CHI UCCIDE LE DONNE?

1464894033_5750841102831Dopo l’ultimo terribile femminicidio di Sara Di Pietrantonio, ieri sui social media un’ampia campagna si è sviluppata. I partecipanti, compreso l’autore di questo post, hanno appeso un drappo rosso fuori dalle proprie finestre di casa e di ufficio in segno di protesta.

La sensibilizzazione su questa tragedia che uccide nel mondo una donna ogni 6 ore è doverosa e sicuramente capace di diminuirne l’entità.

Tuttavia di fronte a qualsiasi fenomeno occorre innanzitutto comprenderlo nei suoi nessi causali.

Purtroppo nell’ambito dei gender studies si è ampiamente diffuso un atteggiamento intuizionistico e anti-scientifico che nuoce alla lotta contro tale estrema forma di ingiustizia.

Nello stesso ambito di studi si sente spesso sostenere la tesi – che sembra ovvia – secondo la quale la causa principale del femminicidio sarebbero i modelli culturali maschilisti.

Siamo del tutto d’accordo che i modelli culturali maschilisti, ancora ampiamente presenti nel nostro Paese, siano da condannare, poiché limitano ingiustamente la capacità delle donne di autodeterminarsi. Tuttavia la tesi che tali modelli sarebbero alla base del femminicidio va suffragata dai dati empirici.

Leggendo le statistiche al riguardo, brevemente riassunte in un efficace documento dell’OMS, si nota sì una percentuale maggiore di femminicidi nei paesi dove vigono modelli culturali maschilisti. Però il fattore ampiamente di maggior rischio è la disoccupazione dell’assassino.

Inoltre circa il 70% dei femminicidi è preceduto da violenza sessuale.

Certamente i cosiddetti “delitti d’onore” hanno cause culturali. Ma purtroppo essi sono solo una parte – e non la maggiore – dei femminicidi.

I dati invece sembrano confermare che la sessualità maschile, mediamente più violenta, accompagnata da una situazione di disagio, sia alla base di tali delitti.

Non credo che la rimozione dei modelli culturali maschilisti sarebbe sufficiente a far diminuire significatiamente questo terribile fenomeno. Probabilmente l’unico intervento veramente efficace sarebbe un processo educativo a livello di scuola e famiglia del giovane di sesso maschile eterosessuale che gli insegni a gestire adeguatamente la sua sessualità.

VF

3 commenti
  1. Giovanni
    Giovanni dice:

    Io aggiungerei anche un’altra riflessione per meglio capire il fenomeno delle violenze e dei femminicidi, molto scomoda, e, quando detta, sistematicamente mal compresa. E infatti il più delle volte, se mai pensata, significativamente taciuta.
    Data per assodata, e indiscutibile, la condanna totale di qualsiasi forma di violenza e sopruso sulle donne (e su chiunque), sposterei per un attimo i riflettori proprio sulle donne, ma non in quanto vittime: in quanto esseri umani che fanno delle scelte.
    Mi chiedo: perché non ci si interroga mai, o quasi mai, sulle motivazioni per cui un numero non esiguo di questi casi (di femminicidi, ma anche di violenze fisiche e psicologiche) vanno avanti per anni, e persino con partners diversi? Perché non ci si interroga mai sul perché le donne stanno con certi uomini?
    Domande di questo tipo, in una società ipocrita, perbenista, superficiale e manichea come la nostra, espongono quasi automaticamente all’accusa: ah, ma allora stai alludendo al fatto che è anche colpa delle donne, ma allora giustifichi gli assassini, allora pensi che se una donna si mette la minigonna se le va a cercare!… ecc, ecc.
    Ovviamente non è così, e provo a spiegarmi.
    Di solito, se per una stupida otturazione un dentista ci fa soffrire da cani, forse ci torniamo un’altra volta, ma alla terza lo mandiamo a quel paese. Perché invece spesso (potrei fare diversi esempi di casi che hanno incrociato la mia vita) ci ostiniamo a protrarre relazioni basate su dinamiche dolorose, per non dire (auto)distruttive?
    E questo, s’intenda, vale anche per gli uomini, anche se le violenze delle donne (che esistono, si veda, ad esempio, La violenza indicibile. L’aggressività femminile nelle relazioni interpersonali, a cura di A. Salerno e S.Giuliano, 2012) raramente arrivano all’assassinio, ma sono pur sempre delle torture quotidiane.
    Ovviamente l’esempio del dentista è piuttosto scemo visto che la relazione che abbiamo con lui è tanto banale quanto invece complessa è quella che si instaura con un partner, ma in entrambi i casi vi è una nostra scelta che a parte circostanze limite è libera.
    In genere, infatti, in una relazione d'”amore”, a parte quei casi di costrizioni e violenze pure (giustificate con la cultura, gli usi e costumi, le religioni, ecc) ai quali qui non mi riferisco, un uomo e una donna scelgono liberamente di stare insieme, per mille motivi che poi solitamente confezioniamo, anche giustamente, con la parola amore. Quindi, ognuno di noi, in una relazione, ha i suoi “interessi” (non solo bassamente economici, ma anche sentimentali, progettuali, ecc) a stare con il partner. E se sto con un partner che mi fa (anche) pesantemente soffrire, debbo interrogarmi sul perché ci sto.
    Perché, per dire, io sto con una donna ipergelosa che vuol far tabula rasa delle mie amicizie femminili e mi rende la vita un inferno non appena parlo con un’altra donna? Rispondere banalmente “perché sono innamorato”, o perché abbiamo due figli e/o una casa in comune, è la risposta di chi non vuol capire, e magari scaricare tutta la colpa sul partner in questione, o su una situazione esterna più o meno oggettiva. In realtà, per giustificare un’accettazione di una situazione sostanzialmente irrazionale credo che siano in ballo anche, e prepotentemente, altri fattori personali, il più delle volte di non facile lettura. Potrei chiedermi: non è forse che in me ci sono delle mancanze lontane ma dagli effetti presenti, dei desideri nascosti o sottaciuti, delle “distorsioni emotive” profonde e incomprese, che in quella gelosia trovano paradossale e distruttivo nutrimento? Non sto dicendo che io sono “sbagliato”, né che sono “malato”, ma sto dicendo che se scelgo di stare con una donna che ha certe caratteristiche è anche perché qualcosa del mio stare al mondo s’incastra, nei modi complessi ma in fondo nemmeno tanto delle nostre psicologie, con quello (ipergelosia inclusa) di quella donna. Dunque io non sono responsabile della sua ipergelosia (a meno che, certo, non faccio il galletto a destra e a manca), ma sono responsabile della mia scelta di sopportarla e di conviverci. E perché, fra tante, io mi sono innamorato proprio di lei, perché i miei comportamenti si sono “incastrati” proprio con i suoi a costituire una dinamica relazionale di coppia che alterna piaceri a dispiaceri? E perché oggi scelgo di star male? Forse perché in fondo mi dà un “tono” lamentarmi della sua gelosia e magari mi compiaccio di essere nel giusto, magari nel denigrarla e sopportarla?, o perché forse non la amo veramente ma non voglio nemmeno (infantilmente) stare solo, o perché in fondo non mi sentirei realmente amato se lei non fosse gelosa e dunque la mia stessa idea dell’amore non è poi granché, e magari anche il mio bisogno d’amore è più forte del rispetto per me stesso? O forse perché…? Oppure…? O…?
    Non sono uno psicologo, e la mia è meno che psicologia spicciola. Però, ripeto, nel tentare di capire il doloroso fenomeno dei femminicidi e delle violenze in genere, non trascurerei di interrogarmi anche sul ruolo che le donne hanno nello stare con certi uomini, visto che non è solo un ruolo passivo, succube, di debolezza, di impossibilità, ecc., ma è anche un ruolo attivo in cui, più spesso di quanto la rabbia e il dispiacere per queste storie tragiche ci fanno pensare, compaiono delle scelte, più o meno evidenti, che le donne (e gli uomini) attuano nelle relazioni distruttive di cui sono parte. E se una donna che sta con un uomo (e un uomo che sta con una donna) è perché lo sceglie, lo sceglie perché vi sono delle ragioni che motivano quella scelta, dunque vi sono delle responsabilità, che certo non ridimensionano di un nonnulla, anche perché sono in un certo senso altra cosa, quelle degli uomini violenti e assassini le cui azioni sono da condannare senza sconti.
    Mi si dirà: guarda che molti femminicidi accadono proprio perché le donne decidono di mollare il loro uomo, uomo che all’inizio non era violento. Intanto non voglio dire che la mia riflessione si applica a tutti i casi, figuriamoci, e poi – anche se non ho statistiche in mano, ma solo quanto sento in tv o sui giornali – credo che molte storie che finiscono così tragicamente non abbiano tardato a mostrare pericolose incrinature nei comportamenti dell’uomo di turno, ben prima dell’epilogo tragico. E comunque, la questione è a monte: il mio sospetto è che noi conosciamo poco noi stessi, conosciamo poco il perché delle nostre azioni e della “direzione” delle nostre emozioni, conosciamo poco l’amore e quindi lo riconosciamo dove non c’è (mai stato), magari innamorandoci di persone non del tutto equilibrate psicologicamente, non del tutto “mature”, perché il loro disequilibrio, la loro immaturità, in un certo senso si adatta ai nostri.
    Io penso che interrogarsi sull’irrazionalità di alcune nostre scelte non è colpevolizzarci, né alleviare le colpe degli altri, ma è tentare di liberarci dai nostri stessi comportamenti inespressivi e deleteri. In tal modo, forse, prima che (giustamente, per carità) tentare di disarmare la mano dell’assassino, talvolta si potrebbe togliere “a monte” l’ossigeno a quelle relazioni che i nostri bei mezzi di informazione spesso definiscono d'”amore violento”, un’ossimoro tragico che purtroppo alla lunga – lasciando passare l’idea, alla quale non pochi in fondo credono, che l’amore possa anche essere tale – non fa altro che fomentare il dolore e la confusione sentimentale.

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