LA RESPONSABILITA’ MEDIATICA DEGLI SCIENZIATI

Viviamo in una società complessa, e in una realtà ancor più complessa.

C’è sempre più bisogno di scienza, ma paradossalmente crescono anche la sfiducia nella scienza, l’ignoranza e l’illusione di poter decidere anche ignorando.

In parte questo deriva da un fatto ineluttabile, la fallibilità anche degli esperti: gli scienziati possono errare, e possono esser in disaccordo tra di loro, anzi spesso errano e sono in disaccordo.

Quando un errore emerge pubblicamente, diventa però un motivo per i profani di diffidare della scienza, e quando un disaccordo degli esperti emerge pubblicamente, ciascun profano può sentirsi in diritto di giudicare chi abbia ragione, e di scegliere il parere che più si accorda coi suoi umori, le sue idee politiche o le sue fantasie.

In questi giorni alcuni importanti medici infettivologi hanno drammatizzato il coronavirus sostenendo misure draconiane, mentre altri l’hanno minimizzato, lamentando un eccesso di provvedimenti emergenziali. Di qui il disorientamento del pubblico e il rischio di ridurre l’argomento a materia per talk show, dibattito politico o chiacchiere da bar. In parte simile è quanto accade a proposito del riscaldamento del clima.

Ma il fatto che gli scienziati talora sbaglino non significa che sbaglino normalmente, o su tutto, o sui punti fondamentali. E il fatto che talora discordino non significa che discordino normalmente, o su tutto, o sui punti fondamentali. Ciò su cui concordano, e su cui possiamo aver fiducia che non sbaglino, è comunque necessario e spesso sufficiente per orientare la nostra vita personale e sociale: nel nostro caso odierno, per stabilire condotte razionali rispetto all’epidemia, a livello pubblico e privato.

Perciò gli scienziati dovrebbero resistere alla vanità che li porta a rispondere a titolo individuale ad ogni intervistatore, e ancor peggio ad attaccare i colleghi, ma esprimersi solo su quanto nel rispettivo settore è appurato con sufficiente certezza e condiviso dalla gran parte degli specialisti. Ai giudici si chiede di non commentare le sentenze altrui, e di motivare le proprie solo tramite il dispositivo ufficiale; ai professori in consiglio di classe o in commissione d’esame si chiede di non riportare all’esterno le discussioni sui voti. Qualcosa del genere dovrebbe valer per gli scienziati.

Ovviamente sarebbe assurdo e controproducente imporre una censura sui pareri scientifici, ed è importante che essi continuino a venir diffusi sui media; dovrebbe trattarsi piuttosto di un ritegno ed una discrezione personale. Se poi questi alla lunga non bastassero si potrebbe pensare a dei tavoli di concertazione tra gli esperti di ciascuna disciplina, in grado di rilasciare pareri ai quali il profano potesse riferirsi come al responso “della scienza” allo stato dell’arte, sapendo che le opinioni individuali, ovviamente sempre libere, sono ipotesi non confermate.

MARIO ALAI