MEGLIO NON ESCLUDERE IL TERZO INCOMODO

Il principio del terzo escluso

excluded-middleIl principio del terzo escluso, nella logica binaria classica, sostiene che: date due proposizioni contraddittorie A e ~A esse non possono essere né contemporaneamente vere né contemporaneamente false; una deve necessariamente essere vera e l’altra falsa e la verità dell’una implica automaticamente la falsità dell’altra. In questa sede non ci occuperemo della logica intuizionista.

In latino questo principio era detto “Tertium non Datur” che significa che una terza soluzione ad una situazione non è data; le soluzioni possibili sono A o ~A.

Esempio:

Piove; non piove (non ci sono altre possibilità)

Sul piano logico prendiamo atto della validità di questo principio, ma nella realtà quotidiana, sul piano epistemologico, ci si possono presentare situazioni in cui le risposte ad una situazione x possono essere più di due. Di seguito analizzeremo una terza risposta possibile.

 

“Non so se A, quindi ~A”

“Non so se A, quindi ~A” è un’inferenza che ci suona familiare, ci capita spesso di imbatterci in essa.

Ma è un’inferenza corretta? Ha validità logica?

Evidentemente no, in quanto quello che si sostiene con la premessa “Non so se A” è semplicemente che non si ha una buona base/non si hanno dati sufficienti per affermare A, quindi si propone una sospensione del giudizio, non un’affermazione del contraddittorio.

Esiste quindi una terza possibilità rispetto ad A o ~A ed è la sospensione di giudizio. Essa entra in gioco nel momento in cui mancano dati sufficienti per sostenere una tesi. Il nostro problema è dunque situato in ambito epistemologico.

Credo che la sospensione di giudizio possa essere di due tipi:

  • Temporanea: quando mancano dati sufficienti per affermare A che, però, possono essere raccolti successivamente (ignoramus)
  • Duratura: quando l’impossibilità di giudizio sia determinata da una incapacità gnoseologica strutturale (ignorabimus)

D’altro canto siamo noi a decidere arbitrariamente di avere alcuni limiti strutturali gnoseologici per cui designiamo “duratura” una sospensione di giudizio, negandoci la possibilità di avere certezza completa riguardo ad una qualche questione; ma non è difficile immaginare un mondo possibile in cui l’uomo avesse scoperto o maturato la capacità di emettere giudizi fondati su qualsiasi questione, quindi potremmo ricondurre tutte le sospensioni di giudizio a quella temporanea eliminando il secondo tipo.

Spesso l’uomo preferisce una risposta non fondata ad una questione piuttosto che una sospensione di giudizio.

Dove originano queste risposte infondate? In che modo possono arrivare ad essere accettate da un individuo?

  • Spesso molte risposte che una persona possiede fanno parte di un bagaglio ricevuto inconsciamente dall’esterno (Famiglia, società, scuola, …) e mancano quindi di consapevolezza; per cui una soluzione A ad un problema x è accettata a priori.
  • Quando il problema che si pone di fronte all’individuo non è alla sua portata gnoseologica, spesso, lui, invece di prendere atto della personale impossibilità di dare un giudizio certo sulla questione, in maniera inconsapevole, o poco onesta intellettualmente, costruisce o accetta una risposta ad hoc che lo fa sentire tranquillo, non tenendo conto dell’arbitrarietà di essa.
  • Infine capita spesso che l’individuo sia soggetto a distorsioni cognitive dovute all’utilizzo inconsapevole del ragionamento induttivo applicato a schemi di apprendimento utilizzati naturalmente (guardare, ascoltare, fare esperienze, …). L’esperienza di un fatto percepita sempre allo stesso modo e dallo stesso punto di vista porta a pensare che quella sia la realtà, il modo e il punto di vista corretto.

Esempio: se un bambino guarda il sole e vede che si sposta nel cielo apprende che il sole si muove intorno a lui finché qualcuno non gli spiega la teoria eliocentrica.

Così come, per vari motivi, l’uomo impara ad accettare nel suo bagaglio culturale risposte infondate a questioni di varia natura; egli impara anche ad accettare dei tipi di ragionamento non corretti, come il summenzionato “Non so se A, quindi ~A”.

Questo tipo di inferenza non corretta alcune volte può trarre origine da un escamotage socio-linguistico messo in atto in un dialogo da un individuo che, nel tentativo di non scontrarsi duramente con un’opinione contraria, o nel tentativo di trasmettere un messaggio in maniera delicata, dice ad un altro “Non so se A” comunicando però con il tono di voce o in maniera non verbale il messaggio “~A”, che l’ascoltatore recepisce.

Per esempio: Una ragazza chiede un parere sul vestito da scegliere per uscire ad un’altra ragazza a lei non troppo familiare e quest’ultima le dice:

“Mmmh, non so se ti sta proprio bene quel vestito” oppure “non so se è proprio adatto quel vestito”

e quello che vuole intendere è:

“quel vestito non ti sta bene” e “ quel vestito non è adatto”.

Il messaggio che si vuole trasmettere, e che generalmente viene recepito in maniera chiara dall’ascoltatore, differisce quindi dalla forma linguistica che si utilizza e, così, sia il parlante che l’ascoltatore tendono poi ad associare la proposizione “non so se A” al reale messaggio trasmesso “~A”.

Questa associazione viene poi erroneamente scambiata per un corretto modo di ragionare e si imprime nella mente del parlante l’inferenza “Non so se A, quindi ~A” che egli poi, all’occorrenza, riutilizza nei ragionamenti.

Altra situazione è quella in cui l’erronea inferenza “Non so se A, quindi ~A” non è stata interiorizzata da un individuo ma viene utilizzata esteriormente in funzione di uno scopo da raggiungere.

Per esempio se durante un dialogo tra due parlanti 1 e 2, 1 mette in discussione la risposta A al problema x che è accettata dai più, allora 2 potrebbe reagire con un atteggiamento chiuso e difensivo, per timore della messa in discussione di A, accusando 1 di sostenere ~A allo scopo di renderlo ostile al gruppo, facendolo passare per “eretico”. Entra quindi in gioco l’elemento sociale/comunitario e l’individuo 2, mentalmente chiuso e timoroso e forte dell’unione all’idea comune, cerca di allontanare “l’eretico”, colui che rompe l’equilibrio individuale e sociale, accusandolo di sostenere ~A e mettendolo quindi contro ai più. La conclusione

“allora ~A” diventa in questo caso una sorta di accusa.

Perché tendenzialmente l’uomo fatica ad accettare una sospensione di giudizio?

Credo che i motivi possano essere molteplici:

  • Spesso il motivo risiede nel bisogno di sentirsi sicuri, all’interno di una realtà ben delineata, in cui si sa (o si pensa di sapere) come funzionano le cose.

L’ignoto è uno dei più grandi motivi di timore dell’uomo, da sempre; perciò il suo costante tentativo di rendere noto l’ignoto/di delineare una realtà confusa risponde proprio ad una necessità di sicurezza e di tranquillità interiore.

Abraham Maslow nel 1954 concepì l’idea di “gerarchia dei bisogni”; mise in atto il tentativo di gerarchizzare, in una piramide, i bisogni dell’uomo partendo alla base dai più importanti e salendo man mano ai secondari. Al primo livello della piramide sono posizionati i bisogni fisiologici e al secondo i bisogni di sicurezza. Non condivido pienamente l’idea complessiva di Maslow ma riconosco la grande importanza da lui attribuita al “sentirsi sicuri” e credo che proprio questo bisogno sia spesso alla base della difficoltà di accettare una sospensione di giudizio.

Collego a questa tesi anche un altro fatto che ho notato, ovvero che le persone con più autostima e più sicure di sé sono più autonome; sono in un certo senso più forti e riescono con più facilità a mettere in discussione idee consolidate e ad accettare sospensioni di giudizio; probabilmente perché non sentono così forte questo bisogno di avere nel proprio immaginario una realtà completamente ben delineata per sentirsi sicure.

  • Credo che l’uomo generalmente tenda ad ottenere risposte il prima possibile a tutti gli interrogativi che gli si pongono innanzi nella vita; una domanda che nasce nell’uomo ha bisogno di trovare una risposta immediata; pertanto egli generalmente accetta più facilmente una risposta infondata “pronta all’uso” rispetto ad una sospensione di giudizio.
  • La soluzione infondata A ad una questione x può anche essere necessaria ad un individuo per confinare bene alcuni contenuti che, diversamente dalla soluzione A verrebbero percepiti in maniera negativa, provocando emozioni spiacevoli.
  • Un altro motivo potrebbe risiedere in una questione di identità; ovvero nel fatto che un uomo riponga una parte di sé/un aspetto fondante della sua identità in una qualche idea consolidata e che la messa in discussione di questa diventi proprio una sorta di attacco personale alla propria integrità, portando l’uomo a disporsi in un atteggiamento chiuso e difensivo.
  • Altra causa può essere il timore della fatica del mettere in discussione una risposta già consolidata dentro di sé;
  • In altri casi l’uomo può sentirsi svalutato perché si rende conto della validità della sospensione di giudizio, in contrasto alla sua risposta A al problema x; non averci pensato prima lede il suo orgoglio davanti a sé stesso ed eventualmente a chi gli sta intorno, in particolare se occupa uno stimato ruolo sociale;
  • Un’ altra possibilità è che venga intaccata la sua zona di comfort (ovvero quella realtà che si è creato intorno, materialmente ed idealmente, in cui sa muoversi, di cui conosce bene i confini e in cui si sente a suo agio);

In conclusione a questo breve approfondimento riconfermiamo che l’inferenza “non se A quindi ~A” è epistemologicamente fallace; prendiamo atto della distanza che esiste tra il piano della verità logico e quello gnoseologico e riconosciamo la complessità delle dinamiche messe in atto quotidianamente dall’uomo nel tentativo di ragionare e di muoversi nei meandri della vita e del sapere.

Emanuele Verni

URBINEIDE: UMANISTI IN EPOCA SCIENZIATA

urbineideÈ impossibile non commuoversi leggendo l’Urbineide di Umberto Brunetti, poema goliardico in terzine dantesche, che racconta alcuni squarci della vita urbinate di un gruppo di brillanti studenti di Lettere, ben consapevoli del triste futuro che li aspetta, cioè la disoccupazione, causato anche dalla laurea che hanno scelto, ma tenaci nel rivendicare l’importanza della poesia e dell’arte in generale nella società contemporanea.

Già dall’scrizione sulla porta della Facoltà capiamo la prima impressione di questi ragazzi:

Per me si va a la Facoltà dolente,

Per me si va a la disoccupazione,

Per me si va tra la malnata gente.

Essi inoltre non amano il faticoso lavoro del filologo:

Chi qui s’addentra per torturazione

Sì tanta subirà filologia

Da perdere la vista et la ragione.

Capisco che a vent’anni il difficile compito di stabilire un testo e comprenderne a pieno il significato nel suo contesto storico e linguistico può attrarre poco, ma in realtà questa è la parte più seria e più profonda del lavoro letterario. E questi studenti di Urbino ringrazieranno che il nostro Corso di Lettere li abbia “giustamente” torturati!

E così si definiscono:

Per noi che banda di sbandati siamo

Per noi umanisti in epoca scienziata,

per noi c’è la poesia, che noi amiamo.

Dunque il problema che Brunetto e i suoi compagni si trovano ad affrontare è quello che oggi impegna le riflessioni di molti: che ruolo hanno gli studi letterari in un mondo dominato dalle scienze naturali e dalla tecnica?

Nel numero 7 della rivista fondata da questi studenti avevo provato a dire qualcosa su tale argomento, ma adesso vorrei soffermarmi brevemente sul percorso umano raccontato dall’autore.

Fondato il gruppo “La resistenza della poesia”, i ragazzi organizzano una serie di letture di poesie nelle locande urbinati, che però vanno per lo più deserte. Demoralizzati, si rendono conto che il pubblico vuole soprattutto ridere e così si impegnano in un gruppo teatrale, che mette in scena diverse commedie con importanti successi a Urbino e anche nel resto d’Italia, fino all’istituzione del Centro Teatrale Universitario Cesare Questa, un importante successo culturale e politico. Non solo, la rivista “La resistenza della poesia”, prima cartacea, poi virtuale, è arrivata al numero 13 e speriamo continui le sue pubblicazioni.

Dunque i nostri donchisciotteschi cavalieri continuano la loro battaglia senza spade. Auguro loro un successo straordinario, sperando che non dimentichino quanta umanità ci sia nella scienza. E che forse il nostro compito più difficile oggi è proprio quello di esplicitare questa poesia che si nasconde nell’apparentemente fredda era digitale.

VF

IL NUOVO MISTERIANESIMO

downloadIl termine «new mysterians» venne usato per la prima volta da Owen Flanagan in The Science of the Mind[1], edito nel 1984, per indicare alcuni pensatori scettici rispetto alla possibilità che la coscienza possa essere spiegata attraverso la neuroscienza tradizionale. I “nuovi” misteriani si distinguerebbero dai “vecchi”, tra i quali Flanagan annovera Gottfried Leibniz, Samuel Johnson e Thomas Huxley, e che definisce «dualists who thought that consciousness cannot be understood scientifically because it operates according to nonnatural principles and possesses nonnatural properties»[2].  Il nuovo misterianesimo si allontana dal dogmatismo del passato e prende corpo nelle teorie di un gruppo estremamente eclettico di studiosi composto perlopiù da filosofi e fisici, ciascuno dei quali sostiene la propria versione della non riducibilità della coscienza.

L’esponente più radicale del misterianesimo è Colin McGinn, la cui posizione – da lui stesso definita “naturalismo trascendentale” – si basa sulla presa d’atto che il cervello umano, in quanto prodotto dell’evoluzione, ha invalicabili limiti cognitivi, e che così come è impossibile pretendere che un topo o una scimmia comprendano la teoria della relatività, allo stesso modo non bisogna aspettarsi che la razionalità umana sia in grado di capire qualsiasi aspetto dell’esistenza. Nessuna teoria fisica può spiegare in modo soddisfacente la relazione tra mente e materia, e dunque la coscienza è destinata a rimanere «a mistery that human intelligence will never unravel»[3]. McGinn sottolinea lo statuto strettamente epistemologico dell’intera corrente del misterianesimo: il fatto che noi non siamo in grado di comprendere la mente non implica che essa sia intrinsecamente misteriosa.

Altri misteriani, di più miti consigli, pur riconoscendo la profonda difficoltà nell’indagare la coscienza, ritengono che una via si possa trovare. Flanagan nel suo Consciousness Reconsidered (1992) si sofferma sull’importanza del considerare la mente come sistema complesso, il cui funzionamento non può essere ascrivibile a un unico meccanismo. Su questa scia Rogert Penrose, fisico e matematico all’università di Oxford, propone un’associazione tra i misteri della mente e quelli della meccanica quantistica, che genera effetti non deterministici impossibili nella teoria della fisica classica e della computazione standard: la soluzione potrebbe essere rintracciata nella non località, cioè la capacità di una parte di un sistema quantistico di influenzare altre parti istantaneamente[4].

Thomas Nagel, invece, dubita che la coscienza possa essere inquadrata all’interno di una qualsiasi teoria fisica. Giustifica la propria tesi constatando l’inaccessibilità degli stati fenomenici altrui attraverso l’esperimento mentale proposto nell’articolo What is like to be a bat?[5]: per quanto un essere umano possa avere una conoscenza scientificamente precisa degli apparati sensoriali e cerebrali di un pipistrello, non riuscirà mai ad avvertirne i qualia allo stesso modo dell’animale restando se stesso –  conservando cioè la propria coscienza. Come Nagel, anche Jerry A. Fodor ritiene che una teoria strettamente materialistica non possa spiegare in che modo gli esseri umani hanno esperienza soggettiva del mondo; «il problema è: com’è possibile che un sistema fisico abbia uno stato cosciente? […] Gli scienziati che pensano che la scienza da sola sia in grado di rispondere a questa domanda non la capiscono veramente»[6]. Dove la scienza non può arrivare, suggerisce, bisogna lasciare uno spiraglio aperto alla filosofia.

L’«epistemic boundedness» di Fodor deve molto a Noam Chomsky, che teorizza una distinzione tra problemi, cioè questioni risolvibili seppur complicate, e dall’altro i misteri, la cui soluzione rimane incomprensibile a causa dei limiti intellettuali congeniti nell’uomo[7]. Mistero è ad esempio il libero arbitrio, la cui effettiva esistenza non potrà mai essere accertata a causa di un limite dei meccanismi cerebrali stessi:

«Free will is simply an obvious aspect of human experience. Now, I don’t think there’s any scientific grasp, any hint of an idea, as to how to explain free will. My hunch is that the answer lies in the domain of potential science that the human mind can never master because of the limitations of its genetic structure»[8].

Vale la pena ricordare che la suggestione di Chomsky e il misterianesimo in generale vengono attaccati esplicitamente da Daniel C. Dennett, il quale bolla la tesi della «cognitive closure» di McGinn come «not just incredible and ludicrous […] but […] embarassing»[9], in quanto non tiene conto dei progressi tecnici delle neuroscienze, che puntano ad ampliare le capacità del cervello umano. Dennett accusa i misteriani di ignorare la biologia e la scienza in generale, di cui danno interpretazioni logicamente fallaci e prive di fondatezza. Dennett, però, al di là di queste prese di posizione, non fornisce buoni argomenti contro il misterianesimo.

Il dibattito sulla sondabilità della coscienza resta tuttora aperto, almeno fino a quando, per dirla con le parole dello psicologo Steven Pinker, «an unborn genius – a Darwin or Einstein of consciousness – comes up with a flabbergasting new idea that suddenly makes it all clear to us»[10]. Oppure i misteriani potrebbero avere ragione|

Maria Raffa

[1] «I call […] the “new mysterians,” after a forgettable 1960s pop group called Question Mark and the Mysterians. […] The new mysterians think that consciousness will never be understood.»  O. Flanagan, The Science of the Mind, MIT Press, Cambridge, 1984, p. 313.

[2] O. Flanagan, ibidem.

[3] C. McGinn, The Mysterious Flame: Conscious Minds in a Material World, Basic Books, New York, 1999.

[4] Cfr. J. Horgan, Può la scienza spiegare la coscienza?, «Le Scienze», 13, 1994, p. 85.

[5] Pubblicato per la prima volta sulla rivista The Philosophical Review nell’ottobre del 1979.

[6] J. Horgan, Può la scienza spiegare la coscienza?, «Le Scienze», 13, 1994, p. 82.

[7] Cfr. N. Chomsky, Problems and Mysteries in the Study of Human Language, in A. Kasher (ed.),

 Language in  Focus: Foundations, Methods and Systems. Essays in Memory of Yehoshua Bar-Hillel, Dordrecht, Reidel, 1976, pp. 281-357.

[8] Da un’intervista a Chomsky del 2014, https://www.youtube.com/watch?v=0NQIaPP6row, 7/12/2017.

[9] D. Dennett, The Brain and Its Boundaries, «Times Literary Supplement», Londra, edito il 10 maggio 1991 e successivamente corretto nel numero del 29 maggio. https://ase.tufts.edu/cogstud/dennett/papers/mcginn.htm, 8/12/2017.

[10] S. Pinker, The brain. The Mistery of Consciousness, 2007, http://content.time.com/time/ magazine/article/0,9171,1580394-6,00.html, 10/12/2017.

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Che fine hanno fatto le sostanze seconde?

Per Aristotele, il mondo naturale è ben organizzato in sostanze prime e sostanzeseconde, cioè in individui che cadono sotto i generi naturali. Così io sono un individuo del genere uomo, il mio cane Bob è un individuo del genere cane e così via. Dunque le sostanze seconde sono dei veri e propri universali, cioè concetti che si applicano a tanti individui. Esse inoltre non variano nel tempo. Attenzione però, tali concetti non stanno fuori dalla realtà, ma sono immanenti agli oggetti, almeno secondo lo Stagirita, che in questo si allontana dal suo maestro Platone.Bisogna anche stare in guardia a non confondere le sostanze seconde con gli attributi o proprietà. Un conto, infatti, è il genere cane, un conto, invece, la proprietà “essere peloso”.

Secondo Hume le sostanze seconde non esistono. Omeglio non sarebbero altro che certi fasci di proprietà. Così, ad esempio, il cane è semplicemente un animale peloso, quadrupede ecc. Per Hume, quindi, non ci sarebbero neanche le sostanze prime. Locke, invece, lascia che le sostanze prime siano una sorta di principio di individuazione che si aggiunge a un insieme di proprietà.

L’imporsi nell’Ottocento della teoria dell’evoluzione ci ha fatto comprendere che a livello macroscopico le sostanze seconde non esistono. Di fatto il cane è oggi una specie, ma non lo era centomila anni fa. Ovvero, non solo le sostanze seconde non esistono, ma di fatto i fasci di proprietà di cui parlava Hume cambiano nel tempo. Possiamo allora dire che le sostanze seconde sono solo un’anticaglia da relegare in soffitta che magari interessa agli storici del pensiero, ma non ai filosofi? Non proprio. Infatti è vero che il cane non è una sostanza seconda, un genere naturale, tuttavia il cane è costituito di molecole, che, a loro volta sono fatte di atomi. Questi ultimi, poi, sono aggregati di protoni, neutroni ed elettroni. Nel nucleo, poi troviamo altri bosoni che tengono uniti fra loro i protoni. Senza contare che i protoni e i neutroni sono costituiti da quark. Insomma andando nel mondo microscopico ritroviamo i generi naturali. Almeno se ci atteniamo alle odierne conoscenze.

I quark, ad esempio, ma anche gli elettroni, sono concetti non ulteriormente scomponibili, nel senso che se applicati a un individuo, una parte propria di quell’individuo non è della stessa natura dell’intero. Non solo, non consentono l’individuazione di generi naturali di rango inferiore. E, infine, sembrano essere invarianti nel tempo. In pratica le circa 60 particelle elementari, fra bosoni e fermioni, materia e antimateria, sono delle vere e proprie sostanze seconde nel senso di Aristotele. Anche le sostanze chimiche pure sono invarianti nel tempo e non scomponibili, anche se hanno dei generi naturali subordinati. Così, ad esempio, H2O è l’acqua e sarà sempre l’acqua, e una sua parte non è acqua.

Se prendiamo sul serio le più aggiornate teorie scientifiche, non sono le sostanze seconde, ma le sostanze prime che sono evaporate. Infatti, anche se tutte le particelle elementari sono riconducibili a un genere naturale, di fatto, benché possiamo dire quante particelle dello stesso genere ci siano in un corpo, non possiamo distinguerle. Cioè esse non si comportano più come individui, ovvero non le possiamo contare. Sono solo debolmente identificabili. In altre parole, a esse non si applica più il principio di identità.

Certo, né Aristotele, né Hume potevano prevederlo. È veramente sorprendente come la natura riesca sempre ad andare al di là delle ontologie che noi immaginiamo.

Vincenzo Fano

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Le onde gravitazionali ampliano l’universo visibile

Pochi giorni fa è stato attribuito il premio Nobel per la fisica a Kip Thorne, Reiner Weiss e Barry Barish per avere dato un contributo importante alla prima rilevazione diretta delle onde gravitazionali. Lunedì 17 ottobre scorso le onde gravitazionali ci hanno permesso di rilevare un evento previsto teoricamente, ma mai osservato prima, con tanta precisione, cioè la fusione di due stelle di neutroni. In particolare, si è capito meglio come si formano nell’universo elementi pesanti, come il platino e l’oro e si è applicata alla grande l’astrofisica multi-messaggera, cioè l’uso di diversi strumenti per analizzare lo stesso fenomeno astronomico.

I primi straordinari osservatori del cielo furono i babilonesi. Essi, a occhio nudo, arrivarono a predire eclissi e comprendere il moto della luna e dei pianeti. A occhio nudo vuol dire che le loro indagini erano basate solo sulle informazioni che provenivano dal cosmo tramite la luce visibile.

Fu Galileo che, pur capendo poco di ottica, per primo utilizzò il cannocchiale per ampliare la quantità di informazione recepibile sulla Terra dal cielo. Prima di lui Tycho Brahe a Praga faceva ancora osservazioni molto precise a occhio nudo. Galileo NEL 1610 pubblicò il Sidereus nuncius, che raccontava le sue incredibili scoperte, dalle macchie solari, ai crateri sulla luna fino ai satelliti dei pianeti. L’informazione arriva però ancora solo dalle onde elettromagnetiche visibili, ma il nostro occhio viene potenziato dalle lenti.

Negli anni Venti del secolo scorso il grande astronomo Edwin Hubble ancora con un telescopio ottico scoperse che la nebulosa Andromeda è in realtà un’altra galassia, ampliando enormemente il nostro universo, che ancora Einstein nel 1917 limitava alla sola Via Lattea. Egli scopre poi che tutti gli oggetti dell’universo si allontanano fra di loro, cioè la celebre legge di Hubble.

Nella seconda metà dell’800 ci si rende conto che la luce è un fenomeno elettromagnetico e che esistono una miriade di onde più piccole e più grandi di quelle visibili. Nasce negli anni Trenta del secolo scorso la radioastronomia, cioè l’indagine del cielo tramite le onde elettromagnetiche non visibili. Il primo fu Karl Jansky e poi dopo la Seconda Guerra si scoprirono così le pulsar i quasar e la radiazione cosmica di fondo. In Italia, negli anni Sessanta, la caparbietà visionaria di Marcello Ceccarelli, Alessandro Braccesi e Gianfranco Sinigaglia portò alla messa a punto del telescopio Croce del Nord a Medicina, vicino a Bologna.

Ora, con l’astrofisica basata sulle onde gravitazionali è cominciata una nuova era nell’osservazione umana del cosmo.

 

Vincenzo Fano

LE OPINIONI NELL’EPOCA DELLA PRESUNTA POST-VERITA’

downloadChe cosa significa “ragionare” nella nostra epoca, dominata dalla molteplicità delle fonti, dall’immensità delle banche dati disponibili, dall’enormità del numero di persone che studiano, dall’alfabetizzazione di massa, dal facile accesso all’informazione, dalla semplicità di produzione dei contenuti?

Per prima cosa occorre fare estrema attenzione alle nostre emozioni. Un conto è il “desiderio di sapere come stanno le cose”, che è un fondamentale motore di conoscenza, un conto, invece, il “desiderare che le cose stiano così e così” che ci porta a cercare conferme alle tesi che vorremmo fossero vere, senza metterle seriamente alla prova. Quindi una prima regola da rispettare è la seguente:

I. Diffidare di tutte le fonti che comunicano con un’evidente animosità. Fidarsi soprattutto delle presentazioni pacate, che non solo illustrano una tesi, ma discutono anche le sue possibili obbiezioni. Dubitare anche della propria animosità.

Forse ancor più importante di questa prima regola è la fiducia che, benché esistano migliaia di opinioni diverse, la verità sia unica. Anche se è molto difficile accertare come stanno le cose, tuttavia le cose accadono e sono in un unico modo. Anche se tutti sostenessero che la Terra sia piatta, ad esempio, essa continuerebbe a essere quasi sferica. Non confondiamo quindi la “verità” con la “certezza”. La verità c’è sempre, è la certezza che quasi sempre ci manca. Noi non siamo nell’epoca della post-verità, che è una contraddizione in sé, ma nell’epoca della post-certezza; e questo ormai da molti decenni. Dunque:

II. Le cose stanno in un solo modo.

Tuttavia non possiamo mai essere certi di nulla. Non essere certi, però, non significa che sia più probabile che le cose stiano così e così, piuttosto che in un altro modo. Quindi tutte le nostre opinioni hanno un grado più o meno alto di probabilità di essere vere. Per questo la conoscenza del calcolo delle probabilità, delle sue regole e dei suoi trabocchetti è essenziale al pensiero critico. La regola successiva è quindi:

III. Non esiste certezza, ma solo opinioni più o meno probabili.

Molti sostengono che esistono fatti, ma non dati, ovvero che, pur essendo che le cose stanno in un certo modo, noi non abbiamo un accesso diretto ai fatti, cioè i fatti non ci sono dati. Effettivamente quasi tutti i fatti che ci interessano non ci sono dati. E quindi dobbiamo trovare delle strategie per accertarli.

Per quel che ne sappiamo, noi siamo anche frutto di un adeguamento degli esseri viventi all’ambiente. Ragion per cui, non solo le nostre sensazioni – come già sapeva Cartesio – ma anche le nostre intuizioni intellettuali non educate sono distorte dalla ricerca di ciò che è utile e dall’evitamento di ciò che è dannoso. Dunque:

IV. Le nostre sensazioni e i nostri ragionamenti spontanei non sono affidabili.

Tuttavia c’è una ragione per cui essi non possono essere del tutto inaffidabili. Infatti l’ambiente a cui ci siamo adattati è in continua evoluzione, spesso anche per mano nostra. Quindi, se la nostra immagine immediata dell’ambiente fosse guidata esclusivamente dal nostro utile, non saremmo in grado di fare i conti con i cambiamenti che incontriamo. Ne segue che in parte cogliamo spontaneamente come stanno le cose, anche se dobbiamo sempre controllare. Perciò:

V. Dobbiamo distinguere fra gli aspetti delle sensazioni che sono più informativi e quelli illusori, nonché affinare le nostre intuizioni mediante l’esercizio.

La nostra conoscenza dunque non è mai un mero registrare, ma sempre un formulare ipotesi. Come si fa a controllare le nostre ipotesi? La prima regola aurea è la seguente:

VI. La probabilità che una certa ipotesi sia vera aumenta mano a mano che la controlliamo in situazioni diverse.

Se incontro un cigno bianco nel posto X e dopo un’ora ne vedo un altro e poi vado nel posto Y e anche lì i cigni sono bianchi, aumenta la probabilità che tutti i cigni siano bianchi.

Attenzione: le ipotesi vanno spesso riformulate. Se vedo un cigno nero dopo averne visti 100 bianchi, ho sì falsificato l’affermazione “tutti i cigni sono bianchi”, ma ho confermato l’affermazione “il 99% dei cigni sono bianchi”.

Altra regola importante:

VII. La probabilità che una certa ipotesi sia vera diminuisce all’aumentare del suo contenuto informativo.

Ad esempio, prima di aver fatto controlli, la probabilità che “tutti i cigni sono bianchi” è maggiore di “tutti i cigni sono bianchi e hanno le ali”. Per questo le ipotesi complicate hanno bisogno di più conferme per essere accettate.

Un’ultima regola fondamentale per il ragionamento induttivo è la seguente:

VIII. La probabilità che un’ipotesi generale sia vera se estesa a un nuovo caso aumenta tanto più quest’ultimo sia simile a quelli già presi in esame.

Vedo delle tracce molto simili a quelle che ieri si sono rivelate essere dovute al passaggio di un topo, quindi anche oggi l’infame ratto è passato.

Ci sono molte altre regole del ben ragionare, ma queste tre sono già molto utili.

Occorre poi distinguere fra le intuizioni del profano e quelle dell’esperto, anche se pure queste ultime non sono mai del tutto affidabili. E la propria intuizione la si affina tramite la pratica. Ricordiamoci che oggi su quasi qualsiasi tema è molto difficile farsi un’opinione adeguata, per cui il nostro lavoro è più quello di stabilire quali siano le persone di cui fidarsi su un certo argomento che quello di raggiungere una nostra opinione con i soli nostri mezzi. Quindi:

IX. Attribuire più probabilità all’ipotesi messa a punto da un esperto che a quella formulata da un profano.

Infine c’è una regola aurea, che vi darà molte soddisfazioni. Spesso capita di ascoltare la stessa opinione da fonti molto diverse. Questo è un segnale molto importante a favore della verità di quella opinione. Se un gruppo di persone tutte in contatto fra loro pensano A, questo non aumenta la probabilità di A. Ma se persone diverse, portatrici di interessi differenti, pensano A, allora l’ipotesi aumenta significativamente la sua probabilità di essere vera. Se, invece una sparuta minoranza sostiene A, nella maggior parte dei casi, non sempre, A non è vera.

X. Fidarsi della convergenza di opinioni fra fonti diverse. Diffidare delle opinioni sostenute da pochi.

Ciò malgrado talvolta i pochi hanno ragione, ma occorre che vagliate attentamente le loro argomentazioni.

Vincenzo Fano