A CHI FA PAURA INTERNET?

farmaci-cavieNella galassia dei temi dei quali Internet è mezzo, incubatore e veicolo l’ultimo che ha forse prodotto il maggior numero di infiammazioni articolari per il troppo scrivere è certamente quello dei vaccini. Proprio come avviene per scie chimiche, alieni e varie devianze legate alla fisica quantistica New-Age – per citare solo le tematiche più note – da alcuni anni, in particolare i social-media, si sono rivelati essere potenti amplificatori di paranoie collettive. Dell’opportunità delle vaccinazioni se ne è parlato e ancora se ne parlerà. Facebook conta un numero enorme di gruppi di discussione: dai più laici – quelli aperti da medici o enti pubblici – come Testimonianze dei genitori ai colloqui ASL a quelli decisamente militanti come Vaccinami ‘stocazzo. Diciamo però che se prendere in giro gli «sciachimisti» è un po’ come sparare sulla proverbiale croce rossa, il topic “vaccini” è più delicato. Non perché non si conosca se essi causano danni alla salute. La medicina basata sull’evidenza è abbastanza aggiornata per fornire tutte le risposte e le rassicurazioni del caso. Piuttosto perché la fantasia che una campagna di vaccinazione possa essere una silenziosa arma di distruzione di massa è una “storia” più abbordabile che non quella delle scie chimiche che rilasciano elementi per oscurare la radiazione luminosa così da indurre depressione nell’uomo e allora aumentare gli utili delle multinazionali farmaceutiche. Secondo la psicologia sociale infatti – insegnano anche al Cicap – se una storia è una bufala ma contiene elementi di fascino o di paura e può sembrare verosimile allora ha molte chance di essere accettata. Come lo fu per tanti presunti complotti, 11 settembre in primis. A metà strada tra le controversie in cui c’è poco o nulla da controvertere (vaccini) e vere e proprie paranoie (scie chimiche) ci sono le questioni etiche. Anche in questo caso Internet – con il suo megafono Facebook – fa da tramite all’opinione pubblica, spesso purtroppo – come sosteneva Umberto Eco – concedendo lo stesso spazio all’esperto e all’imbecille. Eco diceva proprio «imbecille»; noi potremmo dire «disinformato». Una questione che concerne sicuramente l’etica e che tiene banco da sempre, ma di più con l’avvento della democrazia internettiana citata da Eco, è la sperimentazione animale. Questione delicata. Questione complessa che può essere affrontata da molti punti di vista quali quello scientifico, politico, affettivo, religioso o filosofico. Ma che alla fine – sostiene il presidente della Società di neuroscienze (SINS) Fiorenzo Conti – inevitabilmente e a prescindere dal punto di sviluppo dell’analisi riporta sempre e solo a un semplice quesito che, spesso e ipocritamente, si vuole e si può occultare: la ricerca biomedica sulle cause di malattie mortali o sulle terapie per esse deve proseguire oppure no? Fare leva sugli aspetti più viscerali dell’opinione pubblica è la cosa più semplice: regaleresti il tuo criceto a un laboratorio per testare molecole antitumorali potenzialmente tossiche? Questo è l’unico piano sul quale può essere posta la questione ed è un piano etico. L’unico, benché associazioni animaliste cerchino di spostare la questione su altri piani. Una molecola candidata a diventare farmaco passa dapprima per la sperimentazione preclinica, dunque dagli studi in vitro. Solo dopo i test finalizzati a comprendere le caratteristiche della molecola e i suoi effetti in colture cellulari (per esempio di cellule tumorali per capire se è in grado di attivare vie metaboliche che portano alla morte della stessa cellula) si passa agli studi in vivo. Gli studi in vivo sono necessari perché un conto è testare una sostanza in provetta, altro è studiare i suoi effetti in un organismo vivente. Può accadere infatti che la nostra molecola a contatto con colture di cellule tumorali isolate sia capace di spazzarle via facilmente; d’altro canto può accadere che la stessa molecola sia acidolabile (si degrada in ambiente acido) e quindi dovremo studiare quali eccipienti e rivestimenti utilizzare altrimenti nello stomaco – nel caso di una compressa – si inattiverebbe. Sempre la nostra molecola potrebbe non essere in grado di superare la barriera ematoencefalica (fatta di cellule che compongono i vasi del sistema nervoso centrale e che nell’insieme serve a proteggerci dall’entrata di sostanze nocive) e allora il chimico dovrà inventarsi stratagemmi. Senza dilungarsi su altri esempi basta sapere che una molecola per essere un farmaco non basta che sia efficace in quanto tale, ma che – per esempio – non produca effetti secondari eccessivamente nocivi all’organismo, che raggiunga effettivamente il sito d’azione e che venga metabolizzata senza creare problemi ad altri distretti e/o organi. Informazioni che si hanno solo dalla sperimentazione in vivo. Potente è negli ultimi mesi la campagna della Lega antivivisezionista (LAV) che sostiene l’inutilità di eseguire test per studiare farmaci che aiutino pazienti tossicodipendenti perché «gli animali non fumano, non bevono alcolici e non si drogano». La dipendenza sarebbe quindi un comportamento esclusivamente umano. Ciò è scientificamente scorretto giacché l’uomo condivide con i mammiferi, anche i più antichi da un punto di vista evolutivo, come i ratti e i topi, i meccanismi neurobiologici che stanno alla base della dipendenza. E se è vero che le droghe non fanno parte dell’ambiente naturale degli animali vero è che anche gli umani non diventerebbero dipendenti da alcool, eroina o cocaina se queste sostanze non fossero disponibili. La contesa tra LAV e società scientifiche è esplosa prima sui media poi naturalmente su Facebook, dove – analogamente ai confronti con altri contenuti complottisti – se si cerca di imbastire un dialogo l’interlocutore contrario ad accettare le evidenze (pur comunicate con molto garbo) passa dagli insulti alle minacce. Nonostante il perimetro della questione sulla sperimentazione animale sia davvero stretto e limitato alla domanda “vogliamo i farmaci oppure no” c’è però anche chi argomenta sul «perché esiste ancora la sperimentazione animale», concludendo che, tra le altre cose, serve «per ampliare curricula e pubblicazioni» dei ricercatori scientifici. La direttiva 2010/63/UE sulla Protezione degli animali utilizzati a fini scientifici include la cosiddetta regola delle tre «R» per ridurre l’impatto della sperimentazione, insistendo sul massimizzare gli sforzi volti a un «Replacement», sostituzione con metodi alternativi, «Reduction», riduzione del numero di animali e «Refinement», miglioramento delle condizioni degli animali. Questo è quanto possiamo cercare di fare. I ricercatori non provano certo piacere a vivisezionare un animale e oltretutto se ne potessero fare a meno lo farebbero molto volentieri anche per motivi, per così dire, più tecnici che non etici: i costi di manutenzione di uno stabulario e delle cavie non sono insignificanti e anzi le cavie devono essere trattate al meglio che si può: un animale “stressato” avrà un assetto biochimico alterato che invaliderebbe i test. Dunque «riduzione» del numero degli animali e «miglioramento» delle loro condizioni sono interessi strutturali della ricerca biomedica. Per quanto riguarda la «sostituzione» con metodi alternativi, ben vengano, ovviamente. Senz’altro però sarebbe ingenua l’alternativa, spesso invocata da alcuni animalisti, di ricorrere alla simulazione al computer (va molto di moda…). Ricordiamoci dopotutto che un organismo vivente e il sistema nervoso centrale sono il prodotto di milioni di anni di evoluzione e non è poi così semplice progettare un computer-cavia. È una prospettiva piuttosto mitologica, se pensiamo che il nostro cervello consuma appena 20 watt, mentre i cosiddetti super-computer – che nemmeno si avvicinano a sembrare organismi viventi – girano con potenze nell’ordine di qualche milione di watt. In mille modi e su mille argomenti l’informazione veicolata su Internet può diventare patologica, come si vede dagli esempi di cui sopra, causando danni all’individuo e alla collettività. Tuttavia una ultima riflessione non può che assolvere Internet da questa sua strutturale caratteristica: sarebbero migliori l’uomo e il mondo se di fronte alla tecnologia ci si comportasse applicando un principio di precauzione? Le scienze tossicologiche insegnano che «rischio zero esiste soltanto a esposizione zero». Dunque potremmo ridurre l’inquinamento spegnendo automobili e fabbriche; essere più carini con gli animali rinunciando ai farmaci salva-vita; staccare la spina al mio laptop sul quale sto scrivendo questo articolo e molti altri, email e porto avanti e invento relazioni professionali grazie alle quali mi compro il pane. La questione satellita sempre attorno alla domanda del presidente SINS Fiorenzo Conti: andiamo avanti oppure rinunciamo a tutto? Si può scegliere la seconda opzione: sarebbe interessante sapere che cosa ne pensa un abitante dell’Africa Subsahariana che non ha né pane né antibiotici.
Marco Pivato

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