COVID E RESPONSABILITA’

masksL’attuale pandemia non è una maledizione divina o una catastrofe naturale ineluttabile: ci sono paesi, a cominciare dalla Cina, dove il contagio è stato rapidamente bloccato, e le vittime sono in numero minimo rispetto a quelle dell’Italia e degli altri paesi occidentali. L’epidemia si potrebbe fermare anche da noi in 20-30 giorni di chiusure strette e fatte rispettare con rigore, anche evitando certi eccessi inutili del lockdown di marzo. Tra l’altro i danni all’economia sarebbero minori di quelli provocati dallo strascinarsi di mezze misure per mesi e mesi e non si sa fino a quando. Poi nel giro di un anno o anche meno cominceremmo a sentire il beneficio della vaccinazione di massa, e ci avvieremmo alla fine di quest’incubo.

In sostanza, se solo in Italia abbiamo già oltre 80.000 morti, e continuiamo con 5-600 vittime al giorno è perché molti non si sentono di rinunciare ai loro piaceri o profitti individuali o di gruppo, e i politici non impongono tali rinunce per non perdere il consenso. Questo avviene perché chi ha meno di 60 anni ha capito che può rischiare di infettarsi, dato che probabilmente le conseguenze si limiterebbero a qualche fastidioso malessere. Pochi però si preoccupano del fatto che invece gli effetti sugli anziani e sulle persone fragili sono devastanti e spesso letali.

Così assistiamo alla strage di un’intera generazione, quella dagli 80 anni in su. Di essi non ci si preoccupa più di tanto, perché comunque non producono, non consumano, e una volta morti nemmeno voteranno. Ancora una volta la società antepone gli interessi dei più forti alla vita dei più deboli. Si avvicina la Giornata della Memoria, e giustamente ci si indigna pensando all’orrore dei campi di sterminio nazisti, dei gulag, dei killing fields cambogiani, del genocidio dei Tutsi in Ruanda. Ci chiediamo anche come potesse la gente di quei paesi, allora, assistere indifferente a queste stragi. Ma in fondo, non è quel che stiamo facendo noi oggi?

Ultimamente sembrerebbe che le principali vittime dell’attuale pandemia stiano diventando i giovani, e il danno maggiore l’impossibilità di seguire le lezioni in presenza: gruppi di studenti delle superiori protestano e occupano per il diritto di tornare a scuola, altri cadono in depressione o non trovano più un senso alla loro vita, adulti anche autorevoli, sulla stampa, si battono il petto per tutto quello che la società avrebbe tolto alle giovani generazioni con le misure di contrasto al Covid-19. Più di 80.000 morti, 22.000 ricoverati, 2.500 ricoverati in terapia intensiva (solo in Italia) sembrano sparire dall’orizzonte. Forse ci stiamo abituando?

D’altra parte  è innegabile che la seconda ondata sia esplosa precisamente ai primi d’ottobre, due settimane dopo la riapertura delle scuole. E del resto non sembra che gli studenti si deprimano tanto ogni estate, quando stanno tre mesi lontani da scuola. Quanto gioca, in tutto questo, l’abitudine che abbiamo dato ai nostri figli a ottenere tutto e subito quel che desiderano, a prescindere dai problemi e dai diritti altrui, e a desiderare specialmente quel che non possono avere al momento?

In Italia la generazione dei giovani d’oggi, come tutto sommato anche la mia, hanno avuto la fortuna di crescere senza affrontare sfide di portata storica. Ma mi chiedo se molti giovani abbiano capito, e se qualcuno abbia spiegato loro, che ora però quella sfida è arrivata, la Storia ci sta ponendo davanti ad una scelta, e registrerà nei secoli futuri come abbiamo reagito. Per difendere il Paese nel 1917 i ragazzi, anche diciassettenni, furono mandati a combattere sul Piave. Nel 1940 i ventenni furono mandati con un fucile in mano a combattere nel deserto africano o nelle steppe russe. Tre anni dopo poi i migliori si immolarono nella guerra partigiana.

Oggi di nuovo siamo in guerra, con un nemico che uccide, strazia, e distrugge l’economia. Contro di esso tutti siamo chiamati a combattere, ma senza i disagi della trincea, e senza bisogno di rischiare la vita, anzi, proprio facendo attenzione alla salute: basta il distanziamento, la mascherina, rinunciare a passare il pomeriggio con gli amici, seguire le lezioni dal computer di casa. Davvero questi sacrifici eccedono il livello di responsabilizzazione a cui un giovane può esser chiamato per alcuni mesi?

Forse per la prima volta, nella nostra vita, in quella dei nostri giovani, sta passando la Storia: possiamo decidere di esserne protagonisti, impegnandoci per la giusta causa, o di metterci da parte, nel privato delle nostre consolanti abitudini e della nostre piccole recriminazioni. Scriveva nel 1915 un giovane, che poi sarebbe morto in battaglia, Renato Serra: “Questo momento, che ci è toccato, non tornerà più, per noi, se lo lasciamo passare … Invecchieremo falliti, saremo gente che ha fallito il suo destino. Nessuno ce lo dirà, e noi lo sapremo … Fra mille milioni di vite, c’era un minuto per noi; e non l’avremo vissuto. Saremo stati sull’orlo, sul margine estremo; il vento ci investiva e ci sollevava i capelli sulla fronte; nei piedi immobili tremava e saliva la vertigine dello slancio. E siamo rimasti fermi. Invecchieremo ricordandoci di questo” (Esame di coscienza di un letterato).

Mario Alai

L’EPIDEMIA E LA FILOSOFIA DELLA SCIENZA

MODELLI MATEMATICI E COMPORTAMENTI UMANI

2b656d3484cd629c9e43ecfe9b128bdc74966c10L’epidemia che stiamo vivendo ha portato alla ribalta i numeri, come ha notato Michela Murgia, scrittrice e dottore di ricerca in matematica. Ci sono in effetti modelli matematici abbastanza semplici che spiegano l’andamento del contagio. Tuttavia essi non sono in grado di predire quello che accadrà, se non nel breve periodo. Questo perché l’andamento dell’infezione dipende in modo sostanziale dai comportamenti umani. Dobbiamo quindi integrare i modelli matematici con fattori che tengano conto di ciò che fanno le persone. E questo è molto difficile, ma non del tutto impossibile. L’epidemiologia comportamentale, se così possiamo chiamarla, ha già ottenuto interessanti risultati nel caso dell’esitazione vaccinale. Oggi per la prima volta dobbiamo mettere a punto qualcosa di simile riguardo alla diffusione del virus e al rispetto da parte dei cittadini del distanziamento fisico.

SCIENZA E AUTORITA’ AI TEMPI DELL’EPIDEMIA

Per un attimo, lasciamo perdere le fake news, che circolano a tonnellate in questi drammatici mesi. Consideriamo, invece, opinionisti di grido o compagni dei social che, riguardo a una delicata questione di policy sanitaria, che dipende dal possesso di informazioni abbastanza certe sul comportamento del virus, per difendere la loro opinione, affermano: “Ma lo ha detto Pinco Pallino, noto virologo!”

Questa modalità di ragionare ad hominem può anche andare bene se si stesse discutendo il factum della scienza, cioè una questione più o meno assodata; tuttavia, nel caso che stiamo vivendo di una ricerca in fieri, è da evitare. Su un tema su cui si sta lavorando, l’opinione di un esperto vale di sicuro di più di quella di un non esperto, ma è ben lontana dall’essere risolutiva. Il caso Montaigner in questo senso è stato paradigmatico.

Capire la scienza in fieri significa entrare almeno un poco nel buon senso delle pratiche scientifiche; non basta cioè seguire con attenzione le opinioni di un esperto, cosa che normalmente è sufficiente per evitare le fake news scientifiche. Per essere consapevole, ogni cittadino deve, e questo è un punto cruciale, avere un po’ di dimestichezza con la filosofia della scienza.

VIRUS, AMBIENTE E TEORIA DELL’EVOLUZIONE

In questi mesi il libro di David Quammen, Spillover ha avuto un meritato successo. Le zoonosi, cioè il salto di specie dei virus da un animale all’uomo, erano un pericolo già noto prima del SARS-Cov-2. Intorno a questo problema si è però innestato uno strano ragionamento, poco convincente, secondo cui le zoonosi sarebbero causate dalla distruzione dell’ambiente. In realtà non è così. Che, sia le zoonosi, sia la distruzione dell’ambiente siano un problema è vero, ma questo non significa che il secondo causi le prime.

Le zoonosi e l’epidemia sono anche situazioni che costringono a ripensare il posto dell’uomo nell’albero della vita. I virus non sono sempre cattivi; non solo, il nostro patrimonio genetico è per il 40% di origine virale. E, infine, i virus, come direbbe Dawkins, sono dei potenti replicatori alla ricerca di un veicolo. Dunque non è nel loro interesse distruggere il veicolo che li ospita.

COME IL VIRUS STA MODIFICANDO LA RICERCA SCIENTIFICA

L’epidemia è un’occasione straordinaria per noi docenti di filosofia della scienza. Infatti in questi mesi tanti, che normalmente non partecipano ai dibattiti scientifici, si interessano di scienze naturali, ma non sono curiosi di questione ormai chiarite, bensì delle ricerche più recenti. E così molti stanno seguendo in prima persona che cosa significhi fare scienza, i fallimenti, le incertezze, i dibattiti anche al vetriolo e le ipotesi sempre rivedibili.

Non solo, l’open science ha avuto un impulso fantastico. Quasi tutte le riviste hanno messo a disposizione di tutti non solo i repository scientifici – cosa che accadeva anche prima – ma anche gli articoli pubblicati.

Inoltre, l’enorme massa di dati ha reso fondamentale l’uso di algoritmi per recuperare le informazioni dai database dei più di ventimila articoli usciti dall’inizio dell’anno sul nuovo coronavirus.

Infine sono aumentate molto le conferenze e gli incontri on line, che semplificano grandemente la comunicazione e la collaborazione scientifica.

LA SCIENZA RESUSCITATA

L’egemonia culturale di Croce e Gentile, in Italia, non è mai venuta meno. Ancora oggi nessun intellettuale si vergogna di dire che non capisce di matematica, ma se non ricorda il nome di un personaggio oscuro della Commedia di Dante si va a nascondere.

Di questa deprecabile situazione è testimonianza la scarsa capacità di molti intellettuali di comprendere e interpretare che cosa sta succedendo in questi mesi. Essi passano dal negazionismo alle previsioni catastrofiche, senza rendersi conto che solo modelli adeguati, esperimenti e analisi dettagliate possono aiutarci a capire, almeno un poco, la situazione. E questa comprensione, che può essere acquisita solo con molta applicazione, è preziosa, per immaginare le scelte che riguardano il nostro futuro.

La Dialettica dell’illuminsmodi Horkheimer e Adorno, che tanto successo ha avuto nel denigrare i tentativi di agire razionalmente nelle policy e nella convivenza civile, si è di nuovo capovolta, come hegelianamente era prevedibile, e la razionalità scientifica sta riprendendo il ruolo che le spetta nel pensare il nostro destino.

Vincenzo Fano

È VERO CHE GLI EBREI SONO PIU’ INTELLIGENTI DEGLI ALTRI?

 

downloadNella prima pagina del bel libretto di Diana Sinigaglia, Storielle ebraiche, ma anche non, Aras, 2020, si racconta di una coppia di ebrei che bisticcia, perché lui, Amos, sostiene che gli ebrei sono più intelligenti degli altri, mentre lei, Dalia, non è d’accordo. Questa è una discussione tipica fra gli ebrei secolarizzati, alcuni dei quali si sentono comunque ancora diversi dagli altri, mentre altri vorrebbero dimenticare la loro ebraicità.

La Secolarizzazione di solito si fa risalire all’Illuminismo settecentesco di Moses Mendelsshon, ma ha avuto un’ulteriore forte spinta nel Secondo Dopoguerra, come reazione alla Shoà. La sensazione di identità ritrovata viene provata infatti anche da Simone, protagonista della novella “Il certificato”, sempre della Sinigaglia, quando egli stringe tra le mani il suo attestato del Bar Mitzvah, rito ebraico adolescenziale, che invece compie ormai anziano casualmente durante un viaggio turistico nel quartiere ebraico di New York. Simone aveva perso il padre nel rastrellamento del ghetto di Roma ed era stato allevato come un gentile. Né prima di quel viaggio aveva mai pensato di recuperare i riti ebraici.

Ma torniamo alla nostra questione, su cui litigavano Amos e Dalia. In effetti, si calcola che circa il 20% di tutti i premi Nobel assegnati sia stato ricevuto da personalità di origine ebraica, quando questa popolazione è circa il 2% di quella mondiale. Dunque la probabilità che un ebreo vinca il Nobel è dieci volte quella di un gentile. Di questa strana asimmetria abbiamo innumerevoli conferme. Il celebre filosofo italiano Achille Varzi, che insegna alla Columbia University di New York, mi raccontava che di solito ai suoi corsi di logica, frequentati da circa cento studenti, dopo un mese si formava un gruppetto di punta dei dieci più in gamba, di cui nove erano ebrei. Percentuale molto maggiore d quella degli ebrei iscritti al suo corso.

Quindi è vero: gli ebrei sono una razza più intelligente?

Se prendiamo in considerazione le acute riflessioni di Guido Barbujani nel suo bel libro L’invenzione delle razze. Capire la biodiversità umana. Bompiani, 2006, la risposta non può che essere negativa. Infatti, la diversità genetica fra gli individui appartenenti al genere umano è troppo piccola, troppo casuale e riguarda quasi esclusivamente geni legati agli aspetti esteriori del corpo umano, cioè quelli che sono stati modellati nella nostra storia evolutiva dal clima. Questo dimostra che dal punto di vista biologico è poco probabile che ci sia una differenza fra gli ebrei e i gentili, che possa distinguere l’intelligenza degli uni da quella degli altri.

Se i geni non contano, allora dobbiamo trovare una spiegazione culturale di questo fenomeno, cioè delle buone prestazioni intellettuali degli ebrei. Ne sono state fornite tante, spesso rifacendosi alla tradizione biblica. Credo però che la risposta sia molto più semplice.

La psicologa americana Angela Duckworth, in un bel libro dal titolo Grit. The power of passion and perseverance, Scribner, 2016, tradotto in italiano da Giunti, ha mostrato che le persone di successo in media non hanno tanto un alto quoziente di intelligenza, quanto un alto quoziente GRIT, che letteralmente significa “grinta”. In altre parole, per raggiungere i risultati, ciò che conta, ancor più delle capacità, è la determinazione.

Se queste considerazioni psicologiche sono ragionevoli, allora possiamo ipotizzare che gli ebrei, in media, abbiano più grinta degli altri nello studio. E perciò dobbiamo chiederci da dove venga questo straordinario impegno nell’apprendere che è alla radice di così tanti importanti successi.

Mia nonna Anna Curiel Fano, autrice del bel romanzo autobiografico Giorgio e io, Marsilio, 2005, era ebrea al cento per cento. Io invece lo sono solo per metà. Ricordo che, quando adolescente mi mettevo al tavolo con un libro, lei si avvicinava e mi guardava assorta e con rispetto. E prima di allontanarsi, mi ripeteva “sei uno hacham”, cioè, in ebraico, un erudito della Torah, un saggio. Mentre studiavo, inoltre, nessuno degli adulti mi chiedeva di svolgere le classiche incombenze che si appioppano ai ragazzi, come lavare i piatti, o mettere in ordine la propria stanza. In altre parole, nelle famiglie ebraiche, anche quelle secolarizzate, lo studio è sacro, così come era sacro quando si studiava solo la Torah e il Talmud. In questo ambiente culturale si incentiva fortemente lo studio e lo si considera come un valore da porre al di sopra di quasi tutto il resto.

Credo che questa sia la ragione semplice degli innegabili successi degli ebrei nel campo del sapere. E forse il rispetto dello studio e della ricerca potrebbe essere considerato un contributo veramente universale che gli ebrei hanno dato all’umanità. Non che solo loro abbiano spinto in quella direzione, ma certo le hanno attribuito notevole importanza.

 

Vincenzo Fano

LA RESPONSABILITA’ MEDIATICA DEGLI SCIENZIATI

Viviamo in una società complessa, e in una realtà ancor più complessa.

C’è sempre più bisogno di scienza, ma paradossalmente crescono anche la sfiducia nella scienza, l’ignoranza e l’illusione di poter decidere anche ignorando.

In parte questo deriva da un fatto ineluttabile, la fallibilità anche degli esperti: gli scienziati possono errare, e possono esser in disaccordo tra di loro, anzi spesso errano e sono in disaccordo.

Quando un errore emerge pubblicamente, diventa però un motivo per i profani di diffidare della scienza, e quando un disaccordo degli esperti emerge pubblicamente, ciascun profano può sentirsi in diritto di giudicare chi abbia ragione, e di scegliere il parere che più si accorda coi suoi umori, le sue idee politiche o le sue fantasie.

In questi giorni alcuni importanti medici infettivologi hanno drammatizzato il coronavirus sostenendo misure draconiane, mentre altri l’hanno minimizzato, lamentando un eccesso di provvedimenti emergenziali. Di qui il disorientamento del pubblico e il rischio di ridurre l’argomento a materia per talk show, dibattito politico o chiacchiere da bar. In parte simile è quanto accade a proposito del riscaldamento del clima.

Ma il fatto che gli scienziati talora sbaglino non significa che sbaglino normalmente, o su tutto, o sui punti fondamentali. E il fatto che talora discordino non significa che discordino normalmente, o su tutto, o sui punti fondamentali. Ciò su cui concordano, e su cui possiamo aver fiducia che non sbaglino, è comunque necessario e spesso sufficiente per orientare la nostra vita personale e sociale: nel nostro caso odierno, per stabilire condotte razionali rispetto all’epidemia, a livello pubblico e privato.

Perciò gli scienziati dovrebbero resistere alla vanità che li porta a rispondere a titolo individuale ad ogni intervistatore, e ancor peggio ad attaccare i colleghi, ma esprimersi solo su quanto nel rispettivo settore è appurato con sufficiente certezza e condiviso dalla gran parte degli specialisti. Ai giudici si chiede di non commentare le sentenze altrui, e di motivare le proprie solo tramite il dispositivo ufficiale; ai professori in consiglio di classe o in commissione d’esame si chiede di non riportare all’esterno le discussioni sui voti. Qualcosa del genere dovrebbe valer per gli scienziati.

Ovviamente sarebbe assurdo e controproducente imporre una censura sui pareri scientifici, ed è importante che essi continuino a venir diffusi sui media; dovrebbe trattarsi piuttosto di un ritegno ed una discrezione personale. Se poi questi alla lunga non bastassero si potrebbe pensare a dei tavoli di concertazione tra gli esperti di ciascuna disciplina, in grado di rilasciare pareri ai quali il profano potesse riferirsi come al responso “della scienza” allo stato dell’arte, sapendo che le opinioni individuali, ovviamente sempre libere, sono ipotesi non confermate.

MARIO ALAI

PER UN PENSIERO ENZIMATICO

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Jean Piaget già negli anni ’50-’60 diceva che gli eventi culturali più innovativi e significativi avvengono au carrefour des savoirs, all’incrocio di esperienze diverse che grazie ai rispettivi bagagli combinati fra di loro fanno emergere nuovi orizzonti teorici e non solo. Così un incontro a  volte fortuito avvicina persone e progetti impegnati in campi culturali lontani fra di loro, dal cui incrocio però possono scaturire interessi comuni a beneficio di tutti coloro che operano in tali contesti; così, ad esempio, una mostra patrocinata da ADI (Associazione per il Disegno Industriale), organizzata dai designer Cintya Concari e Roberto Marcatti[1], permette di far dialogare  scienze, arte, filosofia, tecnica, economia facendole intravedere come una rete di parti tra loro interconnesse in base anche ad un principio esistente in natura e che trova nelle scienze biologiche un suo esempio paradigmatico: il ruolo degli enzimi.

Gli enzimi, com’è noto, sono molecole biologiche che permettono di catturare e legare fra di loro altre molecole che da sole non sono in grado di reagire e per questo sono considerati i patroni delle reazioni chimiche impossibili; senza l’intervento degli enzimi, pur incontrandosi, le molecole non riuscirebbero mai a superare la loro inerzia, a combinarsi per dare origine a composti di ordine superiore. Gli enzimi hanno la capacità di far legare fra di loro le molecole riluttanti. La presenza di un ezima determina la realizzazione di una sorta di microambiente, in cui le reciproche resistenze dei reagenti vengono annullate, fino al punto che tra di essi riescono a formarsi legami stabili. Utilizzandoli come una metafora, i meccanismi che regolano i fenomeni biologici possono essere d’aiuto per fornire degli elementi portanti di quello che si può chiamare vero e proprio pensiero enzimatico sia da un punto di vista più di natura metodologica ed epistemologica e sia per quello che riguarda il comportamento individuale e sociale.

Sul terreno più strettamente epistemologico, come viene sostenuto da più parti con forme diverse, il pensiero enzimatico è il risultato della presa d’atto delle leggi del mondo mesoscopico, del mondo complesso delle cosiddette proprietà emergenti che si reggono sui principi di organizzazione; in esso le conoscenze, come diceva Michel Serres già negli anni ’70 ‘si miscelano’, si interconnettono in maniera strutturale[2] fra di loro attraverso proprietà di tipo enzimatico dove ogni scienza da sola non è in grado più di autofecondarsi, ma ha bisogno di qualche altra conoscenza proveniente da un altro settore che faccia da enzima per evitare di chiudersi in un circolo vizioso e sterile e che le permette di  andare oltre i suoi limiti. Il pensiero enzimatico da questo punto di vista da una parte è la presa di coscienza più matura della pluralità dei livelli del reale, di quelle che già Leonardo Da Vinci chiamava ‘le mille ragioni del reale silente’ e dall’altra che ormai le frontiere del pensiero scientifico non si situano più nella ricerca del livello di fondo del reale per arrivare in superficie in maniera deduttiva, idea che ha retto sino alla meccanica quantistica, ma nell’insieme dei livelli che si incrociano fra di loro col dare vita ad una rete di parti emergenti interconnesse, dove non esistono sistemi autonomi e isolati.

Ma dove il pensiero enzimatico può essere maggiormente d’aiuto, anzi l’atteggiamento enzimatico, l’attitudine enzimatica, è nelle cosiddette ‘scienze umane’, che avendo perduto, come dice Alessandro Giuliani, il rapporto con le scienze della natura ad opera di alcuni ‘maestri del sospetto’, sono cadute in una in una «deriva ideologica… dove si coltiva il risentimento verso l’indagine del reale»[3]; esse possono trovare aiuto sia a livello metodologico che ontologico nei processi biologici, se si è in grado di trasferire in esse  quelle abilità enzimatiche che le dotano di capacità di andare oltre i loro limiti e di diventare a loro volta portatrici di tali potenzialità. Ma dove l’atteggiamento enzimatico e meglio l’attitudine enzimatica può trovare un particolare spazio e rivelarsi fecondo è sul piano delle relazioni sociali a largo spettro e nei rapporti interpersonali. Senza cadere nelle derive ideologiche della sociobiologia in voga negli anni ’60 negli USA e nemmeno in una certa psicologia triviale, si può parlare di ‘soggetto enzimatico’ legato alla singolarità della persona che si manifesta solo hinc et nunc in quello spazio/tempo in cui è in grado di modificare le dinamiche dell’ambiente strettamente circostante con la sua presenza fisica.

Pertanto il pensiero enzimatico è un metodo per rappresentare meglio le abilità particolari o innate in un ‘soggetto enzimatico’ che le renda però trasferibili in altri soggetti (molecole) che pur non essendo portatori naturali di tali abilità, potrebbero diventarne comunque ‘agenti di diffusione’; in tal modo esse faciliterebbero ed estenderebbero nello spazio e nel tempo l’influenza dell’enzima ben oltre i limiti delle sue capacità di azione diretta. Le scienze dell’uomo dalla psicologia all’economia, cioè l’uomo concreto e le sue scelte, avrebbero bisogno di tali ‘enzimi’ da immettere giorno per giorno nella vita quotidiana come strumento continuo di innovazione; così la vita umana nel suo complesso deve costruirsi i suoi ‘enzimi’ come il risultato dell’intreccio di più variabili, deve creare i suoi agenti diffusori di enzimi per evitare l’anarchia delle sue molecole ed il loro progressivo isterilimento, favorendo lo sviluppo costante di agenti solidali. A questa impresa sono invitati a dare il loro contributo le istituzioni educative dalla scuola agli enti di ricerca e universitari, dalle imprese ai politici; più la società si struttura enzimaticamente, più è innovativa e produttiva, meno individualistica e più solidale e con essa la stessa democrazia, frutto di tale attitudine e nello stesso tempo foriera di ulteriori proprietà enzimatiche da alimentare continuamente.

Per questo la comunità presa nel suo insieme oggi più che mai, per la cogenza dei problemi globali che riguardano l’intera umanità, è costretta a diventare in primis comunità epistemica, cioè in grado grazie alle conoscenze di frontiera prodotte a tutti i livelli, a far tesoro di esse e a costruirsi quella che si potrebbe chiamare anche ‘ragione enzimatica’  il che non è una stravaganza intellettuale, ma il risultato della presa d’atto del bisogno di riflettere in prima persona di fronte a nuove evidenze etiche e conoscitive sempre più pressanti e che hanno bisogno di approcci più adeguati alle nuove sfide emergenti.

Che l’idea di un pensiero enzimatico sia nata in occasione di un evento organizzato dalla Associazione per il Disegno Industriale, forse, non è del tutto casuale. Nella Cultura del Design, termine che deve intendersi nella sua accezione anglosassone, come “Cultura del Progetto”, esistono figure professionali, i designer, che svolgono un ruolo comparabile a quello degli enzimi. Fine ultimo del Design è quello di giungere alla realizzazione di oggetti fisici o servizi che migliorino la qualità della vita delle persone. Il designer può essere raffigurato, come dotato di una personalità particolarmente sensibile, in grado di “leggere la contemporaneità” e individuarne, lì dove altri non riescono, la complessità delle relazioni tra i suoi elementi, sia di quelle esistenti che di quelle completamente inedite, che potrebbero instaurarsi.

Ruolo del designer è quello di proporre nuove modalità esperienziali, più adeguate all’attualità dei tempi, la cui affermazione sarà ostacolata, il più delle volte, dalla tenacia dei vecchi paradigmi, consolidatisi grazie alla forza della consuetudine. Come un enzima, il designer contrasta questa inerzia a reagire all’innovazione, utilizzando gli strumenti messi a disposizione dal Design, un linguaggio trasversale che permette di descrivere e mettere in comunicazione i mondi intangibili della creatività con il materialissimo mondo della produzione industriale, per giungere alla “incarnazione” di un concetto, in un oggetto fisico o in un processo, che entrerà a far parte della quotidianità delle persone. Attraverso il Design, la “visione” che nasce dalla particolare sensibilità di un singolo individuo si può trasmettere all’interno di un’intera comunità di soggetti, la maggior parte dei quali, pur essendo dotata di un minor talento immaginifico, ne trarrà comunque dei benefici. In questo, il ruolo svolto dal Design, nell’ambito della produzione industriale, può essere interpretato come una metafora di ciò che potrebbe rappresentare il “pensiero enzimatico”, negli ambiti riferibili all’epistemologia insieme con le sue evidenze etico-sociali.

Se mai ce ne fosse stato bisogno, un incontro inatteso, tra epistemologia, biologia e Design, ha offerto la dimostrazione di quanto possa essere feconda la contaminazione tra universi apparentemente diversi e di quanto la diversità, grazie al dialogo, non tramite il conflitto, possa generare ricchezza.

Mario Castellana  (Università del Salento) e Guido Santilio (vicepresidente ADI – delegaz. Puglia/Basilicata)

[1]Mostra “Modulor o Algorimo?”: 09-24 feb 2019 Palazzo Ducale  Martina Franca (Ta).

[2] Michel Serres parlava della necessità di una nuova ‘analitica trascendentale delle relazioni’ o di ‘epistemologia delle interrelazioni’ e cfr. M. Serres, Chiarimenti, trad.it., Manduria, Barbieri Ed., 2001.

[3] A. Giuliani, La scienza dello spirito, in «Bene comune», 30 novembre 2018, p. 2.