UN ALTRO MONDO E’ POSSIBILE

downloadC’erano una volta tanti anni fa, in un paese lontano lontano, due fratelli, di nome M. e L., che avevano da poco ereditato dai genitori la bella villa sul mare in cui vivevano e una ben avviata aziendina familiare. Perciò i due non se la passavano affatto male, anche se l’azienda aveva risentito della recente crisi economica, e per resisterle era stata costretta a indebitarsi.

Inoltre i fratelli potevano contare su ottime amicizie in paese: facevano parte di un Club di diverse altre famiglie benestanti,  i cui soci avevano molte idee e interessi in comune, si riunivano spesso per eventi culturali o sportivi e per qualche piacevole serata insieme. I loro figli giocavano insieme, e spesso andavano a studiare gli uni a casa degli altri, non di rado trattenendosi anche per alcuni giorni.

Soprattutto, poi i soci si sostenevano a vicenda dal punto di vista professionale ed economico: chi aveva maggiori disponibilità economiche era disponibile a far prestiti a chi ne aveva bisogno, a congruo interesse beninteso, e tutti facevano ottimi affari gli uni con gli altri. Anche l’azienda di M. e L. aveva i suoi migliori clienti e i suoi più affidabili fornitori tra i soci del Club.

Naturalmente tutto questo non derivava da disinteressata generosità, ma semplicemente dal fatto che era conveniente per ciascuno comprare e vendere, prestare e prendere a prestito dagli altri. Anzi, in queste transazioni ciascuno cercava sempre di  tirar l’acqua al proprio mulino, proprio come si fa negli affari, anche con qualche piccolo sotterfugio. Così pure, quando ci si ritrovava insieme, alcuni cercavano di emergere sugli altri, all’occasione non si lasciavano sfuggire qualche battuta alle spalle di qualcun altro, a volte ci scappava qualche alzata di voce, qualche parola grossa o qualche piccolo alterco.

Nessuno però era interessato a portare questi piccoli contrasti a un punto di rottura, perché nonostante l’appartenenza al Club richiedesse di rispettare certe regole o di ingoiare qualche piccolo rospo, era estremamente conveniente, e i vantaggi superavano di gran lunga gli svantaggi. Infatti tutti i soci prosperavano notevolmente, ed il loro paese rivaleggiava in ricchezza con le più grandi città vicine dell’est e dell’ovest.

Tuttavia i due fratelli non erano contenti: i genitori avevano avviato l’azienda grazie ad oculati risparmi, ed avevano allevato anche i figli in uno stile di vita agiato ma sobrio, rifuggendo dal lusso e da spese eccessive. Crescendo, i ragazzi erano divenuti insofferenti di questi limiti. Essi osservavano i membri più ricchi del Club, specialmente E., A. e P., che guidavano auto di lusso e si permettevano vacanze esotiche, e si chiedevano perché lo stesso non avrebbero dovuto fare anche loro. Talora, anzi, si erano detti che quando fosse spettato a loro guidare l’azienda le cose sarebbero cambiate, e sicuramente in meglio.

Adesso infatti erano loro al timone, e decisero di prendere in mano la situazione: M. voleva appunto comprarsi una nuova potente fuoriserie, e L. sognava da tempo una vacanza ai Caraibi. Inoltre era ormai necessario fare nuovi importanti  investimenti nell’azienda per metterla al passo con la concorrenza. Tuttavia i soldi non c’erano. Anzi, tra quelle del Club la loro azienda era la più fortemente indebitata.

Allora M. e L. andarono da E., A. e P. e dissero: “Per favore, fateci dei nuovi prestiti, perché dobbiamo modernizzare l’azienda, e poi abbiamo alcune importanti esigenze personali da soddisfare”. Ma E., A. e P.  risposero: “Ragazzi, purtroppo non possiamo: anche noi siamo stati messi in difficoltà dalla crisi, e poi siamo già fin troppo esposti verso di voi: chi ci dice che sarete in grado di restituirci quel che ci dovete? Cercate intanto di rientrare dei vostri debiti attuali, e in futuro ne riparleremo”.

La villa di M. e L. dava su una bella spiaggetta circondata da scogli. Un giorno, una grossa tempesta condusse sulla spiaggetta una barca carica di stranieri dalla pelle nera. Uno disse: “Fuggo dal mio paese in preda alla guerra civile, la mia casa è bombardata e non ho dove andare”. Un altro disse: “A casa mia c’è la miseria, mia moglie e i miei figli soffriranno la fame se non trovo lavoro qui”. Un terzo disse: “In patria mi sono laureato, ma non c’è alcuna prospettiva se non il duro lavoro della terra. Vorrei far fruttare qui le mie competenze”. E insieme dissero: “Per favore, fateci lavorare nella vostra azienda”.

Ma i fratelli risposero: “C’è stata la crisi, non abbiamo lavoro per voi, e se lo avessimo dovremmo prima assumere la gente del nostro paese”. Allora quelli implorarono: “Almeno fateci entrare in casa, perché siamo bagnati e affamati, e su questa spiaggia le onde rischiano di spazzarci via ogni momento”. Ma M. e L. risposero: “Non possiamo: non ci sarebbe posto per tutti. Anche senza pensare a come ridurreste casa nostra, sporchi e bagnati come siete, se accogliessimo voi allora chissà quanti altri vostri compatrioti arriverebbero, chiedendo di entrare, e alla fine dovremmo andarcene noi.  E poi la siete mussulmani, e la vostra presenza minaccerebbe l’antica tradizione cristiana della nostra famiglia”. E chiusero il cancello.

Tuttavia al pensiero di quei poveretti infreddoliti e affamati sulla spiaggia sotto sotto rimordeva loro la coscienza. Perciò andarono da E., A., P. e dagli altri soci del Club e dissero: “A casa nostra sono sbarcati degli stranieri dalla pelle scura e chiedono rifugio, ma noi non possiamo accoglierli: prendeteli voi!” Ma A. rispose: “Noi ne abbiamo già accolti tanti l’anno scorso, non possiamo prenderne altri”. E. disse: “Noi ne abbiamo tantissimi già dai tempi dei miei antenati, sono ormai troppi”. E P.: “Anche noi ne abbiamo già presi, ed altri stanno cercando di entrare ogni giorno”. Tutti gli altri soci dissero: “Hanno bussato alla vostra porta, sono affari vostri, non nostri”.

I fratelli insistettero: “Siamo una famiglia! I problemi nostri devono esser problemi di tutti, almeno dividiamoli in parti eguali”. Ma i soci risposero: “Ragazzi, di che parlate? Non ci siamo mai sposati con voi, e non siamo una famiglia. Siamo soci di un Club nel quale si può andare d’accordo fin che tutti rispettano le regole e nessuno tenta di imporre nulla a casa degli altri. Se desiderate da noi un favore diteci quale contropartita siete disposti a darci, e ne parleremo”.

  1. e L., che già masticavano amaro per la questione dei prestiti, questa volta si infuriarono e andarono a letto di pessimo umore. Prima di addormentarsi dissero tra sé: “Begli amici! E’ meglio perderli che trovarli! Ma glie la faremo vedere noi: ce ne andremo dal Club”. E così fecero.

Usciti dal Club, gli affari dei due fratelli declinarono immediatamente, perché i soci non acquistavano più le loro merci, e non vendevano più loro le materie prime a prezzi di favore. L’azienda si trovò subito a corto di liquido ed essi andarono a chiedere prestiti fuori dal paese, ma nessuno glie ne volle fare. Infatti tutti dicevano: “Questi erano membri del Club, ma hanno litigato con gli altri soci. Sono persone inaffidabili e non hanno più nessuno alle spalle: chi garantirebbe per i loro debiti?”. Ridotti con le spalle al muro, per trovare ossigeno per l’azienda, si rivolsero agli aguzzini, pagando interessi impossibili, e così ben presto l’azienda fallì. I creditori si presero anche la villa di famiglia. I due fratelli si ridussero come barboni a mendicare per le strade del paese, ma quando gli altri soci passavano non li riconoscevano o facevano finta di nulla. I figli di M. e L. per non morir di fame si adattarono ad andare come sguatteri e donne delle pulizie nelle case di A., E., P. e degli altri soci.

In tutto questo nessuno si ricordava più degli stranieri dalla pelle nera. Essi si erano accampati alla meno peggio sulla spiaggetta, ma un giorno una tempesta più forte del solito li spazzò via e annegarono. Quando M. e L. lo seppero si dissero: “Peccato. Ma abbiamo fatto bene a non cedere, almeno abbiamo preservato la cultura cristiana della nostra famiglia”.

……

  1. e L. si svegliarono da un sonno agitatissimo, madidi di sudore e angosciati per le sventure che si erano abbattute sul loro capo: fallimento dell’azienda, perdita della casa, morte dei migranti. Ma immediatamente compresero che si era trattato solo di un terribile incubo, generato dall’ira di cui erano preda la sera precedente.

Ma ora si doveva impedire che l’incubo si tramutasse in realtà, e per fortuna si era ancora in tempo. Per prima cosa repressero l’istintivo ma disastroso impulso di andarsene dal Club. Poi andarono sulla spiaggia e dissero ai naufraghi: “Vi faremo lavorare per la nostra azienda, e vi procureremo un alloggio semplice ma dignitoso, se accetterete come paga la metà del salario dei nostri connazionali”. Quelli naturalmente ne furono entusiasti, perché era molto di più di quel che avrebbero potuto guadagnare al loro paese: benedissero Allah e restarono eternamente grati ai fratelli.

Non appena la cosa si riseppe i sindacati protestarono: “Quella paga non rispetta il contratto nazionale di lavoro! Se continuerete ad assumere manodopera straniera a metà salario, tutti i nostri operai resteranno disoccupati”. Ma i fratelli risposero: a tutti i dipendenti attuali continuiamo a garantire il salario contrattuale. E promettiamo che in seguito per ogni nuovo lavoratore dalla pelle nera assunto a metà salario ne assumeremo uno di qua a salario intero”.

E così fecero. La cosa funzionò benissimo, perché la nuova manodopera a basso costo consentì loro di abbassare i prezzi del prodotto, battendo la concorrenza. In questo modo l’azienda cominciò a espandersi, e presto fu in condizione di fare nuove assunzioni, col sistema di un lavoratore locale a salario intero per ogni migrante a metà salario. Così anche i sindacati furono soddisfatti, perché per la prima volta da anni la disoccupazione calava, mentre il basso costo medio del lavoro permetteva una continua espansione.

Finalmente l’azienda era in attivo. Non appena in possesso di liquidità M. e L. provvidero ai necessari investimenti tecnologici, e questo rese l’azienda ancor più competitiva. Col nuovo denaro che affluiva iniziarono a pagare i debiti contratti dai loro genitori, così anche la spesa per gli interessi man mano si ridusse. Ben presto non ci furono più debiti né necessità di prestiti, ma anzi fondi disponibili per nuovi investimenti e assunzioni.

Intanto però tutti i lavoratori del paese erano occupati, e a norma del patto coi sindacati i fratelli non potevano più assumere mano d’opera a basso costo. Allora ebbero un’idea. Da quando la loro azienda era tornata prospera, E., A. e P. erano di nuovo cordialissimi con loro, e tutti i soci del Club li cercavano e li ascoltavano. Perciò M. e L. convocarono una riunione e dissero: “Tutte le nostre aziende sono in espansione, e avrebbero bisogno di nuova manodopera. Ma qui al paese sono ormai tutti occupati, e dobbiamo pagare salari molto alti. Perché non delocalizziamo parte delle nuove produzioni nei paesi dei migranti dalla pelle nera? Laggiù con metà dei nostri salari un operaio vive da signore, così essi troveranno lavoro in patria, non saranno più costretti a emigrare e noi produrremo sempre di più e a prezzi concorrenziali”.

Così fu fatto, cessarono quelle tragiche migrazioni e i problemi dell’accoglienza, mentre le aziende del Club divenivano sempre più floride. Col tempo, poi, la gente dalla pelle nera impiegata in patria cominciò anche a risparmiare e mise in piedi delle piccole imprese locali. In tal modo aumentò la richiesta di manodopera, e di pari passo aumentarono anche i salari, avvicinandosi a quelli in vigore nel Club. In una parola, anche in quei paesi arrivò una certa prosperità, ed essi offrirono nuovi interessanti mercati per le aziende del Club. Alla lunga, inoltre, l’estendersi dell’area del benessere e del mercato globale rese meno frequenti e dannose le crisi cicliche dell’economia mondiale.

A questo punto i fratelli si dissero: “Abbiamo risollevato l’azienda, salvato i naufraghi, soddisfatto i sindacati e risolto il problema dei migranti: adesso non potremmo pensare un po’ anche a noi stessi?” E poiché non avevano più problemi finanziari, M. si comprò non solo quella nuova potente fuoriserie, ma anche una Ferrari rosso fiammante, praticamente identica a quella che aveva appena vinto il campionato di Formula 1. Invece L.  non solo si fece l’agognata vacanza ai Caraibi, ma vi comprò una lussuosa residenza dove trascorreva lunghi periodi di relax abbronzandosi al sole.

 

Mario Alai

N.B.: Questa storia è completamente immaginaria, e ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale

MEGLIO NON ESCLUDERE IL TERZO INCOMODO

Il principio del terzo escluso

excluded-middleIl principio del terzo escluso, nella logica binaria classica, sostiene che: date due proposizioni contraddittorie A e ~A esse non possono essere né contemporaneamente vere né contemporaneamente false; una deve necessariamente essere vera e l’altra falsa e la verità dell’una implica automaticamente la falsità dell’altra. In questa sede non ci occuperemo della logica intuizionista.

In latino questo principio era detto “Tertium non Datur” che significa che una terza soluzione ad una situazione non è data; le soluzioni possibili sono A o ~A.

Esempio:

Piove; non piove (non ci sono altre possibilità)

Sul piano logico prendiamo atto della validità di questo principio, ma nella realtà quotidiana, sul piano epistemologico, ci si possono presentare situazioni in cui le risposte ad una situazione x possono essere più di due. Di seguito analizzeremo una terza risposta possibile.

 

“Non so se A, quindi ~A”

“Non so se A, quindi ~A” è un’inferenza che ci suona familiare, ci capita spesso di imbatterci in essa.

Ma è un’inferenza corretta? Ha validità logica?

Evidentemente no, in quanto quello che si sostiene con la premessa “Non so se A” è semplicemente che non si ha una buona base/non si hanno dati sufficienti per affermare A, quindi si propone una sospensione del giudizio, non un’affermazione del contraddittorio.

Esiste quindi una terza possibilità rispetto ad A o ~A ed è la sospensione di giudizio. Essa entra in gioco nel momento in cui mancano dati sufficienti per sostenere una tesi. Il nostro problema è dunque situato in ambito epistemologico.

Credo che la sospensione di giudizio possa essere di due tipi:

  • Temporanea: quando mancano dati sufficienti per affermare A che, però, possono essere raccolti successivamente (ignoramus)
  • Duratura: quando l’impossibilità di giudizio sia determinata da una incapacità gnoseologica strutturale (ignorabimus)

D’altro canto siamo noi a decidere arbitrariamente di avere alcuni limiti strutturali gnoseologici per cui designiamo “duratura” una sospensione di giudizio, negandoci la possibilità di avere certezza completa riguardo ad una qualche questione; ma non è difficile immaginare un mondo possibile in cui l’uomo avesse scoperto o maturato la capacità di emettere giudizi fondati su qualsiasi questione, quindi potremmo ricondurre tutte le sospensioni di giudizio a quella temporanea eliminando il secondo tipo.

Spesso l’uomo preferisce una risposta non fondata ad una questione piuttosto che una sospensione di giudizio.

Dove originano queste risposte infondate? In che modo possono arrivare ad essere accettate da un individuo?

  • Spesso molte risposte che una persona possiede fanno parte di un bagaglio ricevuto inconsciamente dall’esterno (Famiglia, società, scuola, …) e mancano quindi di consapevolezza; per cui una soluzione A ad un problema x è accettata a priori.
  • Quando il problema che si pone di fronte all’individuo non è alla sua portata gnoseologica, spesso, lui, invece di prendere atto della personale impossibilità di dare un giudizio certo sulla questione, in maniera inconsapevole, o poco onesta intellettualmente, costruisce o accetta una risposta ad hoc che lo fa sentire tranquillo, non tenendo conto dell’arbitrarietà di essa.
  • Infine capita spesso che l’individuo sia soggetto a distorsioni cognitive dovute all’utilizzo inconsapevole del ragionamento induttivo applicato a schemi di apprendimento utilizzati naturalmente (guardare, ascoltare, fare esperienze, …). L’esperienza di un fatto percepita sempre allo stesso modo e dallo stesso punto di vista porta a pensare che quella sia la realtà, il modo e il punto di vista corretto.

Esempio: se un bambino guarda il sole e vede che si sposta nel cielo apprende che il sole si muove intorno a lui finché qualcuno non gli spiega la teoria eliocentrica.

Così come, per vari motivi, l’uomo impara ad accettare nel suo bagaglio culturale risposte infondate a questioni di varia natura; egli impara anche ad accettare dei tipi di ragionamento non corretti, come il summenzionato “Non so se A, quindi ~A”.

Questo tipo di inferenza non corretta alcune volte può trarre origine da un escamotage socio-linguistico messo in atto in un dialogo da un individuo che, nel tentativo di non scontrarsi duramente con un’opinione contraria, o nel tentativo di trasmettere un messaggio in maniera delicata, dice ad un altro “Non so se A” comunicando però con il tono di voce o in maniera non verbale il messaggio “~A”, che l’ascoltatore recepisce.

Per esempio: Una ragazza chiede un parere sul vestito da scegliere per uscire ad un’altra ragazza a lei non troppo familiare e quest’ultima le dice:

“Mmmh, non so se ti sta proprio bene quel vestito” oppure “non so se è proprio adatto quel vestito”

e quello che vuole intendere è:

“quel vestito non ti sta bene” e “ quel vestito non è adatto”.

Il messaggio che si vuole trasmettere, e che generalmente viene recepito in maniera chiara dall’ascoltatore, differisce quindi dalla forma linguistica che si utilizza e, così, sia il parlante che l’ascoltatore tendono poi ad associare la proposizione “non so se A” al reale messaggio trasmesso “~A”.

Questa associazione viene poi erroneamente scambiata per un corretto modo di ragionare e si imprime nella mente del parlante l’inferenza “Non so se A, quindi ~A” che egli poi, all’occorrenza, riutilizza nei ragionamenti.

Altra situazione è quella in cui l’erronea inferenza “Non so se A, quindi ~A” non è stata interiorizzata da un individuo ma viene utilizzata esteriormente in funzione di uno scopo da raggiungere.

Per esempio se durante un dialogo tra due parlanti 1 e 2, 1 mette in discussione la risposta A al problema x che è accettata dai più, allora 2 potrebbe reagire con un atteggiamento chiuso e difensivo, per timore della messa in discussione di A, accusando 1 di sostenere ~A allo scopo di renderlo ostile al gruppo, facendolo passare per “eretico”. Entra quindi in gioco l’elemento sociale/comunitario e l’individuo 2, mentalmente chiuso e timoroso e forte dell’unione all’idea comune, cerca di allontanare “l’eretico”, colui che rompe l’equilibrio individuale e sociale, accusandolo di sostenere ~A e mettendolo quindi contro ai più. La conclusione

“allora ~A” diventa in questo caso una sorta di accusa.

Perché tendenzialmente l’uomo fatica ad accettare una sospensione di giudizio?

Credo che i motivi possano essere molteplici:

  • Spesso il motivo risiede nel bisogno di sentirsi sicuri, all’interno di una realtà ben delineata, in cui si sa (o si pensa di sapere) come funzionano le cose.

L’ignoto è uno dei più grandi motivi di timore dell’uomo, da sempre; perciò il suo costante tentativo di rendere noto l’ignoto/di delineare una realtà confusa risponde proprio ad una necessità di sicurezza e di tranquillità interiore.

Abraham Maslow nel 1954 concepì l’idea di “gerarchia dei bisogni”; mise in atto il tentativo di gerarchizzare, in una piramide, i bisogni dell’uomo partendo alla base dai più importanti e salendo man mano ai secondari. Al primo livello della piramide sono posizionati i bisogni fisiologici e al secondo i bisogni di sicurezza. Non condivido pienamente l’idea complessiva di Maslow ma riconosco la grande importanza da lui attribuita al “sentirsi sicuri” e credo che proprio questo bisogno sia spesso alla base della difficoltà di accettare una sospensione di giudizio.

Collego a questa tesi anche un altro fatto che ho notato, ovvero che le persone con più autostima e più sicure di sé sono più autonome; sono in un certo senso più forti e riescono con più facilità a mettere in discussione idee consolidate e ad accettare sospensioni di giudizio; probabilmente perché non sentono così forte questo bisogno di avere nel proprio immaginario una realtà completamente ben delineata per sentirsi sicure.

  • Credo che l’uomo generalmente tenda ad ottenere risposte il prima possibile a tutti gli interrogativi che gli si pongono innanzi nella vita; una domanda che nasce nell’uomo ha bisogno di trovare una risposta immediata; pertanto egli generalmente accetta più facilmente una risposta infondata “pronta all’uso” rispetto ad una sospensione di giudizio.
  • La soluzione infondata A ad una questione x può anche essere necessaria ad un individuo per confinare bene alcuni contenuti che, diversamente dalla soluzione A verrebbero percepiti in maniera negativa, provocando emozioni spiacevoli.
  • Un altro motivo potrebbe risiedere in una questione di identità; ovvero nel fatto che un uomo riponga una parte di sé/un aspetto fondante della sua identità in una qualche idea consolidata e che la messa in discussione di questa diventi proprio una sorta di attacco personale alla propria integrità, portando l’uomo a disporsi in un atteggiamento chiuso e difensivo.
  • Altra causa può essere il timore della fatica del mettere in discussione una risposta già consolidata dentro di sé;
  • In altri casi l’uomo può sentirsi svalutato perché si rende conto della validità della sospensione di giudizio, in contrasto alla sua risposta A al problema x; non averci pensato prima lede il suo orgoglio davanti a sé stesso ed eventualmente a chi gli sta intorno, in particolare se occupa uno stimato ruolo sociale;
  • Un’ altra possibilità è che venga intaccata la sua zona di comfort (ovvero quella realtà che si è creato intorno, materialmente ed idealmente, in cui sa muoversi, di cui conosce bene i confini e in cui si sente a suo agio);

In conclusione a questo breve approfondimento riconfermiamo che l’inferenza “non se A quindi ~A” è epistemologicamente fallace; prendiamo atto della distanza che esiste tra il piano della verità logico e quello gnoseologico e riconosciamo la complessità delle dinamiche messe in atto quotidianamente dall’uomo nel tentativo di ragionare e di muoversi nei meandri della vita e del sapere.

Emanuele Verni

URBINEIDE: UMANISTI IN EPOCA SCIENZIATA

urbineideÈ impossibile non commuoversi leggendo l’Urbineide di Umberto Brunetti, poema goliardico in terzine dantesche, che racconta alcuni squarci della vita urbinate di un gruppo di brillanti studenti di Lettere, ben consapevoli del triste futuro che li aspetta, cioè la disoccupazione, causato anche dalla laurea che hanno scelto, ma tenaci nel rivendicare l’importanza della poesia e dell’arte in generale nella società contemporanea.

Già dall’scrizione sulla porta della Facoltà capiamo la prima impressione di questi ragazzi:

Per me si va a la Facoltà dolente,

Per me si va a la disoccupazione,

Per me si va tra la malnata gente.

Essi inoltre non amano il faticoso lavoro del filologo:

Chi qui s’addentra per torturazione

Sì tanta subirà filologia

Da perdere la vista et la ragione.

Capisco che a vent’anni il difficile compito di stabilire un testo e comprenderne a pieno il significato nel suo contesto storico e linguistico può attrarre poco, ma in realtà questa è la parte più seria e più profonda del lavoro letterario. E questi studenti di Urbino ringrazieranno che il nostro Corso di Lettere li abbia “giustamente” torturati!

E così si definiscono:

Per noi che banda di sbandati siamo

Per noi umanisti in epoca scienziata,

per noi c’è la poesia, che noi amiamo.

Dunque il problema che Brunetto e i suoi compagni si trovano ad affrontare è quello che oggi impegna le riflessioni di molti: che ruolo hanno gli studi letterari in un mondo dominato dalle scienze naturali e dalla tecnica?

Nel numero 7 della rivista fondata da questi studenti avevo provato a dire qualcosa su tale argomento, ma adesso vorrei soffermarmi brevemente sul percorso umano raccontato dall’autore.

Fondato il gruppo “La resistenza della poesia”, i ragazzi organizzano una serie di letture di poesie nelle locande urbinati, che però vanno per lo più deserte. Demoralizzati, si rendono conto che il pubblico vuole soprattutto ridere e così si impegnano in un gruppo teatrale, che mette in scena diverse commedie con importanti successi a Urbino e anche nel resto d’Italia, fino all’istituzione del Centro Teatrale Universitario Cesare Questa, un importante successo culturale e politico. Non solo, la rivista “La resistenza della poesia”, prima cartacea, poi virtuale, è arrivata al numero 13 e speriamo continui le sue pubblicazioni.

Dunque i nostri donchisciotteschi cavalieri continuano la loro battaglia senza spade. Auguro loro un successo straordinario, sperando che non dimentichino quanta umanità ci sia nella scienza. E che forse il nostro compito più difficile oggi è proprio quello di esplicitare questa poesia che si nasconde nell’apparentemente fredda era digitale.

VF

IL NUOVO MISTERIANESIMO

downloadIl termine «new mysterians» venne usato per la prima volta da Owen Flanagan in The Science of the Mind[1], edito nel 1984, per indicare alcuni pensatori scettici rispetto alla possibilità che la coscienza possa essere spiegata attraverso la neuroscienza tradizionale. I “nuovi” misteriani si distinguerebbero dai “vecchi”, tra i quali Flanagan annovera Gottfried Leibniz, Samuel Johnson e Thomas Huxley, e che definisce «dualists who thought that consciousness cannot be understood scientifically because it operates according to nonnatural principles and possesses nonnatural properties»[2].  Il nuovo misterianesimo si allontana dal dogmatismo del passato e prende corpo nelle teorie di un gruppo estremamente eclettico di studiosi composto perlopiù da filosofi e fisici, ciascuno dei quali sostiene la propria versione della non riducibilità della coscienza.

L’esponente più radicale del misterianesimo è Colin McGinn, la cui posizione – da lui stesso definita “naturalismo trascendentale” – si basa sulla presa d’atto che il cervello umano, in quanto prodotto dell’evoluzione, ha invalicabili limiti cognitivi, e che così come è impossibile pretendere che un topo o una scimmia comprendano la teoria della relatività, allo stesso modo non bisogna aspettarsi che la razionalità umana sia in grado di capire qualsiasi aspetto dell’esistenza. Nessuna teoria fisica può spiegare in modo soddisfacente la relazione tra mente e materia, e dunque la coscienza è destinata a rimanere «a mistery that human intelligence will never unravel»[3]. McGinn sottolinea lo statuto strettamente epistemologico dell’intera corrente del misterianesimo: il fatto che noi non siamo in grado di comprendere la mente non implica che essa sia intrinsecamente misteriosa.

Altri misteriani, di più miti consigli, pur riconoscendo la profonda difficoltà nell’indagare la coscienza, ritengono che una via si possa trovare. Flanagan nel suo Consciousness Reconsidered (1992) si sofferma sull’importanza del considerare la mente come sistema complesso, il cui funzionamento non può essere ascrivibile a un unico meccanismo. Su questa scia Rogert Penrose, fisico e matematico all’università di Oxford, propone un’associazione tra i misteri della mente e quelli della meccanica quantistica, che genera effetti non deterministici impossibili nella teoria della fisica classica e della computazione standard: la soluzione potrebbe essere rintracciata nella non località, cioè la capacità di una parte di un sistema quantistico di influenzare altre parti istantaneamente[4].

Thomas Nagel, invece, dubita che la coscienza possa essere inquadrata all’interno di una qualsiasi teoria fisica. Giustifica la propria tesi constatando l’inaccessibilità degli stati fenomenici altrui attraverso l’esperimento mentale proposto nell’articolo What is like to be a bat?[5]: per quanto un essere umano possa avere una conoscenza scientificamente precisa degli apparati sensoriali e cerebrali di un pipistrello, non riuscirà mai ad avvertirne i qualia allo stesso modo dell’animale restando se stesso –  conservando cioè la propria coscienza. Come Nagel, anche Jerry A. Fodor ritiene che una teoria strettamente materialistica non possa spiegare in che modo gli esseri umani hanno esperienza soggettiva del mondo; «il problema è: com’è possibile che un sistema fisico abbia uno stato cosciente? […] Gli scienziati che pensano che la scienza da sola sia in grado di rispondere a questa domanda non la capiscono veramente»[6]. Dove la scienza non può arrivare, suggerisce, bisogna lasciare uno spiraglio aperto alla filosofia.

L’«epistemic boundedness» di Fodor deve molto a Noam Chomsky, che teorizza una distinzione tra problemi, cioè questioni risolvibili seppur complicate, e dall’altro i misteri, la cui soluzione rimane incomprensibile a causa dei limiti intellettuali congeniti nell’uomo[7]. Mistero è ad esempio il libero arbitrio, la cui effettiva esistenza non potrà mai essere accertata a causa di un limite dei meccanismi cerebrali stessi:

«Free will is simply an obvious aspect of human experience. Now, I don’t think there’s any scientific grasp, any hint of an idea, as to how to explain free will. My hunch is that the answer lies in the domain of potential science that the human mind can never master because of the limitations of its genetic structure»[8].

Vale la pena ricordare che la suggestione di Chomsky e il misterianesimo in generale vengono attaccati esplicitamente da Daniel C. Dennett, il quale bolla la tesi della «cognitive closure» di McGinn come «not just incredible and ludicrous […] but […] embarassing»[9], in quanto non tiene conto dei progressi tecnici delle neuroscienze, che puntano ad ampliare le capacità del cervello umano. Dennett accusa i misteriani di ignorare la biologia e la scienza in generale, di cui danno interpretazioni logicamente fallaci e prive di fondatezza. Dennett, però, al di là di queste prese di posizione, non fornisce buoni argomenti contro il misterianesimo.

Il dibattito sulla sondabilità della coscienza resta tuttora aperto, almeno fino a quando, per dirla con le parole dello psicologo Steven Pinker, «an unborn genius – a Darwin or Einstein of consciousness – comes up with a flabbergasting new idea that suddenly makes it all clear to us»[10]. Oppure i misteriani potrebbero avere ragione|

Maria Raffa

[1] «I call […] the “new mysterians,” after a forgettable 1960s pop group called Question Mark and the Mysterians. […] The new mysterians think that consciousness will never be understood.»  O. Flanagan, The Science of the Mind, MIT Press, Cambridge, 1984, p. 313.

[2] O. Flanagan, ibidem.

[3] C. McGinn, The Mysterious Flame: Conscious Minds in a Material World, Basic Books, New York, 1999.

[4] Cfr. J. Horgan, Può la scienza spiegare la coscienza?, «Le Scienze», 13, 1994, p. 85.

[5] Pubblicato per la prima volta sulla rivista The Philosophical Review nell’ottobre del 1979.

[6] J. Horgan, Può la scienza spiegare la coscienza?, «Le Scienze», 13, 1994, p. 82.

[7] Cfr. N. Chomsky, Problems and Mysteries in the Study of Human Language, in A. Kasher (ed.),

 Language in  Focus: Foundations, Methods and Systems. Essays in Memory of Yehoshua Bar-Hillel, Dordrecht, Reidel, 1976, pp. 281-357.

[8] Da un’intervista a Chomsky del 2014, https://www.youtube.com/watch?v=0NQIaPP6row, 7/12/2017.

[9] D. Dennett, The Brain and Its Boundaries, «Times Literary Supplement», Londra, edito il 10 maggio 1991 e successivamente corretto nel numero del 29 maggio. https://ase.tufts.edu/cogstud/dennett/papers/mcginn.htm, 8/12/2017.

[10] S. Pinker, The brain. The Mistery of Consciousness, 2007, http://content.time.com/time/ magazine/article/0,9171,1580394-6,00.html, 10/12/2017.

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Che fine hanno fatto le sostanze seconde?

Per Aristotele, il mondo naturale è ben organizzato in sostanze prime e sostanzeseconde, cioè in individui che cadono sotto i generi naturali. Così io sono un individuo del genere uomo, il mio cane Bob è un individuo del genere cane e così via. Dunque le sostanze seconde sono dei veri e propri universali, cioè concetti che si applicano a tanti individui. Esse inoltre non variano nel tempo. Attenzione però, tali concetti non stanno fuori dalla realtà, ma sono immanenti agli oggetti, almeno secondo lo Stagirita, che in questo si allontana dal suo maestro Platone.Bisogna anche stare in guardia a non confondere le sostanze seconde con gli attributi o proprietà. Un conto, infatti, è il genere cane, un conto, invece, la proprietà “essere peloso”.

Secondo Hume le sostanze seconde non esistono. Omeglio non sarebbero altro che certi fasci di proprietà. Così, ad esempio, il cane è semplicemente un animale peloso, quadrupede ecc. Per Hume, quindi, non ci sarebbero neanche le sostanze prime. Locke, invece, lascia che le sostanze prime siano una sorta di principio di individuazione che si aggiunge a un insieme di proprietà.

L’imporsi nell’Ottocento della teoria dell’evoluzione ci ha fatto comprendere che a livello macroscopico le sostanze seconde non esistono. Di fatto il cane è oggi una specie, ma non lo era centomila anni fa. Ovvero, non solo le sostanze seconde non esistono, ma di fatto i fasci di proprietà di cui parlava Hume cambiano nel tempo. Possiamo allora dire che le sostanze seconde sono solo un’anticaglia da relegare in soffitta che magari interessa agli storici del pensiero, ma non ai filosofi? Non proprio. Infatti è vero che il cane non è una sostanza seconda, un genere naturale, tuttavia il cane è costituito di molecole, che, a loro volta sono fatte di atomi. Questi ultimi, poi, sono aggregati di protoni, neutroni ed elettroni. Nel nucleo, poi troviamo altri bosoni che tengono uniti fra loro i protoni. Senza contare che i protoni e i neutroni sono costituiti da quark. Insomma andando nel mondo microscopico ritroviamo i generi naturali. Almeno se ci atteniamo alle odierne conoscenze.

I quark, ad esempio, ma anche gli elettroni, sono concetti non ulteriormente scomponibili, nel senso che se applicati a un individuo, una parte propria di quell’individuo non è della stessa natura dell’intero. Non solo, non consentono l’individuazione di generi naturali di rango inferiore. E, infine, sembrano essere invarianti nel tempo. In pratica le circa 60 particelle elementari, fra bosoni e fermioni, materia e antimateria, sono delle vere e proprie sostanze seconde nel senso di Aristotele. Anche le sostanze chimiche pure sono invarianti nel tempo e non scomponibili, anche se hanno dei generi naturali subordinati. Così, ad esempio, H2O è l’acqua e sarà sempre l’acqua, e una sua parte non è acqua.

Se prendiamo sul serio le più aggiornate teorie scientifiche, non sono le sostanze seconde, ma le sostanze prime che sono evaporate. Infatti, anche se tutte le particelle elementari sono riconducibili a un genere naturale, di fatto, benché possiamo dire quante particelle dello stesso genere ci siano in un corpo, non possiamo distinguerle. Cioè esse non si comportano più come individui, ovvero non le possiamo contare. Sono solo debolmente identificabili. In altre parole, a esse non si applica più il principio di identità.

Certo, né Aristotele, né Hume potevano prevederlo. È veramente sorprendente come la natura riesca sempre ad andare al di là delle ontologie che noi immaginiamo.

Vincenzo Fano

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Le onde gravitazionali ampliano l’universo visibile

Pochi giorni fa è stato attribuito il premio Nobel per la fisica a Kip Thorne, Reiner Weiss e Barry Barish per avere dato un contributo importante alla prima rilevazione diretta delle onde gravitazionali. Lunedì 17 ottobre scorso le onde gravitazionali ci hanno permesso di rilevare un evento previsto teoricamente, ma mai osservato prima, con tanta precisione, cioè la fusione di due stelle di neutroni. In particolare, si è capito meglio come si formano nell’universo elementi pesanti, come il platino e l’oro e si è applicata alla grande l’astrofisica multi-messaggera, cioè l’uso di diversi strumenti per analizzare lo stesso fenomeno astronomico.

I primi straordinari osservatori del cielo furono i babilonesi. Essi, a occhio nudo, arrivarono a predire eclissi e comprendere il moto della luna e dei pianeti. A occhio nudo vuol dire che le loro indagini erano basate solo sulle informazioni che provenivano dal cosmo tramite la luce visibile.

Fu Galileo che, pur capendo poco di ottica, per primo utilizzò il cannocchiale per ampliare la quantità di informazione recepibile sulla Terra dal cielo. Prima di lui Tycho Brahe a Praga faceva ancora osservazioni molto precise a occhio nudo. Galileo NEL 1610 pubblicò il Sidereus nuncius, che raccontava le sue incredibili scoperte, dalle macchie solari, ai crateri sulla luna fino ai satelliti dei pianeti. L’informazione arriva però ancora solo dalle onde elettromagnetiche visibili, ma il nostro occhio viene potenziato dalle lenti.

Negli anni Venti del secolo scorso il grande astronomo Edwin Hubble ancora con un telescopio ottico scoperse che la nebulosa Andromeda è in realtà un’altra galassia, ampliando enormemente il nostro universo, che ancora Einstein nel 1917 limitava alla sola Via Lattea. Egli scopre poi che tutti gli oggetti dell’universo si allontanano fra di loro, cioè la celebre legge di Hubble.

Nella seconda metà dell’800 ci si rende conto che la luce è un fenomeno elettromagnetico e che esistono una miriade di onde più piccole e più grandi di quelle visibili. Nasce negli anni Trenta del secolo scorso la radioastronomia, cioè l’indagine del cielo tramite le onde elettromagnetiche non visibili. Il primo fu Karl Jansky e poi dopo la Seconda Guerra si scoprirono così le pulsar i quasar e la radiazione cosmica di fondo. In Italia, negli anni Sessanta, la caparbietà visionaria di Marcello Ceccarelli, Alessandro Braccesi e Gianfranco Sinigaglia portò alla messa a punto del telescopio Croce del Nord a Medicina, vicino a Bologna.

Ora, con l’astrofisica basata sulle onde gravitazionali è cominciata una nuova era nell’osservazione umana del cosmo.

 

Vincenzo Fano

LE OPINIONI NELL’EPOCA DELLA PRESUNTA POST-VERITA’

downloadChe cosa significa “ragionare” nella nostra epoca, dominata dalla molteplicità delle fonti, dall’immensità delle banche dati disponibili, dall’enormità del numero di persone che studiano, dall’alfabetizzazione di massa, dal facile accesso all’informazione, dalla semplicità di produzione dei contenuti?

Per prima cosa occorre fare estrema attenzione alle nostre emozioni. Un conto è il “desiderio di sapere come stanno le cose”, che è un fondamentale motore di conoscenza, un conto, invece, il “desiderare che le cose stiano così e così” che ci porta a cercare conferme alle tesi che vorremmo fossero vere, senza metterle seriamente alla prova. Quindi una prima regola da rispettare è la seguente:

I. Diffidare di tutte le fonti che comunicano con un’evidente animosità. Fidarsi soprattutto delle presentazioni pacate, che non solo illustrano una tesi, ma discutono anche le sue possibili obbiezioni. Dubitare anche della propria animosità.

Forse ancor più importante di questa prima regola è la fiducia che, benché esistano migliaia di opinioni diverse, la verità sia unica. Anche se è molto difficile accertare come stanno le cose, tuttavia le cose accadono e sono in un unico modo. Anche se tutti sostenessero che la Terra sia piatta, ad esempio, essa continuerebbe a essere quasi sferica. Non confondiamo quindi la “verità” con la “certezza”. La verità c’è sempre, è la certezza che quasi sempre ci manca. Noi non siamo nell’epoca della post-verità, che è una contraddizione in sé, ma nell’epoca della post-certezza; e questo ormai da molti decenni. Dunque:

II. Le cose stanno in un solo modo.

Tuttavia non possiamo mai essere certi di nulla. Non essere certi, però, non significa che sia più probabile che le cose stiano così e così, piuttosto che in un altro modo. Quindi tutte le nostre opinioni hanno un grado più o meno alto di probabilità di essere vere. Per questo la conoscenza del calcolo delle probabilità, delle sue regole e dei suoi trabocchetti è essenziale al pensiero critico. La regola successiva è quindi:

III. Non esiste certezza, ma solo opinioni più o meno probabili.

Molti sostengono che esistono fatti, ma non dati, ovvero che, pur essendo che le cose stanno in un certo modo, noi non abbiamo un accesso diretto ai fatti, cioè i fatti non ci sono dati. Effettivamente quasi tutti i fatti che ci interessano non ci sono dati. E quindi dobbiamo trovare delle strategie per accertarli.

Per quel che ne sappiamo, noi siamo anche frutto di un adeguamento degli esseri viventi all’ambiente. Ragion per cui, non solo le nostre sensazioni – come già sapeva Cartesio – ma anche le nostre intuizioni intellettuali non educate sono distorte dalla ricerca di ciò che è utile e dall’evitamento di ciò che è dannoso. Dunque:

IV. Le nostre sensazioni e i nostri ragionamenti spontanei non sono affidabili.

Tuttavia c’è una ragione per cui essi non possono essere del tutto inaffidabili. Infatti l’ambiente a cui ci siamo adattati è in continua evoluzione, spesso anche per mano nostra. Quindi, se la nostra immagine immediata dell’ambiente fosse guidata esclusivamente dal nostro utile, non saremmo in grado di fare i conti con i cambiamenti che incontriamo. Ne segue che in parte cogliamo spontaneamente come stanno le cose, anche se dobbiamo sempre controllare. Perciò:

V. Dobbiamo distinguere fra gli aspetti delle sensazioni che sono più informativi e quelli illusori, nonché affinare le nostre intuizioni mediante l’esercizio.

La nostra conoscenza dunque non è mai un mero registrare, ma sempre un formulare ipotesi. Come si fa a controllare le nostre ipotesi? La prima regola aurea è la seguente:

VI. La probabilità che una certa ipotesi sia vera aumenta mano a mano che la controlliamo in situazioni diverse.

Se incontro un cigno bianco nel posto X e dopo un’ora ne vedo un altro e poi vado nel posto Y e anche lì i cigni sono bianchi, aumenta la probabilità che tutti i cigni siano bianchi.

Attenzione: le ipotesi vanno spesso riformulate. Se vedo un cigno nero dopo averne visti 100 bianchi, ho sì falsificato l’affermazione “tutti i cigni sono bianchi”, ma ho confermato l’affermazione “il 99% dei cigni sono bianchi”.

Altra regola importante:

VII. La probabilità che una certa ipotesi sia vera diminuisce all’aumentare del suo contenuto informativo.

Ad esempio, prima di aver fatto controlli, la probabilità che “tutti i cigni sono bianchi” è maggiore di “tutti i cigni sono bianchi e hanno le ali”. Per questo le ipotesi complicate hanno bisogno di più conferme per essere accettate.

Un’ultima regola fondamentale per il ragionamento induttivo è la seguente:

VIII. La probabilità che un’ipotesi generale sia vera se estesa a un nuovo caso aumenta tanto più quest’ultimo sia simile a quelli già presi in esame.

Vedo delle tracce molto simili a quelle che ieri si sono rivelate essere dovute al passaggio di un topo, quindi anche oggi l’infame ratto è passato.

Ci sono molte altre regole del ben ragionare, ma queste tre sono già molto utili.

Occorre poi distinguere fra le intuizioni del profano e quelle dell’esperto, anche se pure queste ultime non sono mai del tutto affidabili. E la propria intuizione la si affina tramite la pratica. Ricordiamoci che oggi su quasi qualsiasi tema è molto difficile farsi un’opinione adeguata, per cui il nostro lavoro è più quello di stabilire quali siano le persone di cui fidarsi su un certo argomento che quello di raggiungere una nostra opinione con i soli nostri mezzi. Quindi:

IX. Attribuire più probabilità all’ipotesi messa a punto da un esperto che a quella formulata da un profano.

Infine c’è una regola aurea, che vi darà molte soddisfazioni. Spesso capita di ascoltare la stessa opinione da fonti molto diverse. Questo è un segnale molto importante a favore della verità di quella opinione. Se un gruppo di persone tutte in contatto fra loro pensano A, questo non aumenta la probabilità di A. Ma se persone diverse, portatrici di interessi differenti, pensano A, allora l’ipotesi aumenta significativamente la sua probabilità di essere vera. Se, invece una sparuta minoranza sostiene A, nella maggior parte dei casi, non sempre, A non è vera.

X. Fidarsi della convergenza di opinioni fra fonti diverse. Diffidare delle opinioni sostenute da pochi.

Ciò malgrado talvolta i pochi hanno ragione, ma occorre che vagliate attentamente le loro argomentazioni.

Vincenzo Fano

 

UN BACO EPISTEMOLOGICO NELLA VALUTAZIONE DELLA QUALITA’ DELLA RICERCA (VQR)

imagesNon sono fra i denigratori della valutazione della ricerca, anche quantitativa. Credo sia necessaria, anche se difficile.

Circolano obbiezioni non convincenti contro la valutazione: “Archimede Pitagorico” non sarebbe stato valutato bene, perché non pubblicava nulla, ad esempio. Ma ci si dimentica che la VQR non valuta i singoli, bensì le strutture. E se una struttura non pubblica nulla difficile immaginare che sia giusto finanziarla.

Altri dicono che vale la legge di Campbell, secondo la quale se ci sono dei criteri quantitativi di valutazione della ricerca, i ricercatori non tendono a fare “buona” ricerca, ma a soddisfare quei criteri. È certo che criteri quantitativi, per quanto pluralistici e ben fatti, non possono cogliere fino in fondo che cosa sia buona ricerca. Tuttavia se non poniamo dei parametri che le strutture devono rispettare, spesso esse tendono a soddisfare esigenze ben più basse, come un Dipartimento di Filosofia dove ho lavorato per qualche anno, che è andato in malora, facendosi scappare studiosi straordinari, che ora lavorano in giro per il mondo, e assumendo una serie di favorite di autorevoli Colleghi!

Dunque le osservazioni che seguono tendono a migliorare il sistema VQR non a bloccarlo.

Immaginiamo la struttura X in cui lavorano due gruppi nei settori S1 e S2. Sappiamo che i prodotti degli n1 studiosi del settore S1 e gli n2 del settore S2 vengono valutati in base ai parametri: 1 eccellente, 0,7 elevato, 0,4 discreto, 0,1 accettabile, 0 limitato. È chiaro che questa assegnazione di numeri è solo un ordine, che potrebbe essere sostituito con le lettere. Non ha alcun senso affermare che un lavoro eccellente vale come 10 lavori accettabili. Qualsiasi trasformazione numerica che mantiene l’ordine andrebbe bene.

Ciò malgrado la valutazione del settore S1 nella struttura X, se ha almeno 3 ricercatori, viene calcolata così:
Cattura

 

 

 

 

 

Siccome la scala di valutazione è ordinale, sono ammesse tutte le trasformazioni monotone, cioè che mantengono l’ordine. E l’affermazione V1>V2 avrebbe senso solo se nessuna trasformazione ammessa potesse cambiare il suo valore di verità. Invece le cose non stanno così. Quindi tecnicamente tale enunciato non ha senso.

Per inciso, lo stesso problema sorge quando facciamo la media dei voti a scuola e in altre situazioni simili. Sono tutte procedure che hanno un senso limitato.

Notiamo che il suddetto problema è presente anche se la scala delle valutazioni fosse di rapporti, come, ad esempio, quella del peso.

Ricordiamo che ci sono scale assolute, cioè tali che come trasformazione è ammessa solo l’identità, come ad esempio quando contiamo le mele in una cassa, scale di rapporti in cui sono ammesse trasformazioni del tipo x’=ax, come appunto nel caso del peso, che può essere misurato in grammi o in kili e per ottenere il primo dal secondo si moltiplica per 1000. Poi ci sono le scale intervallari che ammettono trasformazioni del tipo x’=ax+b. E infine le scale ordinali che ammettono tutte le trasformazioni monotone, cioè che mantengono l’ordine.

Si dice che un’affermazione ha senso solo se mantiene il suo valore di verità in tutte le trasformazioni ammesse.

Notiamo anche che la nostra valutazione è basata su un insieme di scale fondamentali, poiché ogni prodotto viene esaminato potenzialmente da un referee diverso. Questo significa che, anche se le scale sono di rapporti, possiamo moltiplicare ogni valutazione per un diverso coefficiente.

Facciamo un esempio. I ricercatori sono 3 e ognuno consegna un prodotto. Abbiamo

v1=1, v2=2 e v3=3, u1=1, u2=3, u3=1.

Chiaro che V1>V2.

Tuttavia, se moltiplico la scala 1 e 3 per 1 e la scala 2 per 10, si inverte l’ordine.

Per contro se valutassimo V1 e V2 non con la media aritmetica, ma con quella geometrica:

Cattura1

 

 

 

 

 

 

L’affermazione avrebbe senso se la scala fosse di rapporti e n1 fosse uguale a n2.

Infatti moltiplicando per i coefficienti ai, otterrei un fattore uguale da entrambe le parti.

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È chiaro che la valutazione non è neanche una scala di rapporti, ma solo una scala ordinale, però assumere che sia di rapporti è meno impegnativo che assumere che sia assoluta, come hanno fatto implicitamente gli ideatori della VQR.

Ovviamente per applicare questa regola dovremmo modificare i valori e togliere il numero 0 per la valutazione “limitato”. Tuttavia se V1 e V2 fossero definiti in questo modo, l’affermazione V1>V2 non potrebbe cambiare valore di verità per qualsiasi trasformazione ammessa in una scala di rapporti.

Mi sembra un utile miglioramento del sistema di Valutazione della Qualità della Ricerca.

VF

  1. S. Roberts, Measurement Theory, Cambridge University Press, Cambridge 1985.

 

TEMPO MARZIANO: ARTE E SCIENZA, PATHOS E LOGOS

3I mantelli non generano mantellini, se è vero che “delle cose che esistono, le une sono da natura, le altre da altre cause” (Aristot. Phys. II.1 192b8). Tra i due generi di cose il movimento e la riproduzione sono indizi che permettono di distinguere un animale da un mantello, diceva Aristotele: il primo esiste da natura, il secondo da tecnica. Gli artefatti derivano dalla natura, ma la forma impressa in loro non è in grado di generare altra forma. L’arte analogamente imita la natura ma non imprime nei suoi oggetti le forme sostanziali. “Ucciderebbe se stessa se solo lo facesse”, cantava il poeta cortese Guillaume de Lorris (c. 1215 – c. 1278) nel Roman de la rose.

L’epoca moderna, invece, smosse queste concezioni, almeno per chi si dedicò alle novità scientifiche organizzando laboratori di curiosità, gallerie e studioli. Il mercato naturalistico e antiquario fiorì, ne sono traccia i nomi di Philipp Hainhofer (1578–1647) o di Ferrante Imperato (1550-1631), il cui museo naturalistico a Napoli divenne tra i più noti d’Europa. La meraviglia crea scienza, muove il pensiero, fa “sentire” le nuove idee. Meraviglie artistiche e meraviglie scientifiche si inseguono, si interfacciano, si rincorrono dando origine a gallerie di idee che invocano sempre più il lavoro degli artisti: ed è così che l’illustratore scientifico diventa un mestiere, come evidente dal ricco Database of Scientific Illustrators curato da K. Hentschel e ospitato dall’Universität Stuttgart.

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Ferrante Imperato, Dell’Historia Naturale (Napoli 1599)

 

 

 

 

 

 

 

 

Tra logica e meraviglia gli artisti ancora oggi praticano la scienza. E gli scienziati praticano l’arte servendosi delle mani degli artisti. Sembra che in questo modo i concetti scientifici siano resi più fruibili. Non più semplici, ma più fruibili. Il logos si travasa nel pathos, il pensiero si sente e non solo si vede, come diverse prospettive epistemologiche contemporanee tendono a dimostrare, recentemente indagate in un volume su questo tema[1]. Perché la sfida è di comunicarne il senso coinvolgendo i sensi. Primo tra tutti, la vista, sicuramente. È così che si emulano i miraggi nel deserto. E il bastone spezzato nell’acqua che da Roger Bacon a Descartes e Snell diede molto da pensare tra rifrazione e inganni della vista, si trasmuta nell’illusione volutamente cercata, giocando di luce riflessa nel California High Desert in Lucid Steal di Phillip K Smith III.

2

 

 

 

 

 

 

Arte e scienza si intrecciano, e il senso coinvolge i sensi nelle istallazioni sonore ormai molto diffuse. Ancora di più vediamo questo connubio di arte e scienza, di pathos e logos in quelle istallazioni che giocano con il senso del tempo per inscenare viaggi spaziali. Si rovescia così l’uso di pensare l’opera d’arte come qualcosa che si colloca fuori dal tempo nell’eternità: da poco è stata premiata un’opera che vuole portare dentro il tempo e non uscirne, ma al contrario fare del tempo il senso stesso dell’opera d’arte.

Il Churchie National Emerging Art prize, che dal 1987 premia giovani artisti emergenti provenienti principalmente dall’Australia ma anche da tutto il mondo, ha scelto per il 2016 un’opera che si iscrive senza dubbio nell’affascinante interstizio tra l’arte e la scienza. Titolo dell’opera d’arte è How the stars stand (All sols) and (Dear NASA…) e la sua autrice è Sara Morawetz. Questo il motivo: “Sara Morawetz’s work investigates the metric of time as an elusive and invisible constraint that indexes both the orbital mechanics of planetary motion and a humanistic desire for measured experience”. Avevo già visto quest’opera all’inizio dello scorso anno leggendo la rivista canadese Art & Science, che sembra ferma da un po’. Mi è capitato spesso di trovare cose molto particolari, originali, affascinanti e audaci in questo settore dove arte, scienza e tecnologia vogliono incontrarsi e creano stranissime realtà. Ispirata da una domanda dello scrittore americano Ray Bradbury (1920-2012), “Where is the clock to show us how the stars stand”, Sara Morawetz ha tentato di indagare il tempo cercando di “travasare” il tempo terrestre nel tempo marziano. Tabelle temporali alla mano, aiutata dall’astronomo Michael Allison del NASA Goddard Institute of Space Studies, l’artista ha dilatato il tempo terrestre fino a quello di Marte simulando la vita sul pianeta rosso fino a tornare a sincronizzarsi con il tempo terrestre dopo circa 37 giorni. L’opera d’arte che ne risulta è pienamente temporalizzata, dal 15 luglio al 21 agosto 2015, poiché un giorno marziano è di circa 24h 39m 35.24 s, e quel 2.7% in più rispetto al giorno terrestre sfasa le nostre giornate. Nella sua galleria, la Open Source Gallery a Brooklyn, New York, Sara ha vissuto secondo i ritmi del suo orologio marziano, preso in prestito dalla Nasa e calcolato in base alle sue coordinate terrestri. Come l’artista dichiara, il “metodo scientifico” può essere oggetto d’indagine anche per l’arte, che però non può fare a meno della filosofia della scienza che sottopone i concetti scientifici a indagine epistemologica e produce una euristica che, secondo l’artista, li rende più fruibili e interessanti. “The volatile space in between” è lo spazio dell’arte che usa la filosofia per indagare la scienza. Così l’arte si fa essa stessa esperimento, ma quando il problema diventa il tempo devi entrarci dentro. Non c’è alternativa.

Così nella galleria di Sara due orologi tenevano il conto dei due diversi tempi, mostrando chiaramente le discrepanze, il fuori-sincrono e la nuova sincronizzazione. Sembra che Sara non restasse sempre nel suo spazio, ma uscisse, incontrasse gli amici e andasse a fare spesa…ma sempre secondo il tempo marziano.

Bene a sapersi. Non avremo più bisogno di giustificazioni in caso di ritardo, e i mariti dovranno arrendersi alla genialità delle mogli che si lasciano attendere: ahivoi! che non capite, noi seguiamo il ritmo di un premiato tempo marziano, dal raffinato gusto artistico-scientifico.

Flavia Marcacci (Univ. Lateranense)

[1] Cf. P. Manganaro, F. Marcacci (edd.), Logos&Pathos. Epistemologie contemporanee a confronto, Studium, Roma 2017. Con contributi di P. Manganaro, F. Marcacci, Roberta Lanfredini, Gian Italo Bischi, Francesca Grassetti, Palma Sgreccia, Cristina Trentini, Gianfranco Basti. Il volume sarà presentato il prossimo 6 marzo dopo il seminario Pato-logie del benessere dell’Area internazionale di ricerca sui fondamenti delle scienze IRAFS.

 

L’EPISTEMOLOGIA E L’OROLOGIO ROTTO DI GIORGINO

F6O7DDIGUKAXR63.RECT2100Giorgino, detto “GINO” è in ritardo all’appuntamento con Tina. Sono le 11. Guarda il suo orologio da taschino – Gino è all’antica – e vede che le lancette segnano le 11. Giorgino non sa che il suo orologio si era fermato la sera prima alle 23, per cui casualmente riceve un’informazione vera e arriva in tempo ad abbracciare Tina.

Platone, venticinque secoli prima, si chiedeva che cosa è una conoscenza e una delle sue risposte nel Teetteto, riformulata in linguaggio moderno suona più o meno così: “Gino sa che sono le 11 se e solo se 1. crede che sono le 11; 2. sono effettivamente le 11; 3. ha una giustificazione della sua credenza, cioè non solo crede che sono le 11, ma ad esempio, ha guardato il suo orologio, che indica le 11. E, in base a questa definizione, che è stata molto accettata, si può dire che Gino sa che sono le 11, poiché è vero che sono le 11, egli crede che sono le 11 e egli ha guardato il suo orologio da taschino, che indica le 11.

Però c’è qualcosa che non va, perché il suo orologio è rotto.

Gettier era un raffinato filosofo americano negli anni Sessanta, che pubblicava troppo poco e stava per essere licenziato. I suoi amici lo esortarono a scrivere qualcosa pur che sia. Edmund buttò giù un breve saggio di tre pagine in cui confutava la definizione di conoscenza di tipo platonico con esempi simili a quelli di Gino e Tina. L’articolo fu un successo planetario e Gettier ottenne la tenure!

Le possibili risposte al problema di Gettier sono tante; la più naturale è pero la seguente: non solo Gino deve avere una giustificazione della sua credenza vera, ma tale giustificazione deve essere anche “buona”. Questa risposta così semplice non piace tanto agli epistemologi, poiché non è ben chiaro che cosa voglia dire quel “buona”. In effetti quel termine rimanda a qualche cosa che non è sotto il controllo di Gino. D’altra parte anche il fatto che la sua credenza sia vera non è sotto il suo controllo.

Proviamo a immaginare che Gino non ha l’orologio e chiede l’ora a Giuseppe – detto Pino – e Gino sa che Pino è un tipo molto scrupoloso, che non andrebbe mai in giro con un orologio rotto. Eppure questa volta la sua cipolla è scassata e segna le 11, cioè l’ora giusta, per caso. Ora Gino ha una buona giustificazione eppure neanche questa volta si può dire che egli sappia che sono le 11. Potremmo aggiungere che Gino deve sapere che la bontà della sua giustificazione sia pure adeguata e così via all’infinito. Ma poi è facile trovare un’altra situazione paradossale. Non se ne esce.

Questi crampi mentali sono tipici degli epistemologi. In realtà la via d’uscita è molto semplice, basta rinunciare a voler trovare un punto d’appoggio assoluto su cui fondare la conoscenza. Di fatto Gino non potrà mai essere certo di sapere che sono le 11. Qualcosa deve sempre assumere, al fine di motivare la sua conoscenza.

Purtroppo va sempre più di moda in filosofia il gioco della fondazione, cioè il provare a confutare l’avversario facendogli notare che il suo punto di vista si basa su premesse che non sono giustificabili con gli stessi metodi inferenziali che egli usa per dedurre da quelle premesse. È un modo di argomentare basato su un modello del sapere antiquato, delineato in parte negli Analitici secondi di Aristotele, cioè quello secondo cui alcuni assiomi sarebbero del tutto evidenti ai più o comunque agli esperti e da quelli poi si deduce come stanno le cose. Il sapere non funziona così.

Soprattutto Galileo ci ha spiegato che per prima cosa viene l’ipotesi, che deve essere aggiustata sulla base delle conseguenze che ne derivano e il loro confronto con altre tesi accettate. Il procedimento è sostanzialmente circolare. L’importante non è avere una buona giustificazione delle premesse, che è impossibile, ma avere la prova che la procedura ci faccia avvicinare alla verità.

Faccio un esempio. Galileo misurava la temperatura sulla base della dilatazione dell’aria. Ma come si fa a sapere quale è la relazione che lega la dilatazione del volume alla temperatura? Beh, usando un termometro basato sulla dilatazione dell’aria si scopre che volume e temperatura sono direttamente proporzionali (a pressione costante). Ma questo è circolare! Si usa uno strumento per legittimare il suo stesso uso! Mica del tutto. A questo punto, utilizzando il termometro a gas si scoprono altre leggi che ci garantiscono che altri termometri, ad esempio quelli basati sul mercurio, sono più precisi. E così via si migliora la nostra misurazione della temperatura con una procedura circolare sempre più ampia, che ha un punto di partenza non ben giustificato. Un sapere senza fondamenti, come diceva Gargani, senza voler accettare la sua visione un po’ troppo relativista.

Insomma, non dimentichiamo mai la metafora di Neurath: quando dobbiamo conoscere e valutare i nostri strumenti di conoscenza siamo come quei marinai che hanno la barca rotta e devono ripararla senza poter rientrare in porto.

VF