COSCIENZA E INTENZIONALITA’

tree-ringsTra gli anni ’70 e ’90 del secolo scorso si è affermata una vulgata in filosofia della mente che sostanzialmente avanza, rispetto alle due proprietà salienti del mentale, coscienza e intenzionalità, le due tesi seguenti: mentre siamo ormai stati in grado di naturalizzare l’intenzionalità, di rendere cioè l’intenzionalità, la proprietà degli stati mentali di vertere su qualcosa o avere un contenuto, una proprietà che può essere oggetto di studio delle scienze naturali, è altamente difficile che si possa fare qualcosa del genere per la coscienza, almeno per quel che riguarda la cosiddetta coscienza fenomenica, la proprietà degli stati mentali, o almeno alcuni di essi, di avere un certo carattere fenomenico, ossia il fatto che intrattenere tali stati fa un certo effetto – impalpabile ed elusivo quanto si vuole, ma indiscutibile.

Sono fondamentalmente convinto che questa vulgata sia sbagliata, perché le cose stanno verosimilmente all’opposto. Da un lato, nessuna teoria è riuscita effettivamente a naturalizzare l’intenzionalità, a dare condizioni necessarie e sufficienti perché l’intenzionalità sia trattata come una proprietà propria delle scienze naturali, anzi ci sono probabilmente ragioni di principio per cui ciò è impossibile. D’altro lato, nonostante tutti gli esperimenti di pensiero che dovrebbero aver mostrato il contrario (spettri invertiti, zombie, l’argomento della conoscenza), rimane assai probabile che una proprietà fenomenica coincida con una proprietà fisica, o almeno sopravvenga necessariamente su di essa, in quanto tutti i suddetti esperimenti possono essere opportunamente reinterpretati come compatibili con tale probabilità.

Questo non significa peraltro né che l’intenzionalità sia una proprietà magica, né che il mistero della coscienza sia dissipato. Da un lato, dire che l’intenzionalità non è una proprietà naturalizzabile è compatibile con l’idea che avere stati mentali dotati di intenzionalità non confligga con l’ordine naturale del mondo; l’avere per tali stati un’intenzionalità non naturalizzabile non rompe infatti la chiusura causale del mondo fisico. D’altra parte, dire che le proprietà fenomeniche sono proprietà naturalizzabili non significa ancora che l’avere uno stato mentale con quelle proprietà sia lo stesso che avere uno stato fisico con le stesse proprietà; intrattenere per il primo una tale proprietà non è lo stesso che intrattenere per il secondo quella stessa proprietà.

Certamente peraltro, se queste due proprietà salienti del mentale si potessero ridurre ad una sola o perlomeno l’una e non l’altra fosse il marchio del mentale, la caratteristica distintiva di ciò che fa di uno stato uno stato mentale, avremmo un’immagine precisa del rapporto tra stati mentali e stati fisici; almeno una certa indipendenza nel caso dell’intenzionalità, almeno una certa dipendenza nel caso della coscienza. Ma è dubbio che l’intenzionalità possa fare da marchio del mentale: non solo ci sono portatori di intenzionalità che non sono certamente stati mentali, ma ci sono nonostante tutto stati mentali qualitativi che non passano i criteri per avere intenzionalità. Per fare invece della coscienza fenomenica il marchio del mentale, bisogna che si accetti che tutti gli stati mentali occorrenti abbiano un carattere fenomenico e che i cosiddetti stati mentali disposizionali o inconsci siano mentali solo apparentemente. Se così stessero le cose, il buon vecchio Cartesio, colui dal quale la filosofia delle mente trae origine come disciplina filosofica particolare, avrebbe avuto almeno una parte di ragione.

Alberto Voltolini

 

1 commento
  1. Pietro Bondanini
    Pietro Bondanini dice:

    Indipendentemente dal fatto che le scienze umane possano unificarsi con le scienze naturali, ritengo che l’intenzione sia il motore del processo dell’azione umana finalizzata al comportamento. In ogni tempo storico, l’azione nasce dal bisogno associato alla percezione delle risorse necessarie a soddisfarlo attraverso un progetto di riferimento associato ad un percorso.
    Ogni Progetto si articola in una sequenza di fasi da intendere come Ordine di Processo. Per i fini che sono loro propri, le fasi sono sei e sono caratterizzate dalla:
     
    1. Sensibilità nel percepire i Bisogni da soddisfare riguardo alle aspirazioni dello Spirito sommosso dal Sentimento che è base della Qualità di Vita prospettata sulla traccia dell’idea di Benessere.
    2. Volontà di procurarsi le Risorse seguendo Principi etici personali o condivisi.
    3. Determinazione nell’applicare le proprie capacità in coscienza dell’adeguatezza delle attitudini per conseguire risultati coerenti con la Morale e con l’Estetica.
    4. Decisione nel predisporre con la dovuta Passione le azioni previste dal Progetto.
    5. Creatività nell’agire d’Impulso.
    6. Verifica dell’efficacia d’ogni singola fase e l’effetto di ognuna di queste, sull’orizzonte esistenziale.
     
    Le prime tre fasi sono prevalentemente collocabili nell’area della Coscienza sotto il dominio dei Sentimenti, mentre la quarta e la quinta nell’area della Responsabilità sotto il dominio della Ragione. Il sesto è l’Elemento chiave che porta il Progetto al sicuro successo; ma il dilemma consiste nell’immaginare come e dove collocarlo.
    La definizione univoca di Felicità in termini di Qualità di Vita, come fosse una formula scientifica, non esiste!
    La Felicità, variabile indefinibile e incommensurabile, non è materia che interessa l’ingegnere il quale, per ogni sua singola decisione, pone a capo della sua opera la verifica dei dati reali con un progetto che ignora i fenomeni trascendentali. Tuttavia, per tale ragione, non può essere trascurata, perché la Felicità è l’essenza della vita e costituisce il nocciolo delle aspirazioni umane.

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