È VERO CHE GLI EBREI SONO PIU’ INTELLIGENTI DEGLI ALTRI?

 

downloadNella prima pagina del bel libretto di Diana Sinigaglia, Storielle ebraiche, ma anche non, Aras, 2020, si racconta di una coppia di ebrei che bisticcia, perché lui, Amos, sostiene che gli ebrei sono più intelligenti degli altri, mentre lei, Dalia, non è d’accordo. Questa è una discussione tipica fra gli ebrei secolarizzati, alcuni dei quali si sentono comunque ancora diversi dagli altri, mentre altri vorrebbero dimenticare la loro ebraicità.

La Secolarizzazione di solito si fa risalire all’Illuminismo settecentesco di Moses Mendelsshon, ma ha avuto un’ulteriore forte spinta nel Secondo Dopoguerra, come reazione alla Shoà. La sensazione di identità ritrovata viene provata infatti anche da Simone, protagonista della novella “Il certificato”, sempre della Sinigaglia, quando egli stringe tra le mani il suo attestato del Bar Mitzvah, rito ebraico adolescenziale, che invece compie ormai anziano casualmente durante un viaggio turistico nel quartiere ebraico di New York. Simone aveva perso il padre nel rastrellamento del ghetto di Roma ed era stato allevato come un gentile. Né prima di quel viaggio aveva mai pensato di recuperare i riti ebraici.

Ma torniamo alla nostra questione, su cui litigavano Amos e Dalia. In effetti, si calcola che circa il 20% di tutti i premi Nobel assegnati sia stato ricevuto da personalità di origine ebraica, quando questa popolazione è circa il 2% di quella mondiale. Dunque la probabilità che un ebreo vinca il Nobel è dieci volte quella di un gentile. Di questa strana asimmetria abbiamo innumerevoli conferme. Il celebre filosofo italiano Achille Varzi, che insegna alla Columbia University di New York, mi raccontava che di solito ai suoi corsi di logica, frequentati da circa cento studenti, dopo un mese si formava un gruppetto di punta dei dieci più in gamba, di cui nove erano ebrei. Percentuale molto maggiore d quella degli ebrei iscritti al suo corso.

Quindi è vero: gli ebrei sono una razza più intelligente?

Se prendiamo in considerazione le acute riflessioni di Guido Barbujani nel suo bel libro L’invenzione delle razze. Capire la biodiversità umana. Bompiani, 2006, la risposta non può che essere negativa. Infatti, la diversità genetica fra gli individui appartenenti al genere umano è troppo piccola, troppo casuale e riguarda quasi esclusivamente geni legati agli aspetti esteriori del corpo umano, cioè quelli che sono stati modellati nella nostra storia evolutiva dal clima. Questo dimostra che dal punto di vista biologico è poco probabile che ci sia una differenza fra gli ebrei e i gentili, che possa distinguere l’intelligenza degli uni da quella degli altri.

Se i geni non contano, allora dobbiamo trovare una spiegazione culturale di questo fenomeno, cioè delle buone prestazioni intellettuali degli ebrei. Ne sono state fornite tante, spesso rifacendosi alla tradizione biblica. Credo però che la risposta sia molto più semplice.

La psicologa americana Angela Duckworth, in un bel libro dal titolo Grit. The power of passion and perseverance, Scribner, 2016, tradotto in italiano da Giunti, ha mostrato che le persone di successo in media non hanno tanto un alto quoziente di intelligenza, quanto un alto quoziente GRIT, che letteralmente significa “grinta”. In altre parole, per raggiungere i risultati, ciò che conta, ancor più delle capacità, è la determinazione.

Se queste considerazioni psicologiche sono ragionevoli, allora possiamo ipotizzare che gli ebrei, in media, abbiano più grinta degli altri nello studio. E perciò dobbiamo chiederci da dove venga questo straordinario impegno nell’apprendere che è alla radice di così tanti importanti successi.

Mia nonna Anna Curiel Fano, autrice del bel romanzo autobiografico Giorgio e io, Marsilio, 2005, era ebrea al cento per cento. Io invece lo sono solo per metà. Ricordo che, quando adolescente mi mettevo al tavolo con un libro, lei si avvicinava e mi guardava assorta e con rispetto. E prima di allontanarsi, mi ripeteva “sei uno hacham”, cioè, in ebraico, un erudito della Torah, un saggio. Mentre studiavo, inoltre, nessuno degli adulti mi chiedeva di svolgere le classiche incombenze che si appioppano ai ragazzi, come lavare i piatti, o mettere in ordine la propria stanza. In altre parole, nelle famiglie ebraiche, anche quelle secolarizzate, lo studio è sacro, così come era sacro quando si studiava solo la Torah e il Talmud. In questo ambiente culturale si incentiva fortemente lo studio e lo si considera come un valore da porre al di sopra di quasi tutto il resto.

Credo che questa sia la ragione semplice degli innegabili successi degli ebrei nel campo del sapere. E forse il rispetto dello studio e della ricerca potrebbe essere considerato un contributo veramente universale che gli ebrei hanno dato all’umanità. Non che solo loro abbiano spinto in quella direzione, ma certo le hanno attribuito notevole importanza.

 

Vincenzo Fano

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *