FILOSOFIA E PSICOLOGIA: UNA TESTIMONIANZA

media_362660_enRicordo che nella prima lezione di Filosofia, in prima Liceo, il professore aveva introdotto la disciplina proponendo una serie di quesiti sull’esistenza e la natura del reale, sull’uomo, sulla sua origine e destino. Mi aveva colpito la messa in discussione della possibilità stessa di conoscere e soprattutto di comunicare agli altri eventuali conoscenze. Ho scoperto allora che la Filosofia riguardava l’esercizio del pensiero e l’atteggiamento interrogativo verso il mondo e se stessi con cui avevo familiarità da quando conservo memoria di me. Ho scoperto così non solo di essere da sempre appassionata di filosofia ma di essere io stessa un “filosofo”. Ne ho avuto conferma qualche anno dopo quando, studiando Filosofia all’Università, mi sono accostata al pensiero di Gramsci, critico del diffuso pregiudizio nei confronti della filosofia come attività intellettuale molto difficile e propria di specialisti o di filosofi di professione e sostenitore dell’assunto che tutti gli uomini, pur inconsapevolmente, sono filosofi.  Nelle riflessioni gramsciane mi aveva particolarmente colpito l’enfasi sul linguaggio, come attività intellettuale basilare e condivisa, portatrice di una determinata concezione del mondo, e che poteva o essere assunta in modo inconsapevole e acritico oppure elaborata consapevolmente e criticamente, partecipando attivamente alla produzione della storia del mondo, di se stessi e della propria personalità.

Successivamente, mi ha illuminato una frase di Marguerte Yorcenaur nel suo bellissimo “Memorie di Adriano”: “l’uomo che […..] pensa […..] appartiene alla specie, non al sesso; nei suoi momenti migliori sfugge persino al concetto dell’umano” (tr. it. 2014, pag. 61).

Se il pensare, ovvero la ricerca di significato, è la cartina di tornasole della condizione umana, il momento per eccellenza in cui tale attività interrogativa viene spontaneamente esercitata è, senza dubbio, l’infanzia. L’interrogazione infantile, sospinta dalla necessità appassionata di adattarsi al mondo e di adattare il mondo a sé, può rappresentare infatti il prototipo del pensare filosofico, come sostiene Lyotard ne “Il postmoderno spiegato ai bambini”, cioè a tutti coloro che conservano la curiosità del pensiero nella sua fase aurorale, in cui l’indagine procede libera, svincolata da preconcetti e strutture che la ingabbiano. Se il pensiero libero e creativo è il mezzo della conoscenza, la possibilità di realizzare conoscenze, confutarle e, in tutti i casi progredire nella  costruzione del sapere  in forme socialmente condivise appoggia sull’adozione di un preciso metodo di ricerca, come evidenziato, in forma, a mio avviso, paradigmatica da Cartesio e Bacone.

Nel mio personale percorso di ricerca di significato (Belacchi, 2012), per l’esigenza di riscontri empiricamente fondati, abbastanza presto mi sono orientata dalla Filosofia verso la Psicologia, la Psicologia dello sviluppo, in particolare. Tra le tematiche della Psicologia dello sviluppo ho trovato fulcrale ed euristica l’indagine sui rapporti tra sviluppo del pensiero e sviluppo del linguaggio, ovvero sui processi non verbali e verbali di costruzione e condivisione delle conoscenze, questioni classiche della speculazione filosofica.

La letteratura psicologica, pur con differenti accentuazioni, da Piaget a Vygotsky a Bruner a Katerine Nelson, a Karmiloff-Smith, per citare gli autori più rappresentativi, ha ampiamente mostrato la sostanziale bidirezionalità della relazione tra pensiero e linguaggio: il pensiero, che nasce non verbale, trova nel linguaggio verbale un imprescindibile strumento di socializzazione delle rappresentazioni mentali,  divenendo, a sua volta, nel corso dello sviluppo psicologico per l’influenza soprattutto del contesto socio-culturale, prodotto del linguaggio stesso. Il linguaggio verbale infatti, grazie alla sua intrinseca struttura logico-formale, favorisce non solo lo scambio di pensieri ed emozioni, ma peculiarmente la costruzione dei concetti scientifici e delle rappresentazioni astratte. Uno status specifico tra i diversi tipi di competenza linguistica è da attribuire alla competenza definitoria, vale a dire all’abilità di esplicitare verbalmente il significato delle parole, che costituisce la componente filosofica del linguaggio ed è di per sé direttamente inaccessibile (Belacchi e Benelli, 2007). L’abilità di definire i significati codificati evidenzia in modo emblematico la funzione del linguaggio come cerniera tra mondo rappresentazionale interno ed esterno, tra esperienze private, personali e convenzioni socio-culturali. Nelle definizioni lessicografiche la forma linguistica costituisce un mezzo privilegiato, in quanto oggettivamente percepibile e valutabile, per accedere alle rappresentazioni mentali e verificarle intersoggettivamente.

Il linguaggio verbale è anche un potente mezzo per organizzare il pensiero, consentendo di economizzare le risorse cognitive, come dimostrano recenti ricerche sul ruolo dell’organizzazione semantica dell’informazione sulle prestazioni della Memoria Di Lavoro (ad es. Belacchi, Benellli e Pantraleone, 2011).

Per concludere, se in una fase iniziale di sviluppo delle scienze e delle scienze umane l’enfasi sul metodo e sugli aspetti procedurali della conoscenza hanno condotto ad affermare che “l’unità della scienza può compiersi solo a spese della filosofia” (Piaget, 1970, tr. it. pag.105) e che  “uno psicologo è in qualche misura costretto per i suoi metodi stessi di lavoro a ignorare la filosofia” (ibidem, pag. 103) in una fase evoluta, come ritengo si possa considerare la nostra, la scienza, la Psicologia, è pronta a recuperare la sua ineliminabile componente filosofica, perché la scienza ha bisogno di filosofia. Il metodo scientifico, come ha sostenuto Einstein non può prescindere da una componente filosofica, individuabile nella scelta degli obiettivi dell’indagine, che costituiscono il porto verso cui dirigere la nave della ricerca.

Carmen Belacchi

 

Riferimenti bibliografici:

Belacchi C. (2012), Da grande capirò tutto. Le domande di una bambina sul mondo. Liguori, Napoli.

Belacchi C., Benelli B. (2007), Il significato delle parole: La competenza definitoria nello sviluppo tipico e atipico, Il Mulino, Bologna.

Belacchi C., Benelli B., Pantaleone S. (2011), The influence of categorical organization on verbal working memory, British Journal of Developmental Psychology, 29, 942–960.

Lyotard F. (tr. it. 1987) Il post-moderno spiegato ai bambini, Feltrinelli, Milano.

Piaget J. (tr.it. 1970), Psicologia ed epistemologia, Loescher, Torino, 1971.

Yourcenar M. (tr. it. 2014), Memorie di Adriano. Einaudi, Torino.

 

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *