. Vogliamo un referaggio migliore: pagato, veramente anonimo, non improvvisato, steso secondo criteri condivisi, capace di controbilanciare gli svantaggi dati da genere, lingua madre, ceto sociale, età, nazionalità, università di provenienza, eccetera. Il peer review dovrebbe essere molto diverso da come oggi è. Eppure, non esistono alternative al peer review nella ricerca, filosofica e non. Non esistono, perché non c’è alternativa all’idea generale che un manoscritto su X debba essere giudicato dai migliori esperti di X che si riesca a trovare, indipendentemente dall’identità dell’autore – dunque, dalla sua appartenenza a generi, nazioni, comunità linguistiche, gruppi di potere, giri di amicizie, o quant’altro. Diffidate di chi ve la racconta altrimenti: di certo ha torto, e potrebbe perfino dire quel che dice per motivi immorali.

Franz Berto

1 commento
  1. Pietro Bondanini
    Pietro Bondanini dice:

    Chi per più di sessanta anni della propria vita segue silente l’evoluzione del cambiamento stando in sella agli eventi scrive un saggio autobiografico riguardante le scienze umane, da quale quale adunanza desidera ottenere consenso alle sue argomentazioni e non referenze per vendere un libro?

    Rispondi

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