FARE STORIA DELLA FILOSOFIA CON I BIG DATA

Big-DataNel mondo degli studi letterari e in quello delle digital humanities – il campo di studi che si pone all’intersezione fra discipline umanistiche e mondo digitale – fra i temi al centro del dibattito spicca ormai da un paio di anni quello del ‘distant reading’. Il termine è stato introdotto da Franco Moretti, studioso italiano trasferitosi da tempo negli Stati Uniti, dove ha fondato lo Stanford Literary Lab. ‘Distant reading’ è il titolo di un suo libro del 2013[1], in cui sono ripresi temi e prospettive già avanzati in una serie di interventi precedenti, fra i quali il libro italiano del 2005 La letteratura vista da lontano (edito da Einaudi). Alla prospettiva della critica letteraria tradizionale, centrata sul concetto di opera e sull’analisi dell’opera letteraria (e dunque in primo luogo di singoli testi), e a quella del ‘close reading’ sviluppata soprattutto nella seconda metà del Novecento e legata all’analisi dettagliata di singole porzioni del testo, Moretti affianca un nuovo indirizzo di indagine: l’analisi di ‘popolazioni’ di testi e di opere, attraverso l’uso di grandi quantità di dati prevalentemente quantitativi. Questa prospettiva è evidentemente assai facilitata dalla disponibilità di ‘big data’ in forma elettronica e dalla possibilità di analizzarli attraverso strumenti informatici. Attraverso il ‘distant reading’ si possono studiare generi letterari, temi, strategie narrative, le stesse caratteristiche dei personaggi, all’interno di un quadro assai più ampio rispetto a quello rappresentato dalla singola opera.

Per Moretti, il distant reading ha un vantaggio essenziale rispetto al close reading: mentre il close reading si basa necessariamente su un canone ristretto, costituito da pochi testi ‘classici’ analizzati in ogni dettaglio, il distant reading allarga lo sguardo a un universo testuale assai più ampio e variegato. In un certo senso, si tratta di un atteggiamento simile a quello introdotto negli studi storici dalla scuola delle Annales, che rifiutava una storia legata puramente ai ‘grandi eventi’ e ai ‘grandi personaggi’ per allargare lo sguardo all’intero contesto sociale ed economico, analizzato anche attraverso dati quantitativi. Del resto, una nuova forma di attenzione ai dati quantitativi è emersa negli ultimi anni, in campo letterario, anche da altre opere, come l’Atlante della letteratura italiana curato per Einaudi da Sergio Luzzatto e Gabriele Pedullà.

Va detto che non tutti sono d’accordo con l’interesse o anche solo con la legittimtà di questa prospettiva. In un articolo sulla Los Angeles Review of Books[2] lo scrittore Stephen Marche sostiene che il distant reading e l‘approccio ‘computazionale’ ai testi, che considera proprio delle digital humanities, rappresentano i sintomi di una nuova barbarie, legata anche ai progetti di digitalizzazione libraria su grande scala (a partire da quello promosso da Google). Conseguenze di questa prospettiva sono a suo avviso la perdita della dimensione individuale e personale della lettura e l’appiattimento della produzione letteraria, trasformata in dati e privata di ogni dimensione valutativa.

L’idea della ‘tecnica’ che snatura arte, valori ed emozioni non è certo nuova: le critiche rivolte alle digital humanities da Marche sono curiosamente simili a quelle che a metà Ottocento Baudelaire rivolgeva alla fotografia, condannata a suo avviso a distruggere l’arte “grazie alla alleanza naturale che troverà nell’idiozia della moltitudine”[3]. Del resto il tema del rapporto fra arte e riproducibilità tecnica – entrato grazie a Benjamin fra i grandi temi del dibattito teorico e filosofico novecentesco – ha una storia ancor più lunga: potrebbe essere richiamato anche a proposito delle discussioni rinascimentali sul rapporto fra libro a stampa e manoscritto, e in un certo senso perfino a proposito delle famose critiche socratiche alla scrittura nel Fedro di Platone. Non sorprende dunque che si riproponga nel momento in cui la riproducibilità tecnica diventa riproducibilità digitale.

Ma non vorrei entrare qui nell’analisi di questo tipo di critiche alle digital humanities[4], se non per osservare che non si vede proprio perché prospettive come quelle del distant reading e dell’analisi computazionale dei testi dovrebbero impedire altre e perfettamente legittime attività critiche: il punto non è sostituire una critica valutativa – supponendo per assurdo che le diverse e variegate forme della critica letteraria si lascino ingabbiare in questa etichetta – con una critica asettica e basata solo sui ‘big data’ (impresa che sarebbe del resto disperata: la nostra tendenza a valutare e giudicare, da mille punti di vista, i libri che leggiamo è da sempre parte essenziale delle nostre pratiche di lettura, e nessuno può seriamente pensare di eradicarla a colpi di bit). Il punto è riconoscere il grande interesse che anche analisi ‘distanti’ e quantitative possono avere per ricostruire generi e correnti letterarie, fortune, tendenze, ‘topoi’ narrativi e argomentativi. E domandarsi magari (a questo volevo arrivare) se questo tipo di metodologie e di strumenti non possa essere interessante anche in ambito filosofico.

Certo, nel caso della filosofia (e già questo è un dato interessante) il rapporto quantitativo fra ‘canone’ e produzione complessiva appare oggi molto meno squilibrato che nel caso della letteratura: la produzione filosofica è infatti (oggi!) assai più limitata di quella letteraria. E tuttavia anche nel caso della filosofia uno squilibrio indubbiamente esiste, ed è esistito in passato: per limitarmi a un periodo e a un ambito geografico di cui mi sono occupato, lo rappresenta molto bene fin dal titolo il libro di S. Wollgast, Vergessene und Verkannte. Zur Philosophie und Geistesentwicklung in Deutschland zwischen Reformation und Frühaufklärung[5]. Anche in filosofia gli autori ‘dimenticati’ sono molto più numerosi di quelli entrati nel canone. Un’applicazione anche al campo filosofico dell’idea, degli strumenti e dei metodi del ‘distant reading’ sarebbe credo fruttuosa, e potrebbe forse contribuire a recuperare in una prospettiva nuova alcune delle intuizioni e dei risultati interpretativi legati in particolare (ma non unicamente) alla storia delle idee.

Gino Roncaglia

[1] Franco Moretti, Distant Reading, Verso, London – New York 2013.

[2] Stephen Marche, Literature Is Not Data: Against Digital Humanities, Los Angeles Review of Books, October 28, 2012.

[3] Charles Baudelaire, Le public moderne et la photographie, in Salon de 1859, trad. it Il pubblico moderno e la fotografia, in Charles Baudelaire, Scritti di estetica, Sansoni, Firenze 1948, p. 117.

[4] Su cui suggerisco eventualmente di leggere l’interessante articolo di Chad Wellmon Sacred Reading: From Augustine to the Digital Humanists, in The Hedgehog Review v. 17 n. 3, fall 2015, in rete alla pagina http://iasc-culture.org/THR/THR_article_2015_Fall_Wellmon.php.

[5] Akademie Verlag, Berlin 1993.

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