HARRY POTTER E LA PEDAGOGIA DI FOUKUHN

spheresSecondo un vecchio adagio, scienziati non si nasce, si diventa. A prima vista quest’affermazione potrebbe sembrare una noiosa banalità. Dopo tutto, per accedere a qualunque tipo di conoscenza scientifica bisogna seguire una certa routine, andare in certe scuole e in certe università, fare un certo tipo di tirocinio, sia teorico che pratico e così via. Per molto tempo, la filosofia, la sociologia e la storia della scienza hanno effettivamente considerato il processo educativo solo come un viatico per essere accolti all’interno di una certa comunità, per ottenere il famoso “pezzo di carta”. Newton sarebbe diventato Newton anche se non avesse studiato a Cambridge. Ma a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, un altro, più interessante, pensiero ha cominciato a manifestarsi. Mi riferisco all’idea che, in effetti, il processo educativo fa ben più che formare membri di un ordine professionale: esso contribuisce a costruire il modo in cui gli scienziati pensano, agiscono, e persino come vedono il mondo.

Si tratta di un pensiero che ha richiesto parecchio tempo per formarsi. Uno dei primi a coglierne le potenzialità fu Ludwig Wittgenstein quando, nelle Ricerche filosofiche (1953), sottolineò come anche una semplice azione come “seguire una regola” fosse impregnata di convenzioni sociali. Un altro esponente di questa tradizione, che viene spesso trascurato, è Michael Polanyi il cui concetto di tacit knowledge ha mostrato che una grande quantità del bagaglio di conoscenza degli scienziati non viene verbalizzata e si trasmette mediante esempio-e-pratica. Ma i due filosofi che più di tutti hanno contribuito alla rivalutazione del ruolo epistemologico della pedagogia sono senza dubbio Michel Foucault e Thomas Kuhn. Il primo, in un memorabile libro dall’ominoso titolo Sorvegliare e punire (1975), ha mostrato che la prigione e la scuola sono luoghi di esercizio del potere mediante l’osservazione, la regolazione degli spazi, dei tempi e dei comportamenti. Ma al di là del tetro paragone fra prigione e scuola, Foucault insiste sul fatto che questo esercizio di potere non è puramente repressivo, ma anzi, organizzando, pianificando e minimizzando, produce risultati e concretizza possibilità. La scuola—almeno in teoria—è un sistema per ottenere un certo scopo nel modo più efficiente possibile. Thomas Kuhn, dal canto suo, si è specificatamente interessato dell’educazione degli scienziati e in La struttura delle rivoluzioni scientifiche (1962) ha sostenuto che agli scienziati viene insegnato prima di tutto e soprattutto un paradigma, vale a dire uno specifico modo di riconoscere i problemi, di impostarli e infine di risolverli. Gli scienziati, in altri termini, non sono semplicemente “formati”, ma più propriamente “addestrati” a risolvere alcuni casi esemplari noti e a ricondurre ad essi quelli ignoti.

Si potrebbe avere l’impressione che Kuhn e Foucault parlino di cose diverse, che si riferiscano a esempi distanti fra loro nel tempo, nello spazio, e nelle discipline. In realtà i loro discorsi si intersecano ed esplorano da lati diversi il complicato processo di trasmettere conoscenza. Un esempio un po’ eterodosso ci è offerto dalla celebre saga letteraria (e cinematografica) dedicata a Harry Potter. Gran parte dell’azione si svolge in una scuola, Hogwarts, che è sotto molti aspetti un luogo Foukuhniano. Tanto per cominciare, gli studenti sono sottoposti a un controllo che sorpassa i sogni più impudichi di Jeremy Bentham. Vestono tutti nello stesso modo, hanno uno stretto regime di orari, classi, compiti, esami, ma soprattutto hanno decine di occhi costantemente puntati su di loro: insegnanti, quadri, armature, spettri, poltergeist, il guardiano e persino la sua gatta non perdono occasione di far sapere agli studenti che il loro comportamento è notato.

Ma Hogwarts non è solo un gigantesco panopticon multidimensionale, è anche un luogo in cui i giovani maghetti vengono addestrati. E le lezioni hanno ben poca teoria. Perlopiù, la tipica esperienza didattica che gli apprendisti maghi incontrano a Hogwarts consiste nel provare da soli e senza aiuto magie pericolosissime o pozioni dai nomi non proprio rassicuranti come il distillato della morte vivente. Le punizioni seguono lo stesso modello didattico: devono insegnare mediante la pratica e l’esperienza diretta, anche se questa consiste nello spedire quattro undicenni nella terrificante Foresta Proibita sotto la supervisione di un unico adulto la cui idea più brillante per affrontare il problema è… dividiamoci!

Insomma, Hogwarts è un luogo dove la formazione professionale (e umana) passa attraverso l’esperienza e l’azione, piuttosto che la teoria e il libro. Ma è anche un luogo in cui diverse pratiche e diverse visioni del mondo si intersecano, cosa che, se ci insegna il profondo legame fra le prime le le seconde, ne fa anche un argomento letterario contro l’incommensurabilità kuhniana. Ron, ad esempio, è nato e cresciuto in una famiglia di maghi e per lui problemi e soluzioni sono dettati dal paradigma “maghesco”: le seconde sono generalmente un incantesimo o una maledizione. Durante la saga, Ron, Hermione e Harry devono affrontare problemi che non si possono risolvere con una sventolata di bacchetta e mentre gli ultimi due, educati nel paradigma “babbano”, cercano soluzioni concrete, Ron solitamente avanza proposte sfacciatamente semplicistiche e, in mancanza della possibilità di copiare da Hermione, si dichiara candidamente sconfitto. Ma Hogwarts permette, grazie alle esperienze condivise, di scambiarsi “conoscenza tacita” ed ecco che, alla fine, è Ron—tra la sorpresa generale—a trovare un modo brillante per entrare nuovamente nella camera dei segreti e distruggere gli Horcrux. Quindi, in ultima analisi, Hogwarts rimane uno statement pedagogico ed epistemologico sul valore dell’appropriazione delle pratiche, sulla molteplicità delle prospettive e sulla consapevolezza che non si può risolvere tutto con un avada kedavra.

Massimiliano Badino

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