FILOSOFIA, SCIENZA E SOCIETA’

Iimagesn un recente post, un brillante laureato sia in fisica che in filosofia, Luca, si pone alcune importanti domande sul rapporto fra la filosofia e le scienze.

Egli distingue quattro categorie di studiosi: gli umanisti, i filosofi cattivi, i filosofi buoni e gli scienziati. Per i termini “umanisti” e “scienziati” non occorre spiegazione. Invece i “filosofi cattivi” sarebbero coloro che rispondono alle grandi domande senza preoccuparsi delle scienze naturali, sbandierando anzi la loro ignoranza, convinti che solo la filosofia è significativa e di fatto, però, così creano solo mode culturali che passano e vanno. I “filosofi buoni”, invece, sono quelli che studiano le scienze empiriche e fanno filosofia in modo rigoroso, che si chiedono continuamente quale sia la legittimità della filosofia in un mondo dominato dalle scienze e sarebbero invidiosi dei filosofi cattivi che, dando risposte facili alle grandi domande, hanno un gran successo. Scienziati e umanisti non si curerebbero, infine, della legittimità delle loro discipline.

Per fare un po’ di ordine nella matassa di problemi sollevati da Luca, occorre distinguere almeno tre diversi piani del discorso: quello oggettivo, quello psicologico e quello sociale.

Dal punto di vista oggettivo tutti questi discorsi non sono rilevanti. Il rapporto fra la filosofia e le scienze è un problema teorico serio, che non si può certo affrontare discutendo della psicologia delle persone, delle loro invidie e insicurezze, né sulla base di come vengono distribuite le risorse per la ricerca provenienti dalla fiscalità generale.

Dal punto di vista psicologico, scelte culturali e di ricerca contro la tendenza generale sono emotivamente faticose. E’ ovvio che studiare il darwinismo in Arabia Saudita, oppure l’astrologia in Lussemburgo non sono prospettive che pagano psicologicamente, ma questo non ha nulla a che fare con la legittimità scientifica del darwinismo e dell’astrologia. Ognuno, dopo aver analizzato i motivi pro e contro una certa disciplina, deve valutare se quella che gli sembra più seria e più interessante sia per lui emotivamente appagante in un contesto che potrebbe essere avverso alla sua scelta.

Dal punto di vista sociale è infine chiaro che ogni disciplina che pretende risorse dalla fiscalità generale dovrebbe convincere i cittadini con buoni argomenti del senso della propria esistenza.

Iniziamo dalla prospettiva oggettiva. La filosofia, come è stata praticata da Aristotele e Kant, non si distingue seriamente dalle scienze empiriche. La conoscenza, compresa la conoscenza morale, è basata su spiegazioni e su nozioni normative. E’ chiaro che il filosofo tende molto più dello scienziato a soffermarsi sugli aspetti normativi, mentre quest’ultimo predilige quelli esplicativi, ma la differenza è solo quantitativa e non di genere. Inoltre è anche ovvio che il filosofo tende a porsi domande molto generali, audaci e spesso di frontiera, mentre lo scienziato è più attratto da questioni particolari e ben circostanziate. Tuttavia anche qui non vi è una differenza di principio, ma solo di orientamento. L’uomo, fin dai tempi di Talete, ha trovato senso nell’impresa di conoscere e a tale avventura partecipano sia i filosofi sia quegli scienziati realmente interessanti a comprendere come è fatto il mondo.

Se invece passiamo all’utilità delle discipline, le cose cambiano. Scienza e filosofia non sono molto utili di per sé. L’unica vera loro utilità diretta è quella di fornire un senso profondo ed emotivamente appagante alla vita dell’uomo. Quindi è compito degli scienziati e dei filosofi trasmettere almeno in parte questa sensibilità ai cittadini. Poi c’è da dire che la scienza di base può produrre scienza applicata e quindi essere concretamente utile per migliorare la vita dell’uomo. E’ però molto importante non confondere il progetto di conoscere il mondo con quello di migliorarlo per l’uomo. Sono due cose ben diverse, benché bisogna ricordare che noi uomini siamo fatti così che se ci occupiamo di sole applicazioni o di sola ricerca pura rapidamente imbocchiamo sentieri chiusi e strade senza uscita. Quindi scienza pura e applicata, se non dialogano, rischiano di diventare entrambe sterili. Anche la filosofia ha perciò bisogno di questo dialogo con la concretezza della tecnica.

Infine non si deve dimenticare la diretta rilevanza pratica della filosofia dal punto di vista della formazione del cittadino. Sapersi muovere fra i diversi linguaggi del sapere, non cadere nelle trappole cognitive, saper spostare la propria prospettiva ecc. sono tutte competenze di alto livello che una seria formazione filosofica fornisce e che aiutano a migliorare la nostra vita significativamente.

Quindi caro Luca di certo chi non ha un gran successo, come i filosofi buoni,  invidia e detesta chi lo ha, cioè i filosofi cattivi. Inoltre è chiaro che in un mondo in cui l’espressione “ma che facciamo? della filosofia?” ha un valore dispregiativo, chi sceglie di studiare questa disciplina si carica di un peso emotivo non indifferente. Di sicuro se uno si mette a lavorare nelle tante aziende italiane che fabbricano le mine anti-uomo, questi problemi di identità non li avrebbe. Forse, almeno si spera,ne avrebbe altri! Anche senza arrivare a questi estremi, pure il senso di lavorare nella moda non è poi così chiaro,sebbene le persone poi paghino per comprare dei vestiti che talvolta sono di gusto assai dubbio. L’utilità economica di un mestiere è un buon parametro per valutare la sua rilevanza per raggiungere il proprio benessere da alcuni punti di vista, ma non è così evidente che sia molto significativo da un punto di vista più generale. Infine con l’affermarsi della società di massa, autori di opere emotivamente cariche, come quelle di Hegel, Marx, Nietzsche, Schopenhauer, Kierkegaard e dei loro scoliasti nonché seguaci hanno avuto un gran successo, anche se, pur ricche di buone intuizioni, non possono essere considerate lavori tesi all’acquisizione della conoscenza. Esse più che altro consolano, stimolano e aiutano ad elaborare il proprio malessere.

Provare a conoscere oggi come ai tempi di Aristotele, significa porsi domande molto complesse e sottili, usando strumentazioni altamente tecniche e difficili. Purtroppo pochi hanno la pazienza di seguire questa difficile strada. Tuttavia quei pochi, se vogliono che il loro lavoro sia almeno un po’ riconosciuto, devono impegnarsi a divulgarlo e comunicarlo adeguatamente.

VF

2 commenti
  1. Luca
    Luca dice:

    Volendo aggiungere un post scriptum, ecco qua l’unico caso che mi viene in mente in cui uno scienziato cerca di giustificare i costi della scienza. La lettera è molto famosa, ed è tornata fuori anche di recente, ma (ri)leggerla è sempre bellissimo. Faccio notare che, da allora, ogni volta che qualcuno ha pronunciato l’ennesima invettiva rivolta ai “costi” della scienza, sempre queste parole sono state riprese in difesa della scienza, e dei suoi inevitabili costi.
    http://www.lettersofnote.com/2012/08/why-explore-space.html

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  2. emilio barrese
    emilio barrese dice:

    E’ tutto molto chiaro.Ho appena finito di scrivere una riflessione su ” Filosofia ed architettura” dal titolo IL PENSIERO ARCHITETTONICO .
    Dal mio punto di vista ,strettamente personale, se gli architetti dal Razionalismo in poi fossero stati più “filosofi” non sarebbero caduti nel decostruttivismo
    imperante nella contemporaneita’ dell’epoca della Tecnica. L’architettura deve decidersi se mantenere lo stato di dominio della tecnica sulle proprie scelte di pensiero oppure invocare una sua liberazione da esso, comportando un vero e proprio quale recupero dell’originaria posizione per cui non negare la tecnica ,ma avere un maggiore controllo nelle scelte di soggettivita’ e non condizione protetica di sudditanza.

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