FILOSOFIA E MEDICINA NEL PENSIERO ANTICO

hippocrates4Tra filosofia e medicina esiste, storicamente, un nesso molto stretto (questo punto è stato approfondito, nell’ambito del pensiero greco in modo particolare da Mario Vegetti, che ha analizzato l’influsso della tradizione ippocratica sul pensiero platonico). Come il medico cerca di curare l’organismo, ripristinando l’equilibrio tra i suoi elementi costitutivi (la salute consiste proprio in questo equilibrio armonico tra elementi corporei), così il filosofo (secondo Platone) cerca la giusta terapia per la società nel suo insieme, eliminando gli squilibri che ne determinano la degenerazione. In questa prospettiva (in cui il sapere medico si pone come modello per la riflessione filosofica), esiste quindi una relazione molto stretta tra teoria e pratica, tra pensiero e azione. Il medico e il filosofo (ognuno con metodi peculiari, applicati nelle rispettive aree di competenza) hanno uno scopo fondamentale in comune: ridurre, e se possibile eliminare, la sofferenza umana. E questo esercitando la ragione umana, che permette di identificare le cause e i meccanismi che generano tale sofferenza. Infatti, mentre il medico studia la struttura e il funzionamento dell’organismo umano, considerando anche l’ambiente in cui esso vive (quest’ultimo problema è discusso in particolare nel trattato di Ippocrate “Le arie, le acque, i luoghi”), il filosofo studia la struttura e il funzionamento di quel corpo o organismo più ampio che è costituito dalla società umana (polis). Analizzando l’anatomia e la fisiologia della società, il filosofo in primo luogo (i) formula una diagnosi circa l’origine della malattia che la aggredisce; quindi (ii) elabora una prognosi circa il decorso futuro della patologia; infine, (iii) propone una terapia mirata al ristabilimento della salute (questo problema, come è noto, è al centro della Repubblica di Platone). Per incidere sullo stato della società e cercare di eliminare gli agenti patogeni che la corrompono, il filosofo deve però possedere un sapere solido e fondato: solo la conoscenza può guidare una azione efficace. La riflessione teorica deve identificare la struttura invariante (“il modello in cielo” di società perfetta, secondo Platone); l’azione pratica deve cercare di realizzarla, concretamente, nella società e nel mondo. In questa prospettiva, solo l’azione politica guidata dal sapere filosofico può guarire la società malata; solo il filosofo ha le competenze necessarie per praticare una terapia adeguata.

Gli inconvenienti di questa impostazione sono ovvi: “Che cosa garantisce che il tuo sapere sia fondato e certo?”, potrebbe obiettare qualcuno. “Non potrebbe darsi che quella che tu ritieni essere la Verità (la struttura invariante, “il modello in cielo”), sia una illusione, una falsità, frutto della tua presunzione di afferrare in modo infallibile le cose così come sono?”. “Non apri in questo modo le porte al fanatismo e alla violenza (che sempre si accompagna al tentativo di realizzare il Paradiso in Terra)”? Si tratta di obiezioni solide, ma non è detto che la posizione che esse esprimono (che possiamo caratterizzare come orientamento “liberale”) sia più forte di quella che esse intendono criticare (posizione che possiamo caratterizzare come orientamento “platonico”). Il filosofo-medico platonico può infatti ribattere che la ricerca della struttura invariante ha un carattere dinamico, non statico: non si cristallizza in un risultato definitivo, ma si sviluppa piuttosto attraverso un processo di ricerca aperto, basato sulla discussione pubblica. La struttura invariante, “il modello in cielo” non è un dato: è un ideale regolativo, cui cerchiamo di avvicinarci progressivamente. Inoltre, potrebbe continuare il medico-filosofo di orientamento platonico, io parto dall’assunto che la società sia malata (e che le persone, vivendo in una società malata, ne siano corrotte e, in ultima analisi, siano infelici), mentre tu (intellettuale liberale) ritieni che, certo, la società è imperfetta (la ricerca della perfezione genera sempre disastri…), ma la sua struttura è sana (se ciascuno di noi si impegnasse a dare il meglio di sé, la situazione migliorerebbe e il progresso sociale troverebbe nuovo alimento). Per te, questa società può guarire, perché la malattia riguarda solo la superficie, non la sua struttura profonda; per me, invece, questa società è profondamente malata, e la radice della patologia consiste proprio nella sua struttura, nell’ordine che la definisce. La tua terapia, non riconoscendo la gravità della malattia, in realtà le spalanca le porte. Per questo, è inadeguata. L’unica speranza di guarigione consiste nel riconoscere la patologia e nel praticare una terapia che, basandosi su un modello di società radicalmente diverso, miri a realizzare un ordine sociale alternativo rispetto a quello esistente (e patologico).

(Una discussione di questo tipo si è svolta, nell’ambito degli studi di filosofia antica, tra uno studioso di orientamento marxista come Mario Vegetti e uno studioso di orientamento liberale come Jaap Mansfeld).

In ultima analisi, al di là del tema qui accennato, resta un tema fondamentale: dobbiamo riconoscere che la filosofia non è, e non può essere, un gioco. Infatti, se un problema ha carattere filosofico, esso in qualche modo tocca in profondità la vita di chi se lo pone. In fondo, la riflessione filosofica risponde a un disagio esistenziale, e cerca di renderne conto con i limitati strumenti di cui la ragione umana dispone. E questo riguarda non una piccola parte di esseri umani (i cosiddetti “filosofi”), ma tutti, di qualunque ceto, condizione, istruzione: come diceva Enzo Paci, in realtà “nessuno fa meno filosofia dei filosofi”… L’esito finale di questo tentativo di rendere conto di ciò di cui non si può rendere conto (Enzo Melandri riteneva che la domanda leibniziana “Perché c’è qualcosa piuttosto che nulla” sia in realtà spaventosa: l’essere qualcosa piuttosto che nulla ha valore anche per un essere umano ridotto alla condizione di larva?) è in ultima analisi – e non è una sorpresa – lo scacco, e la morte; ma ci sorregge la convinzione di aver fatto quello che non potevamo evitare di fare. E questo ci permette di tornare al nostro disagio con buona coscienza (la quale, freudianamente, è sempre una forma di copertura), nonché serietà e rigore (alla fine, ci siamo anche fatti una cultura…).

Leardo Botti

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