COME PUO’ LA FENOMENOLOGIA IN TECNICOLOR SORGERE DA UNA MATERIA GRIGIA E MOLLICCIA?

ef-ciabatte_docciaCon questa provocatoria domanda Colin McGinn comincia un suo famoso articolo del 1989 dove nega che l’uomo possa trovare una risposta scientifica a tale questione, anche se la soluzione ci sarebbe.

Quindici anni prima Thomas Nagel aveva sostenuto qualcosa di in parte simile, cioè che noi non potremmo mai avere una buona spiegazione di che cosa si prova a essere un pipistrello, che “vede” il mondo soprattutto attraverso i suoi sonar.

Nonostante importanti tentativi di Edelman, Crick e Coch, Tononi ecc. siamo ben lungi dall’avere buone risposte a questa domanda. Tanto che restano sempre di moda le due risposte estreme, cioè quella eliminativista di Dennett, secondo cui la coscienza non esisterebbe, e quella dualista di Descartes, secondo cui essa sarebbe fatta di una sostanza diversa e indipendente dalla materia grigia e molliccia.

Prima di provare a rispondere a tale domanda, tentiamo di chiarire che cosa sarebbe una buona teoria delle mie ciabatte! Esse innanzitutto sono un oggetto della mia percezione. Noi abbiamo un linguaggio abbastanza ricco per descrivere tale oggettualità percepita: sono blu, di materiale plastico, abbastanza rigide, ma un po’ elastiche, hanno una forma simile a quella del mio piede ecc. Questo è utile, ma una buona teoria delle mie ciabatte dovrebbe spiegarmi i loro comportamenti in una serie di situazioni critiche: perché cadono per terra se le lascio andare? Perché sono elastiche? Perché sono impermeabili? Ecc. Basandoci sulla meccanica classica, sulla teoria dell’elasticità e su un po’ di chimica abbiano ragionevoli risposte a tali questioni. Però possiamo provare a chiedere di più. Noi sappiamo che le ciabatte ci appaiono da un particolarissimo punto di vista, cioè il nostro, che è parziale e limitato. Possiamo allora domandarci come sarebbero fatte le ciabatte se non le percepisse nessuno. Anche qui abbiamo buone risposte parziali: sono fatte di certi tipi di atomi legati in un certo modo che è almeno in parte noto.

A questo punto sorge una ben nota domanda, posta con chiarezza da Wilfrid Sellars e che ha suscitato un ampio dibattito: abbiamo una buona spiegazione dell’immagine manifesta delle ciabatte, basata sulla loro immagine scientifica? Cioè possiamo spiegare perché le ciabatte ci appaiono in un certo modo, dato che sono fatte così e così? La risposta è: in parte sì; infatti, ad esempio, le ciabatte sono blu e non grigie come il pavimento, poiché riflettono una frequenza diversa di luce. In generale abbiamo accettabili spiegazioni delle differenze percettive, ma non della loro qualità assoluta. In altre parole non esiste una buona risposta a domande del tipo: perché la lunghezza d’onda di 450 nanometri ci appare blu.

Il mondo in un certo senso ci è dato, ma qualsiasi descrizione o spiegazione di tale datità, per forza di cose, deve astrarre da essa e inquadrarla concettualmente. In altri termini in qualsiasi spiegazione scientifica delle mie ciabatte c’è un residuo, che non può né deve essere spiegato, cioè la loro datità assoluta. Tale datità assoluta ispira e circola in tutte le nostre spiegazioni e descrizioni delle ciabatte, ma non è un oggetto di spiegazione scientifica.

Facciamo un altro esempio. I gesuiti esplorarono nel Seicento la Bassa California e un po’ alla volta ne costruirono un’ottima mappa. Attenzione, qui abbiamo tre livelli: le percezioni dei gesuiti che gironzolano per la regione, la regione e la mappa della regione. La mappa della regione è una descrizione parziale della regione, basata sulle percezioni dei gesuiti. Ora ci chiediamo: ma la nostra rappresentazione della regione spiega perché essa ai gesuiti appare in un certo modo? Di nuovo, in parte sì, altrimenti la mappa non sarebbe utile per viaggiare in Bassa California; tuttavia non spiega tutta tale apparenza.

A questo punto arriva un filosofo, chiamiamolo Pasternak. Pasternak mette insieme tutta questa roba qualitativa e la chiama “coscienza”. Facciamo un esempio. Certe persone sanno fare le quattro operazioni, ma come ci si sente a saper fare le quattro operazioni? Della prima competenza abbiamo buone definizioni e test di controllo, del secondo vissuto non abbiamo una chiara spiegazione. Pasternak vuole una spiegazione scientifica della coscienza. Allora entra in scena un altro filosofo, chiamiamolo Uliano. Uliano dice, ma è ovvio: noi conosciamo abbastanza bene il cervello, sappiamo che se il cervello si danneggia, allora la coscienza almeno in parte sparisce, quindi la coscienza è un secreto del cervello! Allora si svegliano una massa di filosofi, chiamiamoli Misteriani, che dicono: ma dai Uliano, il cervello e la coscienza sono troppo disomogenei perché uno possa spiegare l’altra! Ho la sensazione che Pasternak abbia posto un falso problema, a cui Uliano ha dato una risposta senza senso e i Misteriani ritengano che ci sia una domanda là dove non è chiaro quale sia.

Rispetto al problema della coscienza mi sento un po’ deflazionista. Le esperienze qualitative e intenzionali non possono essere trattate come le mie ciabatte. Anzi la spiegazioni delle mie ciabatte prende proprio le mosse da loro. In psicologia abbiamo splendide spiegazioni dei nostri comportamenti complessi, basate su modelli controllati empiricamente, ma certo qualcosa ci sfugge, cioè l’esperienza qualitativa di coloro che implementano quei comportamenti. Tuttavia nella spiegazione scientifica qualcosa resta fuori per forza. Appunto la qualità. Essa ispira le nostre teorie ed è sempre presente in esse, ma non è il fondamento, né la giustificazione, né l’oggetto delle nostre spiegazioni. In altre parole, come probabilmente sapevano gli antichi, che erano deflazionisti, la coscienza è un po’ dappertutto, ma da nessuna parte. La scienza sarebbe impossibile senza di lei, ma non è oggetto di essa.

Tuttavia la storia non finisce qua. I nostri linguaggi naturali sono molto ricchi e possono raccontare la coscienza, a volte in modo più suggestivo di tutte le nostre teorie. Da qui nascono le raffigurazioni artistiche della qualità, di cui tutti noi siamo ghiotti.

Vincenzo Fano

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