EPISTEMOLOGIA DELL’AMORE

11282281_1636507239918026_1139056983_nSecondo l’impareggiabile Marcello Marchesi, “Nessuno è ateo in trincea”. Ora, al di là delle trincee di una vera guerra, che i più di noi fortunatamente non hanno praticato, c’è una sorta di trincea, nemmeno tanto metaforica, nella quale invece tutti noi ci siamo ritrovati invischiati a combattere, più o meno a lungo, certo, e più o meno consapevolmente, ma sempre (dis)armati fino ai denti e inzaccherati fino al midollo: quella dell’amore.
Non voglio dire che nella trincea dell’amore il nemico sia necessariamente l’amata/o, anche se può certo capitare, ma spesso e volentieri il nemico più subdolo e talvolta persino invincibile siamo proprio noi stessi. Ciò che ci frega è appunto il fatto che in trincea non possiamo essere atei, e dunque non possiamo non credere in qualcosa (nel senso che crediamo in qualcosa di più del semplice non credere in qualcosa). In altri termini, solitamente non riusciamo a restare pacati, oggettivi, ordinati, attenti osservatori e indagatori delle dinamiche psicologiche nostre interne e di quelle esterne riguardanti la relazione con la/il partner, né riusciamo a vivere il distacco zen dell’agnostico, a sospendere il giudizio o al più credere in qualcosa di razionalmente fondato. Siamo invece preda di quell’arabesco impazzito dei nostri desideri, ansie, delle nostre paure, insicurezze, debolezze, speranze, siamo insomma alla mercé, più o meno consciamente, più o meno subdolamente, di quella nostra irrazionalità “di default” che in un battibaleno ci trasporta verso l’autoinganno, e spesso con biglietto di sola andata.
E dunque, anche nelle storie d’amore più pacifiche (ma esistono?… va da sé che l’espressione è provocatoriamente ossimorica…), accade non di rado che momentanee rotture dell’equilibrio strategico ci catapultino in piccole e anche grandi battaglie tattiche, e quindi ci costringano ad approntare delle operazioni belliche che, siano esse difensive, o d’attacco, si risolvono comunque in epiche sconfitte – si noti: per entrambe le fazioni – sul campo della razionalità, nonostante a tavolino tali operazioni ci siano apparse ben pianificate, circostanziate, con tutti i crismi della ragione.
L’aspetto ridicolo e tragico assieme, tanto teneramente quanto abissalmente umano, è che, come dicevo, anche quando la/il partner sono nostri amici o fedeli alleati, almeno (al più!) temporaneamente, dunque anche quando non c’è un reale pericolo “là fuori”, noi comunque indefessamente ci agitiamo, nelle nostre trincee, per poi lanciarci urlanti in battaglie più o meno furiose, più o meno disperate, ma dove il nemico o l’amico traditore alla fine siamo banalmente noi stessi. Son spesso scontri creati dalla nostra irrazionalità, dai nostri equivoci, dai nostri errori cognitivi, quindi in un certo senso sono tensioni che al momento sentiamo reali ma che in fondo hanno un’origine illusoria. Nei pochi casi in cui ce ne rendiamo conto, sempre tardi e con un beffardo senno di poi, ci ritroviamo a sottoscrivere, se va bene con amara sconfortata ironia, quanto ammetteva Mark Twain: “Sono passato attraverso momenti davvero terribili nella mia vita, alcuni dei quali sono realmente accaduti”.
Ma tant’è, alla fine di ogni guerra siamo già dimentichi delle macerie attraversate, e in men che non si dica siamo lì con il piccone in mano a scavarne un’altra, di trincea, entusiasti di venir ricatturati dall’eroico grido di battaglia dei nostri imperituri sensi.
Altre volte, invece, non ci rendiamo nemmeno conto di essere impantanati in una trincea: mal interpretando fatti o parole o gesti, nostri o del partner, tramite quelle poche schegge residue di una logica ormai rimaneggiata dal dominio dei desideri, crediamo pacificamente che tutto va benone e… ed è così che, nel bel mezzo di una gragnola di pallottole vaganti, bel belli tiriam su la testa a rimirar le lumeggianti stelle del desio e…
A questo punto, se non vogliamo, o non possiamo, farci alleati quei mercenari degli analisti, psicoterapeuti, psicologi, e strizzacervelli vari, o se non vogliamo cader prigionieri di multiammalianti astrologie, e maghe, e fattucchiere e riti apotropaici d’ogni sorta, possiamo però farci fedele amica e alleata consigliera la filosofia. Sì, avete capito bene, la filosofia, ma non quella spicciola, da tasca o da salottino mondano, o quella consolatoria asciuga-lacrimuccia, né (con tutto il rispetto) quella morale, o ancora quella pacificatrice, misticheggiante, orientaleggiante, olisticheggiante, ecc. ecc. No, possiamo invece affidare le cure di quei nostri sparuti neuroni scampati all’apoptosi passionale a quella che è una epistemologia dell’amore, vale a dire, un approccio alle questioni amorose che usa le nozioni e i metodi dell’epistemologia. L’epistemologia dell’amore studia dunque la fondatezza delle credenze amorose, che sono credenze, dal punto di vista epistemologico, come tutte le altre: alcune ben giustificate, altre meno, altre per nulla. Per esempio, noi sappiamo – sulla scorta di quanto sostiene la quasi totalità della comunità astronomica mondiale – che l’universo si sta espandendo: ci possiamo credere perché abbiamo diverse giustificazioni a sostegno. Quindi, possiamo parlarne come di una conoscenza che abbiamo sull’universo, avendone appunto delle credenze vere e giustificate (per carità, sempre rivedibili). Ma possiamo dire di sapere che Giuseppina mi ama? Abbiamo, anzi ho – visto che dubito che questa liaison possa interessare alla comunità mondiale – valide giustificazioni per credere che certi comportamenti miei e soprattutto di Giuseppina fondino il suo amore per me?
Bene, se avete dei dubbi sulla vostra Giuseppina (li avete… li avete…), un buon punto di partenza per cominciare a scioglierveli, o almeno a riassettarli un tantinello, è un piccolo ma delizioso libro di due filosofi, José A. Diez e Andrea Iacona, Amori e altri inganni. Trattatello filosofico su ragioni e passioni (Indiana Editore, 2014). Il primo è docente di Epistemologia e Filosofia della Scienza all’Università di Barcellona, il secondo è docente di Logica all’Università di Torino. Sia allora chiaro: il tema è serio, nonostante questo mio scritto.
Perché riflettere su tali questioni, cioè sulle credenze amorose (in)giustificate, non da un punto di vista morale, sociologico, psicologico, sentimental-poetico, ma dal punto di vista dell’analisi epistemologica? La risposta è semplice: “In linea di massima, anche se non sempre, è meglio non credere piuttosto che credere senza giustificazione. La giustificazione è una guida verso la verità: se una credenza è giustificata, allora è ragionevole pensare che sia vera. E siccome le azioni si fondano sulle credenze, è generalmente più utile avere credenze vere che avere credenze false”, affermano gli autori (pp. 15-16). Orbene, volete credere nel vero amore? Studiatene l’epistemologia! Non ci volete credere? Studiatela lo stesso, almeno avrete delle valide giustificazioni da spiattellare in faccia ai più obnubilati idealisti!
Il libricino è ben scritto, piacevole, appagante, rigoroso e chiaro, e alla fine dispiace che sia finito così presto. Uno dei piaceri della sua lettura è che si sente quel ragionare “pulito” tipico di chi, nell’affrontare una questione per nulla banale, si libera via via degli orpelli distraenti, o comunque non direttamente pertinenti ad essa, e ne va, è proprio il caso di dirlo, al cuore. Così sentirete definire l’amore come uno stato disposizionale, dire che l’amore ammette gradi, che l’amore è una relazione non simmetrica, che x desidera y perché crede che p, mentre y crede che x non ami y perché x non fa z (eh sì, le formalizzazioni dell’amore non somigliano ad espressioni d’annunziane, ma sono precise, vivaddio, e almeno non attentano alla glicemia…), sentirete parlare di credenze di secondo ordine, troverete un’analisi delle fallacie “del perché sei tu”, “del perché sei così”, “dell’amor perduto”, “dei fiori”, “del Concorde”, e di altre ancora, riguardanti anche il disamore, e capirete cos’è il wishful thinking, e cos’è il wishful seeing, vere infestazioni per i cuori penanti. Il tutto con situazioni paradigmatiche prese dalla realtà, nelle quali, se siete sinceri, prima o poi vi ritroverete.
Brevissimamente, il wishful seeing, o “veder desideroso”, è quel fenomeno psicologico – racchiuso nel classico detto “l’amore è cieco” – che distorce le nostre percezioni di innamorati, e che ci fa percepire ciò che si vuol percepire, e non percepire quello che non si vuole. Il caso paradigmatico è quando la nostra amata ci appare – va da sé, digiuni da alcool, sostanze psicotrope e droghe varie – come una stangona, mentre di fatto è una tracagnotta. Naturalmente esistono infinite casistiche meno grossolane, ma ben più appiccicose e problematiche.
Simile fenomeno psicologico è il wishful thinking, o “pensar desideroso”, che consiste nel credere a qualcosa o a uno stato di cose sol perché desideriamo quel qualcosa o quello stato di cose, o, all’opposto, consiste nel non crederci, sol perché non lo desideriamo. Tipicamente, in questi casi non solo non abbiamo ragioni a sufficienza per le nostre credenze, ma talvolta abbiamo pure evidenze contrarie, che noi puntualmente sottostimiamo o addirittura non consideriamo. Crediamo alle nostre credenze appunto perché scatta un meccanismo che da una parte ci fa sopravvalutare l’evidenza favorevole ai nostri desideri, dall’altra ci fa sottovalutare l’evidenza contraria a questi. Ognuno di noi si è imbattuto (oltreché in se stessi, ma già l’avete capito) in casi in cui l’influsso dei desideri sulle credenze ha dato luogo a dei veri e propri travisamenti della realtà e conseguenti travasamenti nell’inganno, con conseguenze ridicole, spiacevoli o dolorose. L’esempio banale è quello di un amore non corrisposto: chi ama tende a leggere i comportamenti dell’altra/o, anche belli, d’affetto e d’apertura, come segni d’amore, quando invece possono anche essere solamente dei bei comportamenti, di solo affetto e di sola apertura; se poi magari questi ultimi sono pure accompagnati da altri evidenti comportamenti d’indifferenza o di lontananza, ma che non tangono le valutazioni sospiranti dell’innamorata/o, ecco in lei/lui comparire all’orizzonte, nei deserti della materia grigia, proprio i miraggi tipici del wishful thinking… Ma del resto bisogna riconoscere che non è banale smascherare i meccanismi dell’autoinganno, e che è assai duro accettare la realtà dei fatti, spesso nonostante le chiare evidenze empiriche: “Ti stai sbagliando chi hai visto non è, non è Francesca…”, cantava Lucio Battisti.
Qualcuno – magari poco avvezzo ai sanguinolenti piaceri conoscitivi della “dissezione” razionale – potrebbe pensare che passare al bisturi analitico le nostre credenze in amore possa far perdere quell’aura di magia e mistero, incertezza e batticuore, sogno e vattelapesca spiritual-misticheggiante, che questo sentimento si porterebbe appresso nei lidi dell’Assoluto. Ma rivelarne gli errori cognitivi non significa affatto intaccare in toto le emozioni, né tantomeno ritenere che esse siano sempre frutto di inganni. Significa piuttosto cercare di spazzar via la nebbia artificiale dei nostri inutili psicodrammi e far rilucere la bellezza di ciò che di reale, anche se talvolta doloroso, resta. Anzi: io credo a quanto diceva il geniale fisico Richard Feynman, ossia al fatto che conoscere come è fatto un fiore, la sua struttura interna, i suoi stami e pistilli e le loro funzioni, non intacca di un nonnulla la bellezza estetica del fiore, ma la arricchisce con la bellezza interiore legata alle meraviglie delle sue qualità nascoste, che solo agli occhi chirurgici dello scienziato si disvelano. Anche nei sentimenti forse è così: se imparassimo a leggere meglio le loro manifestazioni con gli occhiali filtranti della razionalità, dunque anche della filosofia (di una certa filosofia), riusciremmo magari a godere di racconti più veritieri e armoniosi, e di emozioni più cristalline: forse non saremmo necessariamente più felici, ma illudendoci e autoingannandoci meno, magari soffriremmo meno, vivremmo meglio l’amore conoscendolo meglio e incontrandolo forse meno ma meglio, insomma arrederemmo con un gusto un po’ più sensato le trincee quotidiane in cui ci arrabattiamo.
Intendiamoci, le mie sono solo “belle” e facili parole, e in fondo questo libricino non vi cambierà la vita: anche dopo la sua lettura tutti noi continueremo a sguazzare nei (malum)(buon)umori delle nostre orge autoingannatrici, visto che in ballo ci sono emozioni, belle e brutte, che sovrastano, almeno nei momenti più hot, le nostre capacità di discernimento. Ma è un primo passo per fare un po’ di pulizia e disincrostare qualche meccanismo psicologico, e magari cominciare a un esercizio guidato il nostro spirito critico sempre dannatamente atrofico in tema sentimentale, mettendo almeno a fuoco le due (ovviamente sto ignominiosamente semplificando) opzioni in gioco per decidere in quale tentare di dimenarsi: crogiolarsi nell’autoinganno e credere piacevolmente, ma senza averne valide giustificazioni, che Giuseppina mi ami, o ammettere dolorosamente che invece ci sono valide ragioni per credere che lei non mi ami? Beh, penso sia più dignitosa, e alla lunga salutare, la seconda opzione. Ho il sospetto, però, che, in fondo in fondo, checché se ne possa ritenere, non sia la più praticata. Esposta così la scelta è ovvia anche per un marziano, ma nelle infinite luciferine sfumature con cui ci si presenta sfacciatamente la vita, ho l’impressione che noi terrestri spesso stentiamo a riconoscere le fauci della prima, finendo così, quasi ignari, per scivolarci dentro, perché sì, confessiamocelo, alla fine della fiera è più allettante un “sentirsi bene” che un “sentire la verità”, e questo per qualche googolplex di motivazioni sulle quali non è qui il caso di soffermarsi, visto che ho già profanato a sufficienza la serietà dell’argomento.
Poi, fino a che punto la filosofia riesca a cogliere la “vera verità” in un campo tanto complesso qual è quello delle relazioni amorose, è un altro paio di maniche. Ricordate il grande filosofo A. J. Ayer? La filosofia “tends to show that we can’t really know lots of things which we think we know”. Già, ma anche questa tendenza, se puntualmente giustificata nella molteplicità delle sue manifestazioni, delineerebbe pur sempre una forma significativa e ponderata di conoscenza, dunque un bottino mica da poco in magri tempi di trincee.
(Un bacio a Giuseppina)

Giovanni Macchia

4 commenti
  1. Flavia Marcacci
    Flavia Marcacci dice:

    Leggerò il libro, direi appena mi arriverà. Ma una domanda è d’obbligo: svelate le fallacie dell’amore, come svelare la logica dell’amore? Poiché in trincea si pensa male, si stenta a ragionare. Dunque è importante arrivarci bene, magari armati di un tenace principio di non contraddizione, volendo anche in una sua estensione modale. Detto questo, concordo sulla prospettiva di fondo: sentirsi bene può sembrar meglio che sentirsi veri. E questo induce molti errori. Aggiungo: col tempo sentirsi bene può annoiare, sentirsi veri pacificare. Il principio di identità esplode e fa convergere la vita sulla Caterina di turno (mi permetto, ops, sul Roberto di turno). Così il paradosso dell’amore assoluto (ti amerei lo stesso anche se tu fossi un altro) si estingue sull’irriducibile singolarità di quella sostanza prima che ti trovi accanto. E resta solo una cosa: che la trincea è inevitabile, per tutti, ma vissuta nell’amore ha tutto un altro sapore. Quello che serve è una seria logica (meglio formale e formalizzata, per i miei gusti) dell’amore. Grazie Giovanni. Di cuore.

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    • Pietro Bondanini
      Pietro Bondanini dice:

      Stando a quel che leggo la logica sembra sostituirsi all’amore e la felicità sarebbe raggiunta con l’abbandono dei sentimenti di bontà e di bellezza. Ecco, appare a tutto tondo il problema che ci assilla e ci dobbiamo chiedere se le nostre finalità esistenziali consistano nel soddisfare i desideri materiali oppure quelle di assicuraci un’apprezzabile qualità di vita mirata al bene e al bello. La prima opzione sembra essere valida se non rimane fine a sé stessa ma sia considerata col faro puntato sulla seconda.
      Non pochi dovrebbero conoscere la trincea nella quale vegetano e cercare di uscirne, perché in quel fosso lungo e stretto ci si va da volontari ma soprattutto da coatti. Così l’episteme contingente non sarebbe Dio e neanche amore, ma la follia, come questa immensa dei nostri giorni.

      Rispondi
  2. Giovanni
    Giovanni dice:

    Cara Flavia, al momento non saprei risponderti compiutamente, ma la sto studiando, la logica dell’amore, e conto di formalizzarla prima che il sole diventi una gigante rossa… ho un’ideuzza niente male che usa un linguaggio quaternonial-simplettico adattato a spazitempo planckiani multiconnessi ma godelianamente compattificati su una base matriciale pseudo-quanto-tarskiana… Scemenze a parte, c’è chi dice – ma sono pochi, credo, e io, che ho un debole per le minoranze, forse presto mi arruolerò fra questi – che in fondo non si ha bisogno di una logica dell’amore per vivere bene l’amore stesso, e forse nemmeno per comprenderlo. In soldoni, quando ci si è liberati dalle nostre irrazionalità, o meglio: dai nostri comportamenti irrazionali, che letteralmente infestano e lobotomizzano le nostre vite quotidiane, l’amare in sé diventa una pratica semplice, pressoché naturale – scevra di tanti comportamenti personali insensati, di tante intermediazioni moral-culturali problematizzanti e di tante sofisticherie intellettualoidi (il più delle volte non (tentativi di) soluzioni, ma proprio espressioni di quelle irrazionalità)–, insomma, esagero, l’amore diventa poco più che respirare (e chiedo scusa agli asmatici). E dubito che la logica del respirare, ammesso che ve ne sia una, sia particolarmente complessa, né che ci serva conoscerla per respirare bene. Il vero ostacolo è, appunto, sbarazzarsi delle nostre irrazionalità in generale, che vanno ben oltre l’amore, e ritrovare dei comportamenti espressivi e non repressivi, ossia una “ragionevolezza” che è, in fondo, una ritrovata adesione alla nostra “naturalità”, quella che tutti noi avevamo ancor prima di sapere di averla e che il più delle volte ci è stata seviziata, senza manco accorgersene, nella nostra infanzia, in primis dai genitori, e poi dal resto della società. Dunque, forse, non ci serve una logica dell’amore, perché già la “sappiamo”, ci serve solo “liberarla”. Nulla di idilliaco, nonostante questi miei termini un po’ “ariosi”, né di spirituale, ma qualcosa di quasi brutalmente biologico: insomma, solo “ragionevole natura”. Ma mi fermo qui: non sono esperto, né voglio farlo. A presto!
    Giovanni
    Ps: Non confondiamo Caterina con Giuseppina, per favore… 😉

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