UN BACO EPISTEMOLOGICO NELLA VALUTAZIONE DELLA QUALITA’ DELLA RICERCA (VQR)

imagesNon sono fra i denigratori della valutazione della ricerca, anche quantitativa. Credo sia necessaria, anche se difficile.

Circolano obbiezioni non convincenti contro la valutazione: “Archimede Pitagorico” non sarebbe stato valutato bene, perché non pubblicava nulla, ad esempio. Ma ci si dimentica che la VQR non valuta i singoli, bensì le strutture. E se una struttura non pubblica nulla difficile immaginare che sia giusto finanziarla.

Altri dicono che vale la legge di Campbell, secondo la quale se ci sono dei criteri quantitativi di valutazione della ricerca, i ricercatori non tendono a fare “buona” ricerca, ma a soddisfare quei criteri. È certo che criteri quantitativi, per quanto pluralistici e ben fatti, non possono cogliere fino in fondo che cosa sia buona ricerca. Tuttavia se non poniamo dei parametri che le strutture devono rispettare, spesso esse tendono a soddisfare esigenze ben più basse, come un Dipartimento di Filosofia dove ho lavorato per qualche anno, che è andato in malora, facendosi scappare studiosi straordinari, che ora lavorano in giro per il mondo, e assumendo una serie di favorite di autorevoli Colleghi!

Dunque le osservazioni che seguono tendono a migliorare il sistema VQR non a bloccarlo.

Immaginiamo la struttura X in cui lavorano due gruppi nei settori S1 e S2. Sappiamo che i prodotti degli n1 studiosi del settore S1 e gli n2 del settore S2 vengono valutati in base ai parametri: 1 eccellente, 0,7 elevato, 0,4 discreto, 0,1 accettabile, 0 limitato. È chiaro che questa assegnazione di numeri è solo un ordine, che potrebbe essere sostituito con le lettere. Non ha alcun senso affermare che un lavoro eccellente vale come 10 lavori accettabili. Qualsiasi trasformazione numerica che mantiene l’ordine andrebbe bene.

Ciò malgrado la valutazione del settore S1 nella struttura X, se ha almeno 3 ricercatori, viene calcolata così:
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Siccome la scala di valutazione è ordinale, sono ammesse tutte le trasformazioni monotone, cioè che mantengono l’ordine. E l’affermazione V1>V2 avrebbe senso solo se nessuna trasformazione ammessa potesse cambiare il suo valore di verità. Invece le cose non stanno così. Quindi tecnicamente tale enunciato non ha senso.

Per inciso, lo stesso problema sorge quando facciamo la media dei voti a scuola e in altre situazioni simili. Sono tutte procedure che hanno un senso limitato.

Notiamo che il suddetto problema è presente anche se la scala delle valutazioni fosse di rapporti, come, ad esempio, quella del peso.

Ricordiamo che ci sono scale assolute, cioè tali che come trasformazione è ammessa solo l’identità, come ad esempio quando contiamo le mele in una cassa, scale di rapporti in cui sono ammesse trasformazioni del tipo x’=ax, come appunto nel caso del peso, che può essere misurato in grammi o in kili e per ottenere il primo dal secondo si moltiplica per 1000. Poi ci sono le scale intervallari che ammettono trasformazioni del tipo x’=ax+b. E infine le scale ordinali che ammettono tutte le trasformazioni monotone, cioè che mantengono l’ordine.

Si dice che un’affermazione ha senso solo se mantiene il suo valore di verità in tutte le trasformazioni ammesse.

Notiamo anche che la nostra valutazione è basata su un insieme di scale fondamentali, poiché ogni prodotto viene esaminato potenzialmente da un referee diverso. Questo significa che, anche se le scale sono di rapporti, possiamo moltiplicare ogni valutazione per un diverso coefficiente.

Facciamo un esempio. I ricercatori sono 3 e ognuno consegna un prodotto. Abbiamo

v1=1, v2=2 e v3=3, u1=1, u2=3, u3=1.

Chiaro che V1>V2.

Tuttavia, se moltiplico la scala 1 e 3 per 1 e la scala 2 per 10, si inverte l’ordine.

Per contro se valutassimo V1 e V2 non con la media aritmetica, ma con quella geometrica:

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L’affermazione avrebbe senso se la scala fosse di rapporti e n1 fosse uguale a n2.

Infatti moltiplicando per i coefficienti ai, otterrei un fattore uguale da entrambe le parti.

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È chiaro che la valutazione non è neanche una scala di rapporti, ma solo una scala ordinale, però assumere che sia di rapporti è meno impegnativo che assumere che sia assoluta, come hanno fatto implicitamente gli ideatori della VQR.

Ovviamente per applicare questa regola dovremmo modificare i valori e togliere il numero 0 per la valutazione “limitato”. Tuttavia se V1 e V2 fossero definiti in questo modo, l’affermazione V1>V2 non potrebbe cambiare valore di verità per qualsiasi trasformazione ammessa in una scala di rapporti.

Mi sembra un utile miglioramento del sistema di Valutazione della Qualità della Ricerca.

VF

  1. S. Roberts, Measurement Theory, Cambridge University Press, Cambridge 1985.

 

TEMPO MARZIANO: ARTE E SCIENZA, PATHOS E LOGOS

3I mantelli non generano mantellini, se è vero che “delle cose che esistono, le une sono da natura, le altre da altre cause” (Aristot. Phys. II.1 192b8). Tra i due generi di cose il movimento e la riproduzione sono indizi che permettono di distinguere un animale da un mantello, diceva Aristotele: il primo esiste da natura, il secondo da tecnica. Gli artefatti derivano dalla natura, ma la forma impressa in loro non è in grado di generare altra forma. L’arte analogamente imita la natura ma non imprime nei suoi oggetti le forme sostanziali. “Ucciderebbe se stessa se solo lo facesse”, cantava il poeta cortese Guillaume de Lorris (c. 1215 – c. 1278) nel Roman de la rose.

L’epoca moderna, invece, smosse queste concezioni, almeno per chi si dedicò alle novità scientifiche organizzando laboratori di curiosità, gallerie e studioli. Il mercato naturalistico e antiquario fiorì, ne sono traccia i nomi di Philipp Hainhofer (1578–1647) o di Ferrante Imperato (1550-1631), il cui museo naturalistico a Napoli divenne tra i più noti d’Europa. La meraviglia crea scienza, muove il pensiero, fa “sentire” le nuove idee. Meraviglie artistiche e meraviglie scientifiche si inseguono, si interfacciano, si rincorrono dando origine a gallerie di idee che invocano sempre più il lavoro degli artisti: ed è così che l’illustratore scientifico diventa un mestiere, come evidente dal ricco Database of Scientific Illustrators curato da K. Hentschel e ospitato dall’Universität Stuttgart.

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Ferrante Imperato, Dell’Historia Naturale (Napoli 1599)

 

 

 

 

 

 

 

 

Tra logica e meraviglia gli artisti ancora oggi praticano la scienza. E gli scienziati praticano l’arte servendosi delle mani degli artisti. Sembra che in questo modo i concetti scientifici siano resi più fruibili. Non più semplici, ma più fruibili. Il logos si travasa nel pathos, il pensiero si sente e non solo si vede, come diverse prospettive epistemologiche contemporanee tendono a dimostrare, recentemente indagate in un volume su questo tema[1]. Perché la sfida è di comunicarne il senso coinvolgendo i sensi. Primo tra tutti, la vista, sicuramente. È così che si emulano i miraggi nel deserto. E il bastone spezzato nell’acqua che da Roger Bacon a Descartes e Snell diede molto da pensare tra rifrazione e inganni della vista, si trasmuta nell’illusione volutamente cercata, giocando di luce riflessa nel California High Desert in Lucid Steal di Phillip K Smith III.

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Arte e scienza si intrecciano, e il senso coinvolge i sensi nelle istallazioni sonore ormai molto diffuse. Ancora di più vediamo questo connubio di arte e scienza, di pathos e logos in quelle istallazioni che giocano con il senso del tempo per inscenare viaggi spaziali. Si rovescia così l’uso di pensare l’opera d’arte come qualcosa che si colloca fuori dal tempo nell’eternità: da poco è stata premiata un’opera che vuole portare dentro il tempo e non uscirne, ma al contrario fare del tempo il senso stesso dell’opera d’arte.

Il Churchie National Emerging Art prize, che dal 1987 premia giovani artisti emergenti provenienti principalmente dall’Australia ma anche da tutto il mondo, ha scelto per il 2016 un’opera che si iscrive senza dubbio nell’affascinante interstizio tra l’arte e la scienza. Titolo dell’opera d’arte è How the stars stand (All sols) and (Dear NASA…) e la sua autrice è Sara Morawetz. Questo il motivo: “Sara Morawetz’s work investigates the metric of time as an elusive and invisible constraint that indexes both the orbital mechanics of planetary motion and a humanistic desire for measured experience”. Avevo già visto quest’opera all’inizio dello scorso anno leggendo la rivista canadese Art & Science, che sembra ferma da un po’. Mi è capitato spesso di trovare cose molto particolari, originali, affascinanti e audaci in questo settore dove arte, scienza e tecnologia vogliono incontrarsi e creano stranissime realtà. Ispirata da una domanda dello scrittore americano Ray Bradbury (1920-2012), “Where is the clock to show us how the stars stand”, Sara Morawetz ha tentato di indagare il tempo cercando di “travasare” il tempo terrestre nel tempo marziano. Tabelle temporali alla mano, aiutata dall’astronomo Michael Allison del NASA Goddard Institute of Space Studies, l’artista ha dilatato il tempo terrestre fino a quello di Marte simulando la vita sul pianeta rosso fino a tornare a sincronizzarsi con il tempo terrestre dopo circa 37 giorni. L’opera d’arte che ne risulta è pienamente temporalizzata, dal 15 luglio al 21 agosto 2015, poiché un giorno marziano è di circa 24h 39m 35.24 s, e quel 2.7% in più rispetto al giorno terrestre sfasa le nostre giornate. Nella sua galleria, la Open Source Gallery a Brooklyn, New York, Sara ha vissuto secondo i ritmi del suo orologio marziano, preso in prestito dalla Nasa e calcolato in base alle sue coordinate terrestri. Come l’artista dichiara, il “metodo scientifico” può essere oggetto d’indagine anche per l’arte, che però non può fare a meno della filosofia della scienza che sottopone i concetti scientifici a indagine epistemologica e produce una euristica che, secondo l’artista, li rende più fruibili e interessanti. “The volatile space in between” è lo spazio dell’arte che usa la filosofia per indagare la scienza. Così l’arte si fa essa stessa esperimento, ma quando il problema diventa il tempo devi entrarci dentro. Non c’è alternativa.

Così nella galleria di Sara due orologi tenevano il conto dei due diversi tempi, mostrando chiaramente le discrepanze, il fuori-sincrono e la nuova sincronizzazione. Sembra che Sara non restasse sempre nel suo spazio, ma uscisse, incontrasse gli amici e andasse a fare spesa…ma sempre secondo il tempo marziano.

Bene a sapersi. Non avremo più bisogno di giustificazioni in caso di ritardo, e i mariti dovranno arrendersi alla genialità delle mogli che si lasciano attendere: ahivoi! che non capite, noi seguiamo il ritmo di un premiato tempo marziano, dal raffinato gusto artistico-scientifico.

Flavia Marcacci (Univ. Lateranense)

[1] Cf. P. Manganaro, F. Marcacci (edd.), Logos&Pathos. Epistemologie contemporanee a confronto, Studium, Roma 2017. Con contributi di P. Manganaro, F. Marcacci, Roberta Lanfredini, Gian Italo Bischi, Francesca Grassetti, Palma Sgreccia, Cristina Trentini, Gianfranco Basti. Il volume sarà presentato il prossimo 6 marzo dopo il seminario Pato-logie del benessere dell’Area internazionale di ricerca sui fondamenti delle scienze IRAFS.