L’EPIDEMIA E LA FILOSOFIA DELLA SCIENZA

MODELLI MATEMATICI E COMPORTAMENTI UMANI

2b656d3484cd629c9e43ecfe9b128bdc74966c10L’epidemia che stiamo vivendo ha portato alla ribalta i numeri, come ha notato Michela Murgia, scrittrice e dottore di ricerca in matematica. Ci sono in effetti modelli matematici abbastanza semplici che spiegano l’andamento del contagio. Tuttavia essi non sono in grado di predire quello che accadrà, se non nel breve periodo. Questo perché l’andamento dell’infezione dipende in modo sostanziale dai comportamenti umani. Dobbiamo quindi integrare i modelli matematici con fattori che tengano conto di ciò che fanno le persone. E questo è molto difficile, ma non del tutto impossibile. L’epidemiologia comportamentale, se così possiamo chiamarla, ha già ottenuto interessanti risultati nel caso dell’esitazione vaccinale. Oggi per la prima volta dobbiamo mettere a punto qualcosa di simile riguardo alla diffusione del virus e al rispetto da parte dei cittadini del distanziamento fisico.

SCIENZA E AUTORITA’ AI TEMPI DELL’EPIDEMIA

Per un attimo, lasciamo perdere le fake news, che circolano a tonnellate in questi drammatici mesi. Consideriamo, invece, opinionisti di grido o compagni dei social che, riguardo a una delicata questione di policy sanitaria, che dipende dal possesso di informazioni abbastanza certe sul comportamento del virus, per difendere la loro opinione, affermano: “Ma lo ha detto Pinco Pallino, noto virologo!”

Questa modalità di ragionare ad hominem può anche andare bene se si stesse discutendo il factum della scienza, cioè una questione più o meno assodata; tuttavia, nel caso che stiamo vivendo di una ricerca in fieri, è da evitare. Su un tema su cui si sta lavorando, l’opinione di un esperto vale di sicuro di più di quella di un non esperto, ma è ben lontana dall’essere risolutiva. Il caso Montaigner in questo senso è stato paradigmatico.

Capire la scienza in fieri significa entrare almeno un poco nel buon senso delle pratiche scientifiche; non basta cioè seguire con attenzione le opinioni di un esperto, cosa che normalmente è sufficiente per evitare le fake news scientifiche. Per essere consapevole, ogni cittadino deve, e questo è un punto cruciale, avere un po’ di dimestichezza con la filosofia della scienza.

VIRUS, AMBIENTE E TEORIA DELL’EVOLUZIONE

In questi mesi il libro di David Quammen, Spillover ha avuto un meritato successo. Le zoonosi, cioè il salto di specie dei virus da un animale all’uomo, erano un pericolo già noto prima del SARS-Cov-2. Intorno a questo problema si è però innestato uno strano ragionamento, poco convincente, secondo cui le zoonosi sarebbero causate dalla distruzione dell’ambiente. In realtà non è così. Che, sia le zoonosi, sia la distruzione dell’ambiente siano un problema è vero, ma questo non significa che il secondo causi le prime.

Le zoonosi e l’epidemia sono anche situazioni che costringono a ripensare il posto dell’uomo nell’albero della vita. I virus non sono sempre cattivi; non solo, il nostro patrimonio genetico è per il 40% di origine virale. E, infine, i virus, come direbbe Dawkins, sono dei potenti replicatori alla ricerca di un veicolo. Dunque non è nel loro interesse distruggere il veicolo che li ospita.

COME IL VIRUS STA MODIFICANDO LA RICERCA SCIENTIFICA

L’epidemia è un’occasione straordinaria per noi docenti di filosofia della scienza. Infatti in questi mesi tanti, che normalmente non partecipano ai dibattiti scientifici, si interessano di scienze naturali, ma non sono curiosi di questione ormai chiarite, bensì delle ricerche più recenti. E così molti stanno seguendo in prima persona che cosa significhi fare scienza, i fallimenti, le incertezze, i dibattiti anche al vetriolo e le ipotesi sempre rivedibili.

Non solo, l’open science ha avuto un impulso fantastico. Quasi tutte le riviste hanno messo a disposizione di tutti non solo i repository scientifici – cosa che accadeva anche prima – ma anche gli articoli pubblicati.

Inoltre, l’enorme massa di dati ha reso fondamentale l’uso di algoritmi per recuperare le informazioni dai database dei più di ventimila articoli usciti dall’inizio dell’anno sul nuovo coronavirus.

Infine sono aumentate molto le conferenze e gli incontri on line, che semplificano grandemente la comunicazione e la collaborazione scientifica.

LA SCIENZA RESUSCITATA

L’egemonia culturale di Croce e Gentile, in Italia, non è mai venuta meno. Ancora oggi nessun intellettuale si vergogna di dire che non capisce di matematica, ma se non ricorda il nome di un personaggio oscuro della Commedia di Dante si va a nascondere.

Di questa deprecabile situazione è testimonianza la scarsa capacità di molti intellettuali di comprendere e interpretare che cosa sta succedendo in questi mesi. Essi passano dal negazionismo alle previsioni catastrofiche, senza rendersi conto che solo modelli adeguati, esperimenti e analisi dettagliate possono aiutarci a capire, almeno un poco, la situazione. E questa comprensione, che può essere acquisita solo con molta applicazione, è preziosa, per immaginare le scelte che riguardano il nostro futuro.

La Dialettica dell’illuminsmodi Horkheimer e Adorno, che tanto successo ha avuto nel denigrare i tentativi di agire razionalmente nelle policy e nella convivenza civile, si è di nuovo capovolta, come hegelianamente era prevedibile, e la razionalità scientifica sta riprendendo il ruolo che le spetta nel pensare il nostro destino.

Vincenzo Fano

È VERO CHE GLI EBREI SONO PIU’ INTELLIGENTI DEGLI ALTRI?

 

downloadNella prima pagina del bel libretto di Diana Sinigaglia, Storielle ebraiche, ma anche non, Aras, 2020, si racconta di una coppia di ebrei che bisticcia, perché lui, Amos, sostiene che gli ebrei sono più intelligenti degli altri, mentre lei, Dalia, non è d’accordo. Questa è una discussione tipica fra gli ebrei secolarizzati, alcuni dei quali si sentono comunque ancora diversi dagli altri, mentre altri vorrebbero dimenticare la loro ebraicità.

La Secolarizzazione di solito si fa risalire all’Illuminismo settecentesco di Moses Mendelsshon, ma ha avuto un’ulteriore forte spinta nel Secondo Dopoguerra, come reazione alla Shoà. La sensazione di identità ritrovata viene provata infatti anche da Simone, protagonista della novella “Il certificato”, sempre della Sinigaglia, quando egli stringe tra le mani il suo attestato del Bar Mitzvah, rito ebraico adolescenziale, che invece compie ormai anziano casualmente durante un viaggio turistico nel quartiere ebraico di New York. Simone aveva perso il padre nel rastrellamento del ghetto di Roma ed era stato allevato come un gentile. Né prima di quel viaggio aveva mai pensato di recuperare i riti ebraici.

Ma torniamo alla nostra questione, su cui litigavano Amos e Dalia. In effetti, si calcola che circa il 20% di tutti i premi Nobel assegnati sia stato ricevuto da personalità di origine ebraica, quando questa popolazione è circa il 2% di quella mondiale. Dunque la probabilità che un ebreo vinca il Nobel è dieci volte quella di un gentile. Di questa strana asimmetria abbiamo innumerevoli conferme. Il celebre filosofo italiano Achille Varzi, che insegna alla Columbia University di New York, mi raccontava che di solito ai suoi corsi di logica, frequentati da circa cento studenti, dopo un mese si formava un gruppetto di punta dei dieci più in gamba, di cui nove erano ebrei. Percentuale molto maggiore d quella degli ebrei iscritti al suo corso.

Quindi è vero: gli ebrei sono una razza più intelligente?

Se prendiamo in considerazione le acute riflessioni di Guido Barbujani nel suo bel libro L’invenzione delle razze. Capire la biodiversità umana. Bompiani, 2006, la risposta non può che essere negativa. Infatti, la diversità genetica fra gli individui appartenenti al genere umano è troppo piccola, troppo casuale e riguarda quasi esclusivamente geni legati agli aspetti esteriori del corpo umano, cioè quelli che sono stati modellati nella nostra storia evolutiva dal clima. Questo dimostra che dal punto di vista biologico è poco probabile che ci sia una differenza fra gli ebrei e i gentili, che possa distinguere l’intelligenza degli uni da quella degli altri.

Se i geni non contano, allora dobbiamo trovare una spiegazione culturale di questo fenomeno, cioè delle buone prestazioni intellettuali degli ebrei. Ne sono state fornite tante, spesso rifacendosi alla tradizione biblica. Credo però che la risposta sia molto più semplice.

La psicologa americana Angela Duckworth, in un bel libro dal titolo Grit. The power of passion and perseverance, Scribner, 2016, tradotto in italiano da Giunti, ha mostrato che le persone di successo in media non hanno tanto un alto quoziente di intelligenza, quanto un alto quoziente GRIT, che letteralmente significa “grinta”. In altre parole, per raggiungere i risultati, ciò che conta, ancor più delle capacità, è la determinazione.

Se queste considerazioni psicologiche sono ragionevoli, allora possiamo ipotizzare che gli ebrei, in media, abbiano più grinta degli altri nello studio. E perciò dobbiamo chiederci da dove venga questo straordinario impegno nell’apprendere che è alla radice di così tanti importanti successi.

Mia nonna Anna Curiel Fano, autrice del bel romanzo autobiografico Giorgio e io, Marsilio, 2005, era ebrea al cento per cento. Io invece lo sono solo per metà. Ricordo che, quando adolescente mi mettevo al tavolo con un libro, lei si avvicinava e mi guardava assorta e con rispetto. E prima di allontanarsi, mi ripeteva “sei uno hacham”, cioè, in ebraico, un erudito della Torah, un saggio. Mentre studiavo, inoltre, nessuno degli adulti mi chiedeva di svolgere le classiche incombenze che si appioppano ai ragazzi, come lavare i piatti, o mettere in ordine la propria stanza. In altre parole, nelle famiglie ebraiche, anche quelle secolarizzate, lo studio è sacro, così come era sacro quando si studiava solo la Torah e il Talmud. In questo ambiente culturale si incentiva fortemente lo studio e lo si considera come un valore da porre al di sopra di quasi tutto il resto.

Credo che questa sia la ragione semplice degli innegabili successi degli ebrei nel campo del sapere. E forse il rispetto dello studio e della ricerca potrebbe essere considerato un contributo veramente universale che gli ebrei hanno dato all’umanità. Non che solo loro abbiano spinto in quella direzione, ma certo le hanno attribuito notevole importanza.

 

Vincenzo Fano

LA RESPONSABILITA’ MEDIATICA DEGLI SCIENZIATI

Viviamo in una società complessa, e in una realtà ancor più complessa.

C’è sempre più bisogno di scienza, ma paradossalmente crescono anche la sfiducia nella scienza, l’ignoranza e l’illusione di poter decidere anche ignorando.

In parte questo deriva da un fatto ineluttabile, la fallibilità anche degli esperti: gli scienziati possono errare, e possono esser in disaccordo tra di loro, anzi spesso errano e sono in disaccordo.

Quando un errore emerge pubblicamente, diventa però un motivo per i profani di diffidare della scienza, e quando un disaccordo degli esperti emerge pubblicamente, ciascun profano può sentirsi in diritto di giudicare chi abbia ragione, e di scegliere il parere che più si accorda coi suoi umori, le sue idee politiche o le sue fantasie.

In questi giorni alcuni importanti medici infettivologi hanno drammatizzato il coronavirus sostenendo misure draconiane, mentre altri l’hanno minimizzato, lamentando un eccesso di provvedimenti emergenziali. Di qui il disorientamento del pubblico e il rischio di ridurre l’argomento a materia per talk show, dibattito politico o chiacchiere da bar. In parte simile è quanto accade a proposito del riscaldamento del clima.

Ma il fatto che gli scienziati talora sbaglino non significa che sbaglino normalmente, o su tutto, o sui punti fondamentali. E il fatto che talora discordino non significa che discordino normalmente, o su tutto, o sui punti fondamentali. Ciò su cui concordano, e su cui possiamo aver fiducia che non sbaglino, è comunque necessario e spesso sufficiente per orientare la nostra vita personale e sociale: nel nostro caso odierno, per stabilire condotte razionali rispetto all’epidemia, a livello pubblico e privato.

Perciò gli scienziati dovrebbero resistere alla vanità che li porta a rispondere a titolo individuale ad ogni intervistatore, e ancor peggio ad attaccare i colleghi, ma esprimersi solo su quanto nel rispettivo settore è appurato con sufficiente certezza e condiviso dalla gran parte degli specialisti. Ai giudici si chiede di non commentare le sentenze altrui, e di motivare le proprie solo tramite il dispositivo ufficiale; ai professori in consiglio di classe o in commissione d’esame si chiede di non riportare all’esterno le discussioni sui voti. Qualcosa del genere dovrebbe valer per gli scienziati.

Ovviamente sarebbe assurdo e controproducente imporre una censura sui pareri scientifici, ed è importante che essi continuino a venir diffusi sui media; dovrebbe trattarsi piuttosto di un ritegno ed una discrezione personale. Se poi questi alla lunga non bastassero si potrebbe pensare a dei tavoli di concertazione tra gli esperti di ciascuna disciplina, in grado di rilasciare pareri ai quali il profano potesse riferirsi come al responso “della scienza” allo stato dell’arte, sapendo che le opinioni individuali, ovviamente sempre libere, sono ipotesi non confermate.

MARIO ALAI

PER UN PENSIERO ENZIMATICO

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Jean Piaget già negli anni ’50-’60 diceva che gli eventi culturali più innovativi e significativi avvengono au carrefour des savoirs, all’incrocio di esperienze diverse che grazie ai rispettivi bagagli combinati fra di loro fanno emergere nuovi orizzonti teorici e non solo. Così un incontro a  volte fortuito avvicina persone e progetti impegnati in campi culturali lontani fra di loro, dal cui incrocio però possono scaturire interessi comuni a beneficio di tutti coloro che operano in tali contesti; così, ad esempio, una mostra patrocinata da ADI (Associazione per il Disegno Industriale), organizzata dai designer Cintya Concari e Roberto Marcatti[1], permette di far dialogare  scienze, arte, filosofia, tecnica, economia facendole intravedere come una rete di parti tra loro interconnesse in base anche ad un principio esistente in natura e che trova nelle scienze biologiche un suo esempio paradigmatico: il ruolo degli enzimi.

Gli enzimi, com’è noto, sono molecole biologiche che permettono di catturare e legare fra di loro altre molecole che da sole non sono in grado di reagire e per questo sono considerati i patroni delle reazioni chimiche impossibili; senza l’intervento degli enzimi, pur incontrandosi, le molecole non riuscirebbero mai a superare la loro inerzia, a combinarsi per dare origine a composti di ordine superiore. Gli enzimi hanno la capacità di far legare fra di loro le molecole riluttanti. La presenza di un ezima determina la realizzazione di una sorta di microambiente, in cui le reciproche resistenze dei reagenti vengono annullate, fino al punto che tra di essi riescono a formarsi legami stabili. Utilizzandoli come una metafora, i meccanismi che regolano i fenomeni biologici possono essere d’aiuto per fornire degli elementi portanti di quello che si può chiamare vero e proprio pensiero enzimatico sia da un punto di vista più di natura metodologica ed epistemologica e sia per quello che riguarda il comportamento individuale e sociale.

Sul terreno più strettamente epistemologico, come viene sostenuto da più parti con forme diverse, il pensiero enzimatico è il risultato della presa d’atto delle leggi del mondo mesoscopico, del mondo complesso delle cosiddette proprietà emergenti che si reggono sui principi di organizzazione; in esso le conoscenze, come diceva Michel Serres già negli anni ’70 ‘si miscelano’, si interconnettono in maniera strutturale[2] fra di loro attraverso proprietà di tipo enzimatico dove ogni scienza da sola non è in grado più di autofecondarsi, ma ha bisogno di qualche altra conoscenza proveniente da un altro settore che faccia da enzima per evitare di chiudersi in un circolo vizioso e sterile e che le permette di  andare oltre i suoi limiti. Il pensiero enzimatico da questo punto di vista da una parte è la presa di coscienza più matura della pluralità dei livelli del reale, di quelle che già Leonardo Da Vinci chiamava ‘le mille ragioni del reale silente’ e dall’altra che ormai le frontiere del pensiero scientifico non si situano più nella ricerca del livello di fondo del reale per arrivare in superficie in maniera deduttiva, idea che ha retto sino alla meccanica quantistica, ma nell’insieme dei livelli che si incrociano fra di loro col dare vita ad una rete di parti emergenti interconnesse, dove non esistono sistemi autonomi e isolati.

Ma dove il pensiero enzimatico può essere maggiormente d’aiuto, anzi l’atteggiamento enzimatico, l’attitudine enzimatica, è nelle cosiddette ‘scienze umane’, che avendo perduto, come dice Alessandro Giuliani, il rapporto con le scienze della natura ad opera di alcuni ‘maestri del sospetto’, sono cadute in una in una «deriva ideologica… dove si coltiva il risentimento verso l’indagine del reale»[3]; esse possono trovare aiuto sia a livello metodologico che ontologico nei processi biologici, se si è in grado di trasferire in esse  quelle abilità enzimatiche che le dotano di capacità di andare oltre i loro limiti e di diventare a loro volta portatrici di tali potenzialità. Ma dove l’atteggiamento enzimatico e meglio l’attitudine enzimatica può trovare un particolare spazio e rivelarsi fecondo è sul piano delle relazioni sociali a largo spettro e nei rapporti interpersonali. Senza cadere nelle derive ideologiche della sociobiologia in voga negli anni ’60 negli USA e nemmeno in una certa psicologia triviale, si può parlare di ‘soggetto enzimatico’ legato alla singolarità della persona che si manifesta solo hinc et nunc in quello spazio/tempo in cui è in grado di modificare le dinamiche dell’ambiente strettamente circostante con la sua presenza fisica.

Pertanto il pensiero enzimatico è un metodo per rappresentare meglio le abilità particolari o innate in un ‘soggetto enzimatico’ che le renda però trasferibili in altri soggetti (molecole) che pur non essendo portatori naturali di tali abilità, potrebbero diventarne comunque ‘agenti di diffusione’; in tal modo esse faciliterebbero ed estenderebbero nello spazio e nel tempo l’influenza dell’enzima ben oltre i limiti delle sue capacità di azione diretta. Le scienze dell’uomo dalla psicologia all’economia, cioè l’uomo concreto e le sue scelte, avrebbero bisogno di tali ‘enzimi’ da immettere giorno per giorno nella vita quotidiana come strumento continuo di innovazione; così la vita umana nel suo complesso deve costruirsi i suoi ‘enzimi’ come il risultato dell’intreccio di più variabili, deve creare i suoi agenti diffusori di enzimi per evitare l’anarchia delle sue molecole ed il loro progressivo isterilimento, favorendo lo sviluppo costante di agenti solidali. A questa impresa sono invitati a dare il loro contributo le istituzioni educative dalla scuola agli enti di ricerca e universitari, dalle imprese ai politici; più la società si struttura enzimaticamente, più è innovativa e produttiva, meno individualistica e più solidale e con essa la stessa democrazia, frutto di tale attitudine e nello stesso tempo foriera di ulteriori proprietà enzimatiche da alimentare continuamente.

Per questo la comunità presa nel suo insieme oggi più che mai, per la cogenza dei problemi globali che riguardano l’intera umanità, è costretta a diventare in primis comunità epistemica, cioè in grado grazie alle conoscenze di frontiera prodotte a tutti i livelli, a far tesoro di esse e a costruirsi quella che si potrebbe chiamare anche ‘ragione enzimatica’  il che non è una stravaganza intellettuale, ma il risultato della presa d’atto del bisogno di riflettere in prima persona di fronte a nuove evidenze etiche e conoscitive sempre più pressanti e che hanno bisogno di approcci più adeguati alle nuove sfide emergenti.

Che l’idea di un pensiero enzimatico sia nata in occasione di un evento organizzato dalla Associazione per il Disegno Industriale, forse, non è del tutto casuale. Nella Cultura del Design, termine che deve intendersi nella sua accezione anglosassone, come “Cultura del Progetto”, esistono figure professionali, i designer, che svolgono un ruolo comparabile a quello degli enzimi. Fine ultimo del Design è quello di giungere alla realizzazione di oggetti fisici o servizi che migliorino la qualità della vita delle persone. Il designer può essere raffigurato, come dotato di una personalità particolarmente sensibile, in grado di “leggere la contemporaneità” e individuarne, lì dove altri non riescono, la complessità delle relazioni tra i suoi elementi, sia di quelle esistenti che di quelle completamente inedite, che potrebbero instaurarsi.

Ruolo del designer è quello di proporre nuove modalità esperienziali, più adeguate all’attualità dei tempi, la cui affermazione sarà ostacolata, il più delle volte, dalla tenacia dei vecchi paradigmi, consolidatisi grazie alla forza della consuetudine. Come un enzima, il designer contrasta questa inerzia a reagire all’innovazione, utilizzando gli strumenti messi a disposizione dal Design, un linguaggio trasversale che permette di descrivere e mettere in comunicazione i mondi intangibili della creatività con il materialissimo mondo della produzione industriale, per giungere alla “incarnazione” di un concetto, in un oggetto fisico o in un processo, che entrerà a far parte della quotidianità delle persone. Attraverso il Design, la “visione” che nasce dalla particolare sensibilità di un singolo individuo si può trasmettere all’interno di un’intera comunità di soggetti, la maggior parte dei quali, pur essendo dotata di un minor talento immaginifico, ne trarrà comunque dei benefici. In questo, il ruolo svolto dal Design, nell’ambito della produzione industriale, può essere interpretato come una metafora di ciò che potrebbe rappresentare il “pensiero enzimatico”, negli ambiti riferibili all’epistemologia insieme con le sue evidenze etico-sociali.

Se mai ce ne fosse stato bisogno, un incontro inatteso, tra epistemologia, biologia e Design, ha offerto la dimostrazione di quanto possa essere feconda la contaminazione tra universi apparentemente diversi e di quanto la diversità, grazie al dialogo, non tramite il conflitto, possa generare ricchezza.

Mario Castellana  (Università del Salento) e Guido Santilio (vicepresidente ADI – delegaz. Puglia/Basilicata)

[1]Mostra “Modulor o Algorimo?”: 09-24 feb 2019 Palazzo Ducale  Martina Franca (Ta).

[2] Michel Serres parlava della necessità di una nuova ‘analitica trascendentale delle relazioni’ o di ‘epistemologia delle interrelazioni’ e cfr. M. Serres, Chiarimenti, trad.it., Manduria, Barbieri Ed., 2001.

[3] A. Giuliani, La scienza dello spirito, in «Bene comune», 30 novembre 2018, p. 2.

UN ALTRO MONDO E’ POSSIBILE

downloadC’erano una volta tanti anni fa, in un paese lontano lontano, due fratelli, di nome M. e L., che avevano da poco ereditato dai genitori la bella villa sul mare in cui vivevano e una ben avviata aziendina familiare. Perciò i due non se la passavano affatto male, anche se l’azienda aveva risentito della recente crisi economica, e per resisterle era stata costretta a indebitarsi.

Inoltre i fratelli potevano contare su ottime amicizie in paese: facevano parte di un Club di diverse altre famiglie benestanti,  i cui soci avevano molte idee e interessi in comune, si riunivano spesso per eventi culturali o sportivi e per qualche piacevole serata insieme. I loro figli giocavano insieme, e spesso andavano a studiare gli uni a casa degli altri, non di rado trattenendosi anche per alcuni giorni.

Soprattutto, poi i soci si sostenevano a vicenda dal punto di vista professionale ed economico: chi aveva maggiori disponibilità economiche era disponibile a far prestiti a chi ne aveva bisogno, a congruo interesse beninteso, e tutti facevano ottimi affari gli uni con gli altri. Anche l’azienda di M. e L. aveva i suoi migliori clienti e i suoi più affidabili fornitori tra i soci del Club.

Naturalmente tutto questo non derivava da disinteressata generosità, ma semplicemente dal fatto che era conveniente per ciascuno comprare e vendere, prestare e prendere a prestito dagli altri. Anzi, in queste transazioni ciascuno cercava sempre di  tirar l’acqua al proprio mulino, proprio come si fa negli affari, anche con qualche piccolo sotterfugio. Così pure, quando ci si ritrovava insieme, alcuni cercavano di emergere sugli altri, all’occasione non si lasciavano sfuggire qualche battuta alle spalle di qualcun altro, a volte ci scappava qualche alzata di voce, qualche parola grossa o qualche piccolo alterco.

Nessuno però era interessato a portare questi piccoli contrasti a un punto di rottura, perché nonostante l’appartenenza al Club richiedesse di rispettare certe regole o di ingoiare qualche piccolo rospo, era estremamente conveniente, e i vantaggi superavano di gran lunga gli svantaggi. Infatti tutti i soci prosperavano notevolmente, ed il loro paese rivaleggiava in ricchezza con le più grandi città vicine dell’est e dell’ovest.

Tuttavia i due fratelli non erano contenti: i genitori avevano avviato l’azienda grazie ad oculati risparmi, ed avevano allevato anche i figli in uno stile di vita agiato ma sobrio, rifuggendo dal lusso e da spese eccessive. Crescendo, i ragazzi erano divenuti insofferenti di questi limiti. Essi osservavano i membri più ricchi del Club, specialmente E., A. e P., che guidavano auto di lusso e si permettevano vacanze esotiche, e si chiedevano perché lo stesso non avrebbero dovuto fare anche loro. Talora, anzi, si erano detti che quando fosse spettato a loro guidare l’azienda le cose sarebbero cambiate, e sicuramente in meglio.

Adesso infatti erano loro al timone, e decisero di prendere in mano la situazione: M. voleva appunto comprarsi una nuova potente fuoriserie, e L. sognava da tempo una vacanza ai Caraibi. Inoltre era ormai necessario fare nuovi importanti  investimenti nell’azienda per metterla al passo con la concorrenza. Tuttavia i soldi non c’erano. Anzi, tra quelle del Club la loro azienda era la più fortemente indebitata.

Allora M. e L. andarono da E., A. e P. e dissero: “Per favore, fateci dei nuovi prestiti, perché dobbiamo modernizzare l’azienda, e poi abbiamo alcune importanti esigenze personali da soddisfare”. Ma E., A. e P.  risposero: “Ragazzi, purtroppo non possiamo: anche noi siamo stati messi in difficoltà dalla crisi, e poi siamo già fin troppo esposti verso di voi: chi ci dice che sarete in grado di restituirci quel che ci dovete? Cercate intanto di rientrare dei vostri debiti attuali, e in futuro ne riparleremo”.

La villa di M. e L. dava su una bella spiaggetta circondata da scogli. Un giorno, una grossa tempesta condusse sulla spiaggetta una barca carica di stranieri dalla pelle nera. Uno disse: “Fuggo dal mio paese in preda alla guerra civile, la mia casa è bombardata e non ho dove andare”. Un altro disse: “A casa mia c’è la miseria, mia moglie e i miei figli soffriranno la fame se non trovo lavoro qui”. Un terzo disse: “In patria mi sono laureato, ma non c’è alcuna prospettiva se non il duro lavoro della terra. Vorrei far fruttare qui le mie competenze”. E insieme dissero: “Per favore, fateci lavorare nella vostra azienda”.

Ma i fratelli risposero: “C’è stata la crisi, non abbiamo lavoro per voi, e se lo avessimo dovremmo prima assumere la gente del nostro paese”. Allora quelli implorarono: “Almeno fateci entrare in casa, perché siamo bagnati e affamati, e su questa spiaggia le onde rischiano di spazzarci via ogni momento”. Ma M. e L. risposero: “Non possiamo: non ci sarebbe posto per tutti. Anche senza pensare a come ridurreste casa nostra, sporchi e bagnati come siete, se accogliessimo voi allora chissà quanti altri vostri compatrioti arriverebbero, chiedendo di entrare, e alla fine dovremmo andarcene noi.  E poi la siete mussulmani, e la vostra presenza minaccerebbe l’antica tradizione cristiana della nostra famiglia”. E chiusero il cancello.

Tuttavia al pensiero di quei poveretti infreddoliti e affamati sulla spiaggia sotto sotto rimordeva loro la coscienza. Perciò andarono da E., A., P. e dagli altri soci del Club e dissero: “A casa nostra sono sbarcati degli stranieri dalla pelle scura e chiedono rifugio, ma noi non possiamo accoglierli: prendeteli voi!” Ma A. rispose: “Noi ne abbiamo già accolti tanti l’anno scorso, non possiamo prenderne altri”. E. disse: “Noi ne abbiamo tantissimi già dai tempi dei miei antenati, sono ormai troppi”. E P.: “Anche noi ne abbiamo già presi, ed altri stanno cercando di entrare ogni giorno”. Tutti gli altri soci dissero: “Hanno bussato alla vostra porta, sono affari vostri, non nostri”.

I fratelli insistettero: “Siamo una famiglia! I problemi nostri devono esser problemi di tutti, almeno dividiamoli in parti eguali”. Ma i soci risposero: “Ragazzi, di che parlate? Non ci siamo mai sposati con voi, e non siamo una famiglia. Siamo soci di un Club nel quale si può andare d’accordo fin che tutti rispettano le regole e nessuno tenta di imporre nulla a casa degli altri. Se desiderate da noi un favore diteci quale contropartita siete disposti a darci, e ne parleremo”.

  1. e L., che già masticavano amaro per la questione dei prestiti, questa volta si infuriarono e andarono a letto di pessimo umore. Prima di addormentarsi dissero tra sé: “Begli amici! E’ meglio perderli che trovarli! Ma glie la faremo vedere noi: ce ne andremo dal Club”. E così fecero.

Usciti dal Club, gli affari dei due fratelli declinarono immediatamente, perché i soci non acquistavano più le loro merci, e non vendevano più loro le materie prime a prezzi di favore. L’azienda si trovò subito a corto di liquido ed essi andarono a chiedere prestiti fuori dal paese, ma nessuno glie ne volle fare. Infatti tutti dicevano: “Questi erano membri del Club, ma hanno litigato con gli altri soci. Sono persone inaffidabili e non hanno più nessuno alle spalle: chi garantirebbe per i loro debiti?”. Ridotti con le spalle al muro, per trovare ossigeno per l’azienda, si rivolsero agli aguzzini, pagando interessi impossibili, e così ben presto l’azienda fallì. I creditori si presero anche la villa di famiglia. I due fratelli si ridussero come barboni a mendicare per le strade del paese, ma quando gli altri soci passavano non li riconoscevano o facevano finta di nulla. I figli di M. e L. per non morir di fame si adattarono ad andare come sguatteri e donne delle pulizie nelle case di A., E., P. e degli altri soci.

In tutto questo nessuno si ricordava più degli stranieri dalla pelle nera. Essi si erano accampati alla meno peggio sulla spiaggetta, ma un giorno una tempesta più forte del solito li spazzò via e annegarono. Quando M. e L. lo seppero si dissero: “Peccato. Ma abbiamo fatto bene a non cedere, almeno abbiamo preservato la cultura cristiana della nostra famiglia”.

……

  1. e L. si svegliarono da un sonno agitatissimo, madidi di sudore e angosciati per le sventure che si erano abbattute sul loro capo: fallimento dell’azienda, perdita della casa, morte dei migranti. Ma immediatamente compresero che si era trattato solo di un terribile incubo, generato dall’ira di cui erano preda la sera precedente.

Ma ora si doveva impedire che l’incubo si tramutasse in realtà, e per fortuna si era ancora in tempo. Per prima cosa repressero l’istintivo ma disastroso impulso di andarsene dal Club. Poi andarono sulla spiaggia e dissero ai naufraghi: “Vi faremo lavorare per la nostra azienda, e vi procureremo un alloggio semplice ma dignitoso, se accetterete come paga la metà del salario dei nostri connazionali”. Quelli naturalmente ne furono entusiasti, perché era molto di più di quel che avrebbero potuto guadagnare al loro paese: benedissero Allah e restarono eternamente grati ai fratelli.

Non appena la cosa si riseppe i sindacati protestarono: “Quella paga non rispetta il contratto nazionale di lavoro! Se continuerete ad assumere manodopera straniera a metà salario, tutti i nostri operai resteranno disoccupati”. Ma i fratelli risposero: a tutti i dipendenti attuali continuiamo a garantire il salario contrattuale. E promettiamo che in seguito per ogni nuovo lavoratore dalla pelle nera assunto a metà salario ne assumeremo uno di qua a salario intero”.

E così fecero. La cosa funzionò benissimo, perché la nuova manodopera a basso costo consentì loro di abbassare i prezzi del prodotto, battendo la concorrenza. In questo modo l’azienda cominciò a espandersi, e presto fu in condizione di fare nuove assunzioni, col sistema di un lavoratore locale a salario intero per ogni migrante a metà salario. Così anche i sindacati furono soddisfatti, perché per la prima volta da anni la disoccupazione calava, mentre il basso costo medio del lavoro permetteva una continua espansione.

Finalmente l’azienda era in attivo. Non appena in possesso di liquidità M. e L. provvidero ai necessari investimenti tecnologici, e questo rese l’azienda ancor più competitiva. Col nuovo denaro che affluiva iniziarono a pagare i debiti contratti dai loro genitori, così anche la spesa per gli interessi man mano si ridusse. Ben presto non ci furono più debiti né necessità di prestiti, ma anzi fondi disponibili per nuovi investimenti e assunzioni.

Intanto però tutti i lavoratori del paese erano occupati, e a norma del patto coi sindacati i fratelli non potevano più assumere mano d’opera a basso costo. Allora ebbero un’idea. Da quando la loro azienda era tornata prospera, E., A. e P. erano di nuovo cordialissimi con loro, e tutti i soci del Club li cercavano e li ascoltavano. Perciò M. e L. convocarono una riunione e dissero: “Tutte le nostre aziende sono in espansione, e avrebbero bisogno di nuova manodopera. Ma qui al paese sono ormai tutti occupati, e dobbiamo pagare salari molto alti. Perché non delocalizziamo parte delle nuove produzioni nei paesi dei migranti dalla pelle nera? Laggiù con metà dei nostri salari un operaio vive da signore, così essi troveranno lavoro in patria, non saranno più costretti a emigrare e noi produrremo sempre di più e a prezzi concorrenziali”.

Così fu fatto, cessarono quelle tragiche migrazioni e i problemi dell’accoglienza, mentre le aziende del Club divenivano sempre più floride. Col tempo, poi, la gente dalla pelle nera impiegata in patria cominciò anche a risparmiare e mise in piedi delle piccole imprese locali. In tal modo aumentò la richiesta di manodopera, e di pari passo aumentarono anche i salari, avvicinandosi a quelli in vigore nel Club. In una parola, anche in quei paesi arrivò una certa prosperità, ed essi offrirono nuovi interessanti mercati per le aziende del Club. Alla lunga, inoltre, l’estendersi dell’area del benessere e del mercato globale rese meno frequenti e dannose le crisi cicliche dell’economia mondiale.

A questo punto i fratelli si dissero: “Abbiamo risollevato l’azienda, salvato i naufraghi, soddisfatto i sindacati e risolto il problema dei migranti: adesso non potremmo pensare un po’ anche a noi stessi?” E poiché non avevano più problemi finanziari, M. si comprò non solo quella nuova potente fuoriserie, ma anche una Ferrari rosso fiammante, praticamente identica a quella che aveva appena vinto il campionato di Formula 1. Invece L.  non solo si fece l’agognata vacanza ai Caraibi, ma vi comprò una lussuosa residenza dove trascorreva lunghi periodi di relax abbronzandosi al sole.

 

Mario Alai

N.B.: Questa storia è completamente immaginaria, e ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale