HEIDEGGER E IL MAL DI GOLA

 

download«δῆλον γὰρ ὡς ὐμεῖς μὲν ταῦτα (τί ποτε βούλεσθε σημαίνειν ὀπόταν ὄν φθέγγησθε) πάλαι γιγνώσκετε, ἡμεῖς δὲ πρὸ τοῦ μὲν ᾠόμεθα, νῦν δ’ ἠπορήκαμεν. “Perché è chiaro che voi avete una lunga familiarità con quello che propriamente intendete con l’espressione ‘essente’, quanto a noi, una volta abbiamo sì creduto di saperlo, ma ora siamo caduti nell’imbarazzo”. (Platone, Sofista, 244a)

Forse che noi abbiamo oggi una risposta alla domanda, che cosa propriamente intendiamo col termine “essente”? Niente affatto. È dunque il caso di proporre di nuovo la domanda circa il senso di essere. E siamo forse oggi giorno almeno imbarazzati dal fatto di non comprendere l’espressione “essere”? Niente affatto. E allora è innanzitutto il caso di risvegliare una qualche comprensione del senso di questa domanda. La presente trattazione si propone la concreta elaborazione della domanda circa il senso di “essere”. L’interpretazione del tempo come il possibile orizzonte di ogni comprensione d’essere in quanto tale, ne è l’obbiettivo preliminare.»

Questo è il famoso inizio di Essere e tempo di Heidegger (1927). H inizia citando il punto in cui il Forestiero, uno dei protagonisti del dialogo platonico il Sofista, è allarmato da un problema tecnico. Si dice che i sofisti ingannano. Ma per affermare che qualcuno inganni, occorre dire che sta dicendo il falso, cioè affermare che sta affermando di ciò che è che non è oppure di ciò che non è che è. Perciò, per criticare il sofista, bisogna affermare che esiste il falso, cioè che l’essere può non essere oppure il non essere può essere. Facciamo un esempio: “Pegaso non esiste”; ma allora c’è qualcosa, cioè Pegaso, appunto, che non esiste.

E’ un problema tutt’altro che banale, quello che si pone Platone. Russell, usando il calcolo dei predicati introdotto da Frege, proverà a risolverlo affermando che l’enunciato “Pegaso non esiste” va tradotto con “per ogni x, x non è Pegaso”.

E a questo punto il Forestiero, che viene da Elea, patria di Parmenide, si convince che occorre uccidere il Padre, cioè colui che aveva detto che l’essere è e il non essere non è. Da qui viene la sua perplessità sulla nozione di essere.

H inizia citando il testo in greco antico, questo mette subito il lettore in uno stato di suggestione. Se non si conosce il greco, si pensa: “mamma mia quanto è bravo costui!”; se lo si conosce, ci si sente gratificati per aver passato così tante ore a tavolino per apprendere questa difficile lingua. Detto questo, citare il testo in greco ha una qualche funzione cognitiva? Assolutamente no; è pura retorica. Subito dopo troviamo la traduzione, così da facilitare il compito anche a chi conosce la lingua.

Di seguito H paragona la nostra condizione a quella del Forestiero: così come lui era perplesso sulla domanda che cosa è l’essere, così anche noi lo siamo oggi. Il salto è stratosferico: quello che era un problema tecnico di filosofia del linguaggio, diventa “la domanda circa il senso dell’essere”. Lo strafalcione storico di H a questo punto è evidente. Il Forestiero non si stava ponendo domande fondamentali sul senso dell’essere, ma semplicemente si interrogava su questioni di logica e grammatica.

H ci dice che il volume che abbiamo fra le mani proverà a rispondere a tale domanda di senso dell’essere. Quale è la risposta che propone? Ogni comprensione dell’essere si trova nell’orizzonte del tempo. Parole altisonanti e criptiche che hanno un significato molto semplice: qualsiasi tentativo di comprendere e definire come stanno le cose intorno a noi è storicamente condizionato; cioè per l’uomo non esiste una verità oggettiva, poiché il suo accesso all’essere è sempre storicamente determinato.

Qui non voglio discutere la correttezza o meno della tesi di H, vorrei solo osservare che un filosofo onesto avrebbe iniziato il suo libro scrivendo qualcosa di questo tipo:

«Una definizione preliminare del termine “essere” potrebbe suonare così: “l’insieme della realtà indipendentemente da ogni soggetto conoscente”. Di fatto però vogliamo dedicare questo nostro libro a indagare meglio il senso di questo termine. In realtà alla fine scopriremo che è impossibile trovare una definizione più precisa dell’essere, poiché il punto di vista umano sull’essere è sempre storicamente condizionato.»

Che tristezza! Che banalità! Niente greco antico, niente riferimenti (sbagliati) al Sofista di Platone! Niente frasi suggestive e criptiche.

imagesMolti ancora oggi sono convinti che fare filosofia significhi citare in greco e in tedesco, dire cose suggestive e poetiche, ammiccare, accennare, sottintendere e consolare. Così come quel medico a cui dissi “dottore ho mal di gola!” Mi fece tirar fuori la lingua e dire “aaaaaaa”; poi concluse con fare sentenzioso: “Lei ha una flogosi della laringe”! Ebbi la sensazione che non avevamo fatto nessun passo avanti nella comprensione del mio mal di gola. Solo parole roboanti ed ermetiche.

VF

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