COVID E RESPONSABILITA’

masksL’attuale pandemia non è una maledizione divina o una catastrofe naturale ineluttabile: ci sono paesi, a cominciare dalla Cina, dove il contagio è stato rapidamente bloccato, e le vittime sono in numero minimo rispetto a quelle dell’Italia e degli altri paesi occidentali. L’epidemia si potrebbe fermare anche da noi in 20-30 giorni di chiusure strette e fatte rispettare con rigore, anche evitando certi eccessi inutili del lockdown di marzo. Tra l’altro i danni all’economia sarebbero minori di quelli provocati dallo strascinarsi di mezze misure per mesi e mesi e non si sa fino a quando. Poi nel giro di un anno o anche meno cominceremmo a sentire il beneficio della vaccinazione di massa, e ci avvieremmo alla fine di quest’incubo.

In sostanza, se solo in Italia abbiamo già oltre 80.000 morti, e continuiamo con 5-600 vittime al giorno è perché molti non si sentono di rinunciare ai loro piaceri o profitti individuali o di gruppo, e i politici non impongono tali rinunce per non perdere il consenso. Questo avviene perché chi ha meno di 60 anni ha capito che può rischiare di infettarsi, dato che probabilmente le conseguenze si limiterebbero a qualche fastidioso malessere. Pochi però si preoccupano del fatto che invece gli effetti sugli anziani e sulle persone fragili sono devastanti e spesso letali.

Così assistiamo alla strage di un’intera generazione, quella dagli 80 anni in su. Di essi non ci si preoccupa più di tanto, perché comunque non producono, non consumano, e una volta morti nemmeno voteranno. Ancora una volta la società antepone gli interessi dei più forti alla vita dei più deboli. Si avvicina la Giornata della Memoria, e giustamente ci si indigna pensando all’orrore dei campi di sterminio nazisti, dei gulag, dei killing fields cambogiani, del genocidio dei Tutsi in Ruanda. Ci chiediamo anche come potesse la gente di quei paesi, allora, assistere indifferente a queste stragi. Ma in fondo, non è quel che stiamo facendo noi oggi?

Ultimamente sembrerebbe che le principali vittime dell’attuale pandemia stiano diventando i giovani, e il danno maggiore l’impossibilità di seguire le lezioni in presenza: gruppi di studenti delle superiori protestano e occupano per il diritto di tornare a scuola, altri cadono in depressione o non trovano più un senso alla loro vita, adulti anche autorevoli, sulla stampa, si battono il petto per tutto quello che la società avrebbe tolto alle giovani generazioni con le misure di contrasto al Covid-19. Più di 80.000 morti, 22.000 ricoverati, 2.500 ricoverati in terapia intensiva (solo in Italia) sembrano sparire dall’orizzonte. Forse ci stiamo abituando?

D’altra parte  è innegabile che la seconda ondata sia esplosa precisamente ai primi d’ottobre, due settimane dopo la riapertura delle scuole. E del resto non sembra che gli studenti si deprimano tanto ogni estate, quando stanno tre mesi lontani da scuola. Quanto gioca, in tutto questo, l’abitudine che abbiamo dato ai nostri figli a ottenere tutto e subito quel che desiderano, a prescindere dai problemi e dai diritti altrui, e a desiderare specialmente quel che non possono avere al momento?

In Italia la generazione dei giovani d’oggi, come tutto sommato anche la mia, hanno avuto la fortuna di crescere senza affrontare sfide di portata storica. Ma mi chiedo se molti giovani abbiano capito, e se qualcuno abbia spiegato loro, che ora però quella sfida è arrivata, la Storia ci sta ponendo davanti ad una scelta, e registrerà nei secoli futuri come abbiamo reagito. Per difendere il Paese nel 1917 i ragazzi, anche diciassettenni, furono mandati a combattere sul Piave. Nel 1940 i ventenni furono mandati con un fucile in mano a combattere nel deserto africano o nelle steppe russe. Tre anni dopo poi i migliori si immolarono nella guerra partigiana.

Oggi di nuovo siamo in guerra, con un nemico che uccide, strazia, e distrugge l’economia. Contro di esso tutti siamo chiamati a combattere, ma senza i disagi della trincea, e senza bisogno di rischiare la vita, anzi, proprio facendo attenzione alla salute: basta il distanziamento, la mascherina, rinunciare a passare il pomeriggio con gli amici, seguire le lezioni dal computer di casa. Davvero questi sacrifici eccedono il livello di responsabilizzazione a cui un giovane può esser chiamato per alcuni mesi?

Forse per la prima volta, nella nostra vita, in quella dei nostri giovani, sta passando la Storia: possiamo decidere di esserne protagonisti, impegnandoci per la giusta causa, o di metterci da parte, nel privato delle nostre consolanti abitudini e della nostre piccole recriminazioni. Scriveva nel 1915 un giovane, che poi sarebbe morto in battaglia, Renato Serra: “Questo momento, che ci è toccato, non tornerà più, per noi, se lo lasciamo passare … Invecchieremo falliti, saremo gente che ha fallito il suo destino. Nessuno ce lo dirà, e noi lo sapremo … Fra mille milioni di vite, c’era un minuto per noi; e non l’avremo vissuto. Saremo stati sull’orlo, sul margine estremo; il vento ci investiva e ci sollevava i capelli sulla fronte; nei piedi immobili tremava e saliva la vertigine dello slancio. E siamo rimasti fermi. Invecchieremo ricordandoci di questo” (Esame di coscienza di un letterato).

Mario Alai