MEGLIO NON ESCLUDERE IL TERZO INCOMODO

Il principio del terzo escluso

excluded-middleIl principio del terzo escluso, nella logica binaria classica, sostiene che: date due proposizioni contraddittorie A e ~A esse non possono essere né contemporaneamente vere né contemporaneamente false; una deve necessariamente essere vera e l’altra falsa e la verità dell’una implica automaticamente la falsità dell’altra. In questa sede non ci occuperemo della logica intuizionista.

In latino questo principio era detto “Tertium non Datur” che significa che una terza soluzione ad una situazione non è data; le soluzioni possibili sono A o ~A.

Esempio:

Piove; non piove (non ci sono altre possibilità)

Sul piano logico prendiamo atto della validità di questo principio, ma nella realtà quotidiana, sul piano epistemologico, ci si possono presentare situazioni in cui le risposte ad una situazione x possono essere più di due. Di seguito analizzeremo una terza risposta possibile.

 

“Non so se A, quindi ~A”

“Non so se A, quindi ~A” è un’inferenza che ci suona familiare, ci capita spesso di imbatterci in essa.

Ma è un’inferenza corretta? Ha validità logica?

Evidentemente no, in quanto quello che si sostiene con la premessa “Non so se A” è semplicemente che non si ha una buona base/non si hanno dati sufficienti per affermare A, quindi si propone una sospensione del giudizio, non un’affermazione del contraddittorio.

Esiste quindi una terza possibilità rispetto ad A o ~A ed è la sospensione di giudizio. Essa entra in gioco nel momento in cui mancano dati sufficienti per sostenere una tesi. Il nostro problema è dunque situato in ambito epistemologico.

Credo che la sospensione di giudizio possa essere di due tipi:

  • Temporanea: quando mancano dati sufficienti per affermare A che, però, possono essere raccolti successivamente (ignoramus)
  • Duratura: quando l’impossibilità di giudizio sia determinata da una incapacità gnoseologica strutturale (ignorabimus)

D’altro canto siamo noi a decidere arbitrariamente di avere alcuni limiti strutturali gnoseologici per cui designiamo “duratura” una sospensione di giudizio, negandoci la possibilità di avere certezza completa riguardo ad una qualche questione; ma non è difficile immaginare un mondo possibile in cui l’uomo avesse scoperto o maturato la capacità di emettere giudizi fondati su qualsiasi questione, quindi potremmo ricondurre tutte le sospensioni di giudizio a quella temporanea eliminando il secondo tipo.

Spesso l’uomo preferisce una risposta non fondata ad una questione piuttosto che una sospensione di giudizio.

Dove originano queste risposte infondate? In che modo possono arrivare ad essere accettate da un individuo?

  • Spesso molte risposte che una persona possiede fanno parte di un bagaglio ricevuto inconsciamente dall’esterno (Famiglia, società, scuola, …) e mancano quindi di consapevolezza; per cui una soluzione A ad un problema x è accettata a priori.
  • Quando il problema che si pone di fronte all’individuo non è alla sua portata gnoseologica, spesso, lui, invece di prendere atto della personale impossibilità di dare un giudizio certo sulla questione, in maniera inconsapevole, o poco onesta intellettualmente, costruisce o accetta una risposta ad hoc che lo fa sentire tranquillo, non tenendo conto dell’arbitrarietà di essa.
  • Infine capita spesso che l’individuo sia soggetto a distorsioni cognitive dovute all’utilizzo inconsapevole del ragionamento induttivo applicato a schemi di apprendimento utilizzati naturalmente (guardare, ascoltare, fare esperienze, …). L’esperienza di un fatto percepita sempre allo stesso modo e dallo stesso punto di vista porta a pensare che quella sia la realtà, il modo e il punto di vista corretto.

Esempio: se un bambino guarda il sole e vede che si sposta nel cielo apprende che il sole si muove intorno a lui finché qualcuno non gli spiega la teoria eliocentrica.

Così come, per vari motivi, l’uomo impara ad accettare nel suo bagaglio culturale risposte infondate a questioni di varia natura; egli impara anche ad accettare dei tipi di ragionamento non corretti, come il summenzionato “Non so se A, quindi ~A”.

Questo tipo di inferenza non corretta alcune volte può trarre origine da un escamotage socio-linguistico messo in atto in un dialogo da un individuo che, nel tentativo di non scontrarsi duramente con un’opinione contraria, o nel tentativo di trasmettere un messaggio in maniera delicata, dice ad un altro “Non so se A” comunicando però con il tono di voce o in maniera non verbale il messaggio “~A”, che l’ascoltatore recepisce.

Per esempio: Una ragazza chiede un parere sul vestito da scegliere per uscire ad un’altra ragazza a lei non troppo familiare e quest’ultima le dice:

“Mmmh, non so se ti sta proprio bene quel vestito” oppure “non so se è proprio adatto quel vestito”

e quello che vuole intendere è:

“quel vestito non ti sta bene” e “ quel vestito non è adatto”.

Il messaggio che si vuole trasmettere, e che generalmente viene recepito in maniera chiara dall’ascoltatore, differisce quindi dalla forma linguistica che si utilizza e, così, sia il parlante che l’ascoltatore tendono poi ad associare la proposizione “non so se A” al reale messaggio trasmesso “~A”.

Questa associazione viene poi erroneamente scambiata per un corretto modo di ragionare e si imprime nella mente del parlante l’inferenza “Non so se A, quindi ~A” che egli poi, all’occorrenza, riutilizza nei ragionamenti.

Altra situazione è quella in cui l’erronea inferenza “Non so se A, quindi ~A” non è stata interiorizzata da un individuo ma viene utilizzata esteriormente in funzione di uno scopo da raggiungere.

Per esempio se durante un dialogo tra due parlanti 1 e 2, 1 mette in discussione la risposta A al problema x che è accettata dai più, allora 2 potrebbe reagire con un atteggiamento chiuso e difensivo, per timore della messa in discussione di A, accusando 1 di sostenere ~A allo scopo di renderlo ostile al gruppo, facendolo passare per “eretico”. Entra quindi in gioco l’elemento sociale/comunitario e l’individuo 2, mentalmente chiuso e timoroso e forte dell’unione all’idea comune, cerca di allontanare “l’eretico”, colui che rompe l’equilibrio individuale e sociale, accusandolo di sostenere ~A e mettendolo quindi contro ai più. La conclusione

“allora ~A” diventa in questo caso una sorta di accusa.

Perché tendenzialmente l’uomo fatica ad accettare una sospensione di giudizio?

Credo che i motivi possano essere molteplici:

  • Spesso il motivo risiede nel bisogno di sentirsi sicuri, all’interno di una realtà ben delineata, in cui si sa (o si pensa di sapere) come funzionano le cose.

L’ignoto è uno dei più grandi motivi di timore dell’uomo, da sempre; perciò il suo costante tentativo di rendere noto l’ignoto/di delineare una realtà confusa risponde proprio ad una necessità di sicurezza e di tranquillità interiore.

Abraham Maslow nel 1954 concepì l’idea di “gerarchia dei bisogni”; mise in atto il tentativo di gerarchizzare, in una piramide, i bisogni dell’uomo partendo alla base dai più importanti e salendo man mano ai secondari. Al primo livello della piramide sono posizionati i bisogni fisiologici e al secondo i bisogni di sicurezza. Non condivido pienamente l’idea complessiva di Maslow ma riconosco la grande importanza da lui attribuita al “sentirsi sicuri” e credo che proprio questo bisogno sia spesso alla base della difficoltà di accettare una sospensione di giudizio.

Collego a questa tesi anche un altro fatto che ho notato, ovvero che le persone con più autostima e più sicure di sé sono più autonome; sono in un certo senso più forti e riescono con più facilità a mettere in discussione idee consolidate e ad accettare sospensioni di giudizio; probabilmente perché non sentono così forte questo bisogno di avere nel proprio immaginario una realtà completamente ben delineata per sentirsi sicure.

  • Credo che l’uomo generalmente tenda ad ottenere risposte il prima possibile a tutti gli interrogativi che gli si pongono innanzi nella vita; una domanda che nasce nell’uomo ha bisogno di trovare una risposta immediata; pertanto egli generalmente accetta più facilmente una risposta infondata “pronta all’uso” rispetto ad una sospensione di giudizio.
  • La soluzione infondata A ad una questione x può anche essere necessaria ad un individuo per confinare bene alcuni contenuti che, diversamente dalla soluzione A verrebbero percepiti in maniera negativa, provocando emozioni spiacevoli.
  • Un altro motivo potrebbe risiedere in una questione di identità; ovvero nel fatto che un uomo riponga una parte di sé/un aspetto fondante della sua identità in una qualche idea consolidata e che la messa in discussione di questa diventi proprio una sorta di attacco personale alla propria integrità, portando l’uomo a disporsi in un atteggiamento chiuso e difensivo.
  • Altra causa può essere il timore della fatica del mettere in discussione una risposta già consolidata dentro di sé;
  • In altri casi l’uomo può sentirsi svalutato perché si rende conto della validità della sospensione di giudizio, in contrasto alla sua risposta A al problema x; non averci pensato prima lede il suo orgoglio davanti a sé stesso ed eventualmente a chi gli sta intorno, in particolare se occupa uno stimato ruolo sociale;
  • Un’ altra possibilità è che venga intaccata la sua zona di comfort (ovvero quella realtà che si è creato intorno, materialmente ed idealmente, in cui sa muoversi, di cui conosce bene i confini e in cui si sente a suo agio);

In conclusione a questo breve approfondimento riconfermiamo che l’inferenza “non se A quindi ~A” è epistemologicamente fallace; prendiamo atto della distanza che esiste tra il piano della verità logico e quello gnoseologico e riconosciamo la complessità delle dinamiche messe in atto quotidianamente dall’uomo nel tentativo di ragionare e di muoversi nei meandri della vita e del sapere.

Emanuele Verni